Sulla relazione tra vero e giusto

Questa modalità di legittimazione per autonomia della volontà privilegia, come appare evidente, un gioco linguistico del tutto differente, che Kant definiva imperativo, e che i contemporanei chiamano prescrittivo. Importante non è, o non è solo, legittimare enunciati denotativi, fondati sul vero, quali: La Terra ruota attorno al sole, ma (legittimare) enunciati prescrittivi, fondati sul giusto, quali: bisogna distruggere Cartagine, oppure: bisogna fissare il salario minimo a x franchi. In questa prospettiva, il ruolo del sapere positivo è esclusivamente quello di informare il soggetto pratico della realtà in cui dev'essere inscritta l'esecuzione della prescrizione. Esso deve consentirgli di circoscrivere ciò che può essere eseguito, ciò che si può fare. Non gli appartiene invece la definizione del dover eseguire, di ciò che si deve fare. Che una azione sia possibile è una cosa, che sia giusta è un'altra. Il sapere non si identifica più col soggetto, è al suo servizio; la sua legittimità consiste esclusivamente (ma non è poco) nel consentire alla moralità di divenire realtà.
[...] Nulla prova che, se un enunciato che definisce una realtà è vero, l'enunciato prescrittivo, che dovrà necessariamente modificare la realtà, sia giusto.
Consideriamo una porta chiusa. Fra La porta è chiusa e Aprite la porta, non esiste rapporto di consequenzialità nel senso della logica proposizionale. [...]

[Jean-François Lyotard, La condizione postmoderna: Rapporto sul sapere]




Dal che consegue, mi pare, che la ricerca della verità più esatta possibile sia un passo fondamentale non solo nella definizione/conquista della libertà, ma anche nella definizione/conquista della giustizia.

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