lunedì 24 aprile 2017

Storia di una storia (parte 1)

Iniziamo: nel 1899 il filosofo Josiah Royce (Il mondo e l'individuo) scrisse questa parabola:
Immaginiamo che una porzione del suolo d'Inghilterra sia stata livellata perfettamente, e che in essa un cartografo tracci una mappa d'Inghilterra. L'opera è perfetta; non c'è particolare del suolo d'Inghilterra, per minimo che sia, che non sia registrato nella mappa; tutto ha lì la sua corrispondenza. La mappa, in tal caso, deve contenere una mappa della mappa, che deve contenere una mappa della mappa della mappa, e così all'infinito.
Il problema di Royce, che cercò di tradurre in forma narrativa, riguardava l'immagine mentale che un individuo ha della propria mente, che dovrebbe contenere un'immagine dell'immagine e così via. Il problema naturalmente è lo stesso che ha sollevato Zenone di Elea, e si chiama regressus ad infinitum. Prima di Royce l'Amleto, il Chisciotte e Le Mille e Una Notte portavano esempi illustri di storie contenute all'interno di se stesse e potenzialmente ripetute in eterno; dopo di lui, l'esempio più famoso è quello di Ende.

























Nel 1946 Jorge Luis Borges scrisse un'altra breve storia, attribuendola però - gioco letterario e filosofico a cui spesso prestava la propria penna - a un tale Suàrez Miranda (Viaggi di uomini prudenti, 1658). Questo studioso, inutile dirlo, non è mai esistito. La storia, o meglio la nota, si intitola Del rigore della scienza, e in italiano la potete trovare nella raccolta di poesie L'artefice.
... In quell'Impero, l'Arte della Cartografia raggiunse tale Perfezione che la mappa di una sola Provincia occupava un'intera Città, e la mappa dell'Impero un'intera Provincia. Col tempo, queste Mappe Smisurate non soddisfecero più e i Collegi dei Cartografi crearono una Mappa dell'Impero che aveva la grandezza stessa dell'Impero e con esso coincideva esattamente. Meno Dedite allo Studio della Cartografia, le Generazioni Successive capirono che quella immensa Mappa era Inutile e non senza Empietà l'abbandonarono alle Inclemenze del Sole e degli Inverni. Nei deserti dell'Ovest restano ancora lacere Rovine della Mappa, abitate da Animali e Mendicanti: nell'intero Paese non vi sono altre reliquie delle Discipline Geografiche.
Come si può vedere Borges, che conosceva i paradossi del regressus, eliminò quello che c'era dalla storia di Royce e conservò l'idea della mappa. Ispirato da un altro racconto di Kafka (di cui parleremo nel prossimo articolo), spostò il luogo dove questa mappa fu realizzata dalla prosaica Inghilterra all'esotica Cina, proprio perché lontanissima nello spazio e nel tempo.

Ma la storia di questa storia non finisce qui.

Nel 2006, per l'introduzione alla sua raccolta di racconti Cose Fragili, Neil Gaiman riciclò una vecchia storia che aveva scritto e che ricorda da vicino sia la parabola di Royce che l'apocrypha di Borges. Ve ne propongo una traduzione mia, e me ne scuso in anticipo, dato che non ho mai acquistato il libro in italiano. Il racconto si intitola Il cartografo, o, meglio, Il creatore di mappe.
Si può riassumere al meglio una storia raccontandola. Capite? Il modo in cui si riassume una storia, a se stessi o al mondo, è raccontando quella storia. È un atto d'equilibrio, ed è un sogno. Più è accurata la mappa, più essa assomiglierà al territorio. La mappa più accurata possibile dovrebbe essere il territorio, e così sarebbe perfettamente accurata e perfettamente inutile.
Il racconto è la mappa che è il territorio.
Questo dovete tenerlo a mente.
C'era un imperatore della Cina, quasi duemila anni fa, che divenne ossessionato dall'idea di creare una mappa del territorio su cui si estendeva il suo governo. Su un'isola artificiale fece costruire la Cina in miniatura, con grande dispendio di denaro e incidentalmente anche di vite umane (poiché le acque erano profonde e fredde) in un lago all'interno della tenuta imperiale. Su quell'isola ogni montagna era un monticello di talpe, e ogni fiume il più piccole dei rivoli. Serviva una mezzora buona all'imperatore per fare tutto il giro della sua isola.
Ogni mattina, nella pallida luce che precede l'alba, cento uomini avrebbero guadato il lago e nuotato verso l'isola e avrebbero riparato e ricostruito con attenzione qualunque elemento del paesaggio che fosse stato danneggiato dal clima o dai passeri selvatici, o portato via dal lago; e avrebbero tolto e rimodellato qualsiasi territorio imperiale che fosse stato danneggiato nella realtà da inondazioni o terremoti o frane, per meglio riflettere il mondo così com'era.
L'imperatore si sentì soddisfatto della sua isola per la maggior parte di quell'anno, poi si avvide dell'insoddisfazione che cresceva dentro di lui e iniziò, nei momenti di dormiveglia prima del sonno, a pianificare un'altra mappa del suo dominio, in scala uno a cento. Ogni capanna e ogni casa e ogni palazzo, ogni albero e ogni collina e ogni animale sarebbero stati riprodotti in scala uno a cento della loro reale altezza.
Era un piano maestoso, che avrebbe prosciugato il tesoro imperiale per essere realizzato; e avrebbe necessitato di più uomini di quanti la mente umana ne possa contenere, uomini per mappare e uomini per misurare, agrimensori, addetti al censimento, pittori; avrebbe richiesto creatori di modellini, vasai, muratori e artigiani. Seicento sognatori di professione sarebbero serviti, per svelare la natura delle cose nascoste dietro le radici degli alberi, nelle più profonde caverne montane, e negli abissi del mare, poiché la mappa, per valere qualcosa, doveva contenere sia l'impero visibile che quello invisibile.
Questo era il piano dell'imperatore.
Una sera il suo Ministro della Mano Destra si lagnò con lui, mentre camminavano nei giardini del palazzo sotto una grossa luna dorata.
"Dovresti sapere, o Maestà Imperiale" disse il Ministro della Mano Destra, "che ciò che hai intenzione di fare è..."
E poi, avendolo il coraggio abbandonato, fece una pausa. Una carpa con le squame pallide infranse la superficie dell'acqua, rompendo il riflesso della luna dorata in cento frammenti che danzavano, ognuno a pieno diritto una piccola luna, e poi le lune si fusero in un unico cerchio di luce riflessa, dorato nell'acqua del colore del cielo notturno, che era un porpora così intenso che nessuno avrebbe mai potuto confonderlo col nero.
"... Impossibile?" chiese l'imperatore quietamente. È quando gli imperatori e i re sembrano più calmi che sono più pericolosi.
"Niente di ciò che l'imperatore desidera potrebbe mai plausibilmente essere impossibile," disse il Ministro della Mano Destra. "Sarà, comunque, costoso. Prosciugherai il tesoro imperiale per fare questa mappa. Svuoterai città e fattorie solo per ottenere il terreno su cui piazzare la tua mappa. Lascerai dietro di te un Paese che i tuoi eredi saranno troppo poveri per governare. Come tuo consigliere, verrei meno ai miei doveri se non ti avvertissi di questo pericolo".
"Forse hai ragione" disse l'imperatore. "Forse. Ma se dovessi ascoltarti e dimenticare la mia mappa del mondo, lasciarla incompiuta, essa infesterebbe il mio mondo e la mia mente e toglierebbe il sapore al cibo sulla mia lingua e al vino nella mia bocca".
E poi fece una pausa. Lontano nei giardini potevano sentire il canto di un usignolo. "Ma questa mappa" gli confidò l'imperatore, "è soltanto l'inizio. Poiché persino mentre essa sarà costruita, io già mi starò struggendo per pianificare il mio capolavoro".
"E quale sarebbe?" chiese il Ministro della Mano Destra, quietamente.
"Una mappa," disse l'imperatore, "dei domini imperiali, in cui ogni casa sarà rappresentata da una casa a grandezza naturale, ogni montagna sarà ritratta da una montagna, ogni albero da un albero della stessa grandezza e della stesse specie, ogni fiume da un fiume, e ogni uomo da un uomo".
Il Ministro della Mano Destra si inchinò alla luce della luna, e se ne tornò al palazzo imperiale a parecchi e rispettosi passi di distanza dall'imperatore, che era chiuso nei suoi pensieri.
È scritto nei registri ufficiali che l'imperatore morì nel sonno, e questo è vero fino ad un certo punto - sebbene qualcuno possa osservare che la sua morte non fu interamente non assistita; e il suo figlio più anziano, che divenne imperatore a sua volta, nutrì ben poco interesse in mappe e cartografia.
L'isola nel lago divenne asilo per i passeri selvatici e per tutti i tipi di uccelli acquatici, con nessun uomo che li scacciasse, ed essi beccarono fino a far crollare le piccole montagne di fango per costruire i propri nidi, e il lago erose la spiaggia dell'isola, e presto essa venne dimenticata completamente, e rimase solo il lago.
La mappa se n'era andata, e il cartografo, ma la terra sopravvisse.
In Gaiman rimane l'idea della mappa, e della mappa smisurata, e della Cina; e insomma è una specie di narrazione piana della nota di Borges. Anche, a inizio del testo inserisce una piccola battuta: tutti gli psicologi conosco l'aforisma di Alfred Korzybski per cui "La mappa non è il territorio, e non rappresenta tutto il territorio"; che invita, tra le altre cose, a tenere presenta la distinzione tra teoria e pratica individuale, e tra patologia sulla carta e patologia vissuta.



Siamo ormai arrivati alla fine di questo articolo, e al presente. Quattro anni fa avevo già letto queste tre versioni della storia (lo dico per non farmi bello delle idee degli altri); e pensando che fosse una bella storia, e che fosse una bella serie (non dimentichiamo che Borges e Gaiman sono due dei miei scrittori preferiti), decisi di contribuirvi anche io, per come potevo, nel mio piccolo. A dire il vero era solo un gioco tra me e me, ma questo ne è stato il risultato.
La prima volta che il racconto venne pubblicato fu su Lokee - il social network del fantastico, e lo potete ancora trovare a questo indirizzo. Si intitola Il Problema della Pagoda.
L’Imperatore Wu ordinò di costruire una pagoda. Questa pagoda avrebbe dovuto contenere un numero infinito di piani; in ogni piano, l’Imperatore aveva piacere che fosse allestito un riassunto, una breve rappresentazione di ognuna delle grandi attrazioni di cui si componeva l'Impero di Mezzo. Così, ad esempio, al primo piano un sistema di pulegge e acquedotti avrebbe dovuto simulare il Fiume Giallo, e un campionario di piante e animali ne avrebbe preservato l’ambiente; al secondo, un muro doveva essere contenuto tra quattro mura, e questo muro sarebbe stato la sconfinata Muraglia che proteggeva l’Impero dai mongoli. Viaggiando di piano in piano, l’Imperatore avrebbe potuto viaggiare di regione in regione e visitare tutti i suoi possedimenti. Certo le ambientazioni avrebbero dovuto essere costantemente aggiornate, perché l’Imperatore non si trovasse a giudicare un villaggio che era appena stato raso al suolo, o una miniera di rame che i demoni avevano prosciugato anzitempo. In questo modo le sue legiferazioni (che egli contava ormai di prendere all’interno della pagoda) non sarebbero risultate vane.
La realizzazione della pagoda richiese dodici anni e vasti progetti prima che l'Imperatore fosse chiamato a visionarla. Egli esaminò con piacere i piani di cui si componeva la sua opera; ma, arrivato all’ultimo, prese da parte i costruttori e li fece fustigare.
“Ma come”, sentenziò. “Vi ho ordinato di costruire una pagoda che racchiudesse tutte le meraviglie del mio Impero, e voi vi dimenticate la meraviglia più grande di tutte, che è la pagoda stessa?” Quindi, poiché era un sovrano generoso, rinviò la punizione che i costruttori giustamente meritavano e concesse loro di completare l'opera.
Quello posto dal Figlio del Cielo sembrava un problema insolubile: come riassumere un riassunto? Come sintetizzare un diagramma? Alla fine qualcuno propose che replicassero, in una stanza, tutte le altre stanze: non sarebbe stato difficile, ora che anche gli altri progetti erano pronti. Il suggerimento parve disorientare i più, ma alla fine venne accettato.
L'adeguamento della pagoda richiese sei anni. I costruttori avevano deciso di mandare a chiamare l’Imperatore, quando uno di loro, memore delle scudisciate dispensate dalla mano generosa dei soldati, osservò con prudenza che la pagoda non era ancora completa: avevano riprodotto la pagoda, ma ora la pagoda era cambiata e la riproduzione doveva essere a sua volta cambiata. La pagoda era, affermò, non più solo la pagoda, ma la pagoda cui era stata aggiunta la stanza della pagoda: secondo gli inappellabili dettami dell'Imperatore, così doveva essere rappresentata.
I lavori ripresero, instancabili; ma la conclusione preluse a un nuovo aggiornamento, perché ormai la pagoda conteneva la pagoda e una stanza che conteneva una pagoda con una terza pagoda, e così doveva essere rappresentata. I nuovi progetti raddoppiavano di volta in volta l'estensione, per star dietro all'innaturale crescita dell'opera.
Gli architetti e i muratori perirono durante l’infinita costruzione e le loro ossa furono trasformate in calce con cui continuare il loro lavoro. Anche l’Imperatore morì, e il suo successore si dimenticò della follia della pagoda che era infinita.
Un ordine dell’Imperatore non può essere revocato da altri. I figli degli architetti e dei muratori continuarono la costruzione della pagoda, e dopo di loro i loro figli. Ancora oggi, nei deserti della Cina, si narra di una setta di architetti, abbruttiti dall'incesto e dall'isolamento, che continua la costruzione di una pagoda infinita.
Il sogno che mosse un Imperatore ora è l'incubo di continue generazioni.


Nel mio racconto ho mantenuto l'idea della Cina e della mappa che si trovano in Borges, e della follia dell'imperatore di Gaiman; e ho re-introdotto quella del regressus, che era stata di Royce. L'idea della pagoda è un ribaltamento di quell'insegnamento di Hui Shi, per cui se dovessi dimezzare un bastone lungo un piede ogni giorno (quindi il secondo giorno dimezzare la metà del primo, e il terzo la metà del secondo), anche dopo diecimila generazioni me ne sarebbe rimasto comunque un poco da dimezzare. Queste riflessioni provocarono lo sdegno di Chuang Tzu.

Eccoci alla fine. Abbiamo seguito la storia di un paradosso, in prosa, per più di un secolo. La cosa migliore di questa serie è, mi pare, che essa diventa a sua volta, se non un paradosso, comunque una realtà ad infinitum: ognuno degli autori ha stimolato quelli successivi a ricrearla. Abbiamo quindi un segmento a cui, per virtù proprie, si aggiunge un altro segmento, e poi un altro, e un altro ancora; ma, al contrario della corsa di Achille e della Tartaruga, ogni segmento ha la stessa estensione del precedente. Non ci resta che vedere se questa tendenza si manterrà anche in futuro; potenzialmente, essa non ha necessità di interrompersi mai.

[La prossima settimana parleremo di un'altra serie di racconti e di un altro paradosso. Quindi, se non volete perdervi nulla, ricordate di visitare regolarmente questo blog e di iscrivervi alla nostra pagina FB. Basta un clic.]

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