mercoledì 18 maggio 2016

Prime volte

A volte mi capita, così, tra la notte e il dì, di fantasticare. È un'abitudine femminile, e infatti vi prego di scusarmi, giuro di non cascarci mai più. Questa volta però passatemela.
Ho provato a immaginarmi la prima storia che sia mai stata raccontata. Deve essercene una. Per raccontarla, sarebbe stato necessario possedere una lingua: dato che siamo umani, immaginiamo una lingua vocalica, e non, ad esempio, gestuale. Per averla, le aree di Broca e di Wernicke avrebbero dovuto essere abbastanza sviluppate, così come la conformazione della gola e la natura dell'ipoglosso avrebbero dovuto essere quelle corrette, suppergiù.
Immaginiamo quel nostro antenato, che forse non era un nostro antenato ma un nostro cugino, un Neanderthal ad esempio, che la sera teneva in braccio un cucciolo (o forse si dice un bambino?) sonnacchioso, davanti al fuoco, in mezzo a un cerchio degli altri membri della sua famiglia, i suoi fratelli e le sue sorelle e le donne rapite alle altre famiglie, perché anche allora il tabù dell'incesto doveva essere molto potente; immaginiamolo che racconta una storia per la prima volta. Immaginiamoci la sorpresa di scoprire che una lingua, oltre a poter veicolare semplici indicazioni relative al momento presente ("Guarda!" "Attento!" "Portami quella pietra, presto") potesse anche servire a comunicare un ricordo, a passarlo da una bocca a un orecchio, a trasformare come per magia quello che era Io in quello che è Noi. C'è stato un momento preciso, qualcosa da cui possiamo ricavare un prima e un dopo, o è stata una scoperta graduale, qualcosa a cui neanche dare peso mentre la si vive? Se è vera la prima ipotesi, dev'essere parso a quelle persone di aver scoperto la telepatia: la capacità di condividere in gruppo i pensieri di una sola persona. Cosa proveremmo noi se scoprissimo oggi la telepatia?
All'inizio le storie dovevano essere state cronache, fatti di caccia o suggerimenti dettati dall'esperienza; ma poi qualcuno deve aver parlato di progetti per il futuro. "Domani voglio cacciare là", non "Ieri ho cacciato lì". A pensarci, forse questi ultimi hanno preceduto i primi. Poi qualcun altro avrebbe, parlando, ideato il primo periodo ipotetico. Sarebbe nata la letteratura fantastica, la letteratura del What if...?. Mi chiedo chi fosse quella persona, se possiamo ragionevolmente chiamarla persona, e come si dev'essere sentito in quel momento. Come un dio che ruba il Fuoco agli dèi e ne fa dono agli uomini.


Salto in avanti. Ora sulla Terra c'è una sola specie umana e molte lingue. Immaginiamo un cantore, un aedo o magari un rapsodo, che viaggia per le città greche a guadagnarsi il pane. Esiste già quel nucleo di storie che, in futuro, verranno messe su carta e diventeranno l'Iliade e l'Odissea come le conosciamo, così come gli altri nostos e le altre storie degli dèi. Forse l'aedo - concediamoglielo stavolta - ha studiato alla Corporazione di Chio. Non so, ma non sarebbe strano.
Immagino che sia giunto in una città sull'orlo della guerra - quale non è importante. All'epoca la guerra non era infrequente come noi ce le immaginiamo. Avrà cantato qualcosa alle truppe accampate fuori dalla città, in attesa di partire, tra il momento in cui venivano passate in rassegna e quello in cui veniva dato l'ordine di mettersi in marcia. Io lo immagino così. Se è bravo nel suo mestiere avrà scelto qualche pezzo che possa ispirarli, che possa dar loro  coraggio: qualche epica battaglia, qualche episodio di cortesia tra nemici, qualche discorso del comandante alle sue truppe - e ce ne saranno stati molti, di frammenti come questi, nel suo repertorio. Poi, mentre sta accordando la lira, fatta col guscio di tartaruga e le corna di bue come prescritto da Orfeo, lo immagino guardare distrattamente una donna che va a salutare suo marito prima che lui parta. Non sa se lo rivedrà più (teniamolo a mente, perché aggiunge pathos alla situazione). La donna tiene in braccio un bambino - un po' come il Neanderthal aveva fatto millenni prima -, e il bambino, vedendo il pennacchio sull'elmo del padre, si spaventa e si mette a piangere. I due ridono, inteneriti, e subito il padre si toglie l'elmo per rassicurare il bambino: ecco, sono io, mica un mostro.
Chissà cosa deve avere provato l'aedo in quel momento. Decise subito di inglobare quell'episodio nel suo repertorio, o l'idea gli sarebbe venuta dopo, riflettendoci con calma? Decise subito di chiamare la donna Andromaca e il figlio Astianatte? Fu tutta opera sua - cioè, quei personaggi nacquero solo per permettergli di raccontare quella storia -, o adattò dei personaggi precedenti sulle persone che aveva appena visto? Capì, in quel momento, di essere, forse per la prima volta nella storia del mondo, Omero? E cosa provò?


Nessun commento:

Posta un commento