giovedì 21 aprile 2016

Paolo Semelli, o della poesia

Quarto appuntamento con le interviste pissicologiche a metà tra arte e psicologia. Per sapere di cosa tratta questa rubrica, vi prego di dare un'occhiata qui. Per vedere gli altri articoli, vi basterà cliccare qui. Tutto chiaro? Tutto a posto? Sto tranquillo? Si proceda, allora.
Quest'oggi parleremo di poesia insieme al Dott. Paolo Semelli, che oltre agli studi di psicologia ha portato avanti un percorso parallelo legato al mondo della quinta arte. Tra i risultati che ha conseguito c'è stata la pubblicazione di una raccolta, Un passo sul vuoto, di cui potete trovare qui una bellissima recensione.
Ora, come siamo soliti dire, bando alle ciance e iniziamo con le domande. Aspettate, siamo soliti dirlo?

Da quanto tempo scrivi? Cosa ti ha spinto a iniziare? E qual è stata, se la ricordi, la tua prima poesia?
Copertina del libro
Scrivo “volontariamente” da quando ho quattordici anni. Ho cominciato con piccoli racconti agghiaccianti; la poesia è arrivata molto dopo, intorno ai diciassette anni. I racconti scaturivano dalla profonda necessità che credo sia propria di ogni adolescente di esprimere creativamente le proprie turbolenze interiori. Col tempo i miei racconti hanno subito una profonda metamorfosi, che li ha portati a diventare pian piano “poesia”, anche se non amo classificare in questo modo le mie produzioni. La prima poesia a tutti gli effetti si intitolava “Tace” ed è presente nella mia raccolta Un passo sul vuoto (qui, qui, qui e qui i link all'acquisto - NdPsicologiaeScrittura): ho voluto inserirla come prova tangibile di quella metamorfosi.

I tuoi studi di psicologia hanno influenzato la tua teoria estetica? Qual è, se c'è, il punto di contatto tra psicologia e poesia?
Credo che ci sia stato uno scambio molto profondo tra ciò che ho studiato e quello che scrivo ancora oggi: da una parte questa ricerca interiore quasi sfiancante mi ha certamente condotto sulla strada della psicologia, che a sua volta mi ha portato a perfezionare le chiavi di lettura della realtà e di tutto ciò che circonda la dimensione interiore. Non è un caso che la mia raccolta sia uscita proprio in concomitanza con la mia laurea in psicologia: sentivo di aver concluso un percorso che per me superava la pura didattica.

Tu hai pubblicato una silloge di poesie, qualche tempo fa - cosa quasi impossibile, qui in Italia, mi pare di capire. Ci piacerebbe che ce ne parlassi.
Ho pubblicato una silloge e l'ho fatto a spese di un editore che ha fin da subito creduto in me e che non smetterò mai di ringraziare, Acar Edizioni. L'Italia è un paese strano, si dice ci siano più scrittori che lettori, e io credo sia in parte vero. Purtroppo il mercato della poesia attualmente è un po' stagnante, servono editori incoraggianti come il mio per poter arrivare a pubblicare un libro come Un passo sul vuoto. Le grandi librerie preferiscono non tenere in giacenza raccolte poetiche di emergenti. Il mio non è un best seller, ma ho incontrato molte persone che sono state felici di leggermi e credo che questa sia la soddisfazione maggiore che possa arrivare da un lavoro del genere.

E ora, la vexata quaestio: secondo il tuo parere tecnico, come si fa a riconoscere il valore intrinseco di una poesia? Io come posso, cioè, distinguere un lavoro di Dylan Thomas da uno di Francesco Maria Muzzalani, il mio barbiere all'angolo che ha pubblicato una raccolta con youcanprint?
L'autore
Questa è una domanda che mi fanno in molti e che io stesso mi sono fatto molte volte. Capita anche a me di leggere poeti molto affermati e acclamati dalla critica e di pensare “Con trentamila lire il mio falegname la scriveva meglio”. Non credo ci siano metri di misura efficaci in questo caso, viviamo in un tempo in cui la metrica classica si è evoluta fino a scomparire. Io lavoro molto sulla musicalità e sul ritmo dei miei componimenti, cercando di non soffocare troppo il logos a cui voglio dar voce: a volte ci riesco e altre volte (quasi tutte in verità) straccio il foglio, spengo la luce e vado a dormire. Ciò che il mio grande maestro Marco Ceriani ha cercato di inculcarmi è la necessità di possedere un linguaggio poetico proprio, che si può formare solo attraverso lo studio dei poeti maggiori. Credo che la differenza tra un poeta ed un “verticalizzatore di prosa” sia tutta lì, nella cura del linguaggio e nel logos a cui dar voce.

C'è qualcosa che vorresti dire ai giovani psicologi che ci stanno leggendo? E ai giovani poeti?
Voglio ringraziare te e loro per il tempo concessomi. E poi solo un piccolo suggerimento che credo mi abbia fatto molto bene negli anni: non scrivete per pubblicare o per chiudere tutto in un cassetto, scrivete perché siete vivi e una vita sola non vi basta. Un suggerimento che può essere applicato anche agli studi, per forza di cose. In bocca al lupo!

Grazie a te per esserti prestato. Arrivederci!

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