mercoledì 13 aprile 2016

C'era una volta un blog - Explained

Il primo post della rubrica "C'era una volta un blog" ha riscosso un relativo consenso, per quel che posso ricavare dai commenti presenti su FB. Ma alcuni lettori hanno anche sollevato certe perplessità che mi preme di chiarire. In generale credo siano state frutto di una scorretta lettura del testo. Così, per evitare che queste cose possano accadere di nuovo - almeno nell'ambito di questa rubrica -, ho pensato di portarvi a esempio proprio quel testo, e di spiegarvene i nodi più controversi. Vedrete che la prossima volta, se terrete a mente di leggere ciò che è scritto e di non considerare a priori che un discorso diretto sia sbagliato, vi sembrerà tutto molto più chiaro. Che poi non siate d'accordo col contenuto, sacrosantissimo; ma almeno non sarete d'accordo con quello che è stato scritto, non con quello che vorreste aver letto. Vamos a cominciar:

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Qualche giorno fa me ne stavo in giro coi miei amici, quando una ragazza, parlando di non so più quale prodotto fantasy, probabilmente qualche distopico adolescenziale (Maze Runner Divergent o chissà che altro) (attenzione! Questo è un esempio da cui scaturisce il ragionamento. Non è una prova né una statistica. Non deve esserlo. Si tratta di un pretesto. Il distopico è un genere di fantascienza, che PERSONALMENTE - e, con me, varie autorità tra le quali Ursula Le Guin - considero una parte della fantasy. L'esempio mantiene comunque un certo valore, anche dividendo fantasy e fantascienza, perché è uno Young Adult, il genere di riferimento del mio discorso. Potete comunque sostituirlo con un altro delle decine di esempi che sono sicuro vi verranno in mente), ha detto che alla fine della saga c'era sì una battaglia, ma che era normale - semper in tutti i fantasy alla fine si trova una battaglia (attenzione! La mia amica parla di tutti i fantasy, non io. Io seguo il suo incipit, perché è proprio qui che si trova l'errore che vorrei correggere. Un altro motivo per cui l'aneddoto è valido).
Cos'hai detto, per Crom?
Ora, la mia amica (che saluto) confondeva un cliché con una regola. Un errore come tanti. Vero che i primi fantasy tolkeniani, a cui di solito si guarda erroneamente come alla sorgente di tutto il genere, hanno grandi battaglie finali (Lo HobbitIl Signore degli Anelli - e anche dall'altra parte della barricata rispetto a Tolkien, Il Leone, La Strega e L'Armadio(attenzione! Il mio discorso non è un'accusa ai fantasy tolkeniani. Si parla di Tolkien e Lewis solo come finte auctoritas per un'erronea applicazione delle regole: il discorso è che a molti potrebbe sembrare che, solo perché loro hanno inserito battaglie finali tra Bene e Male in romanzi che sono obiettivamente magnifici, allora è necessario che ci sia sempre una battaglia finale tra Bene e Male. Anche, si suggerisce che Tolkien viene considerato spesso da questi cattivi autori l'unico metro di paragone possibile per i fantasy), ma questo perché si rifanno a una tradizione epica che riconosceva nel culmine della vita guerriera la massima realizzazione di un uomo. Noi possiamo capirli e pensare ai personaggi che troviamo nell'Iliade - già meno se pensiamo a quelli dell'Odissea. Anche noi, cioè, abbiamo dei riferimenti letterari sempre validi in tal senso (attenzione! Non sto dicendo che Tolkien è uguale a Omero. Non sto neanche applicando l'epica omerica al fantasy. Sto usando Omero per chiarire con un parallelo familiare ai miei lettori il concetto di epica guerriera, comune all'humus germanico e norreno che è una - UNA - delle fonti di Tolkien. Se siete d'accordo col fatto che 1) nell'Iliade vige una certa logica di tipo guerriero, una ricerca del valore che è un valore guerriero e che si estrinseca in battaglia; 2) nelle saghe germaniche e nei frammenti inglesi pre-normanni si può trovare un tipo di logica guerriera simile, in cui si conferisce un particolare valore alla guerra e alla battaglia; 3) l'antica letteratura dei popoli del nord ha avuto un'influenza sul lavoro di Tolkien, allora siete perfettamente d'accordo con me. Le vostre rimostranze, se ce ne sono, dovrebbero concentrarsi su altro).
La battaglia finale, o l'epica guerriera dell'Heroic Fantasy e dello Sword&Sorcery, sono perciò scelte narrative legittime (attenzione! Come vedete, non sto condannando la scelta di finire un romanzo con una battaglia), ma da qui a dire che sono le uniche accettabili ne passa. Tanto più che, ne sono sicuro, il pensiero della mia amica riecheggia quello delle centinaia di autori di fantasy cheap che affollano le nostre librerie (attenzione! Portare esempi di ottimi fantasy che evadono da questa tendenza non smentisce il mio post, che tratta solo i fantasy cheap/Young Adult che affollano le nostre librerie. Oltre a questo CHIARO riferimento, da notare che tutti i titoli usati appartengono al filone dello Young Adult, compresi quelli fittizi, inventati appositamente per chiarire a quali tipologie di romanzi mi stessi riferendo. Fantasy cheap è definito? No, ma è, credo, comprensibile per chiunque legga il post, che non è un articolo divulgativo e quindi non è obbligato a spiegare ogni concetto che usa. Di questo parleremo di nuovo tra un attimo): la battaglia finale tra il bene e il male ci vuole, son le regole, #ecchescherziamoveramente. Da qui gli altrimenti inspiegabili Le Cronache della Strega di Marzandon, Il Ciclo dell'Arma di Luce, La Tetralogia della Ragazzina Molto Speciale che Quasi da Sola Abbatté il Generico Regime Dittatoriale (tutti editi dalle Edizioni Barnaba, naturalmente), prevedibili, con lo stesso intreccio che si propone e si ripropone in eterno.

Insomma, qui c'è qualcosa di talmente ripetitivo, negli ultimi anni, che è diventato regola assoluta. Intere generazioni di lettori/scrittori che non sanno neanche che i finali sono una scelta libera, e che la Fantasy, persino la High Fantasy, può evolversi in mille trame diverse - non una eternamente uguale (per l'importanza dell'originalità in letteratura, e in particolare nella letteratura fantastica, vi rimanderei qui, così evito di ripetermi). Se per sbaglio a queste persone capitasse in mano un fantasy o un fantascienza diverso da quello a cui sono ormai da tempo abituati, lo chiuderebbero disgustati e correrebbero a comprarsi l'ennesimo clone di Hunger Games.
A volte penso che la letteratura stia morendo. Che stia venendo lentamente assassinata dai peggiori Young Adult o da questa generale mancanza di originalità - finale ripetitivo o meno. Quindi consoliamoci un po', alla maniera di quei giovini che stanno rovinando tutto quello che amiamo. Non ci resta altro da fare.


(Questa è una rubrica personale. Potete rispondere esponendo la vostra opinione, dati alla mano o meno, ma prima di partire tenete a mente che sto parlando per impressioni. Ripeto: questa è una rubrica personale all'interno di un blog personale.) (attenzione! Questo passaggio ha il compito di chiarire che il precedente non è un post divulgativo o didattico. Per questo non mi sono soffermato su Tolkien, su Omero o sulla definizione di fantasy cheap: perché si tratta solo di suggestioni per far arrivare un messaggio, di veloci input che mi servivano per farvi capire quel che penso. Lo ripeto: valutare il contenuto di questo post come se fosse un articolo divulgativo - ce ne sono su questo blog, ma non è questo il caso - significa non aver chiara la differenza tra una lezione e un dialogo tra pari.)

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Non credo di essere il primo blogger a cui sono state imputate generalizzazioni o affermazioni che non si è mai sognato di fare. Ho cercato di rendere chiaro il mio pensiero, anche soffermandomi troppo su certi argomenti, ma evidentemente non è bastato. La mia impressione è che molte persone che posseggono una conoscenza più o meno generica di un argomento - ad esempio la letteratura -, aprano un blog con la certezza che la persona che ne ha scritto ne sappia meno di loro. Finiscono quindi per interpretare tutto al peggio possibile, invece di concedere quel minimo di stima umana che permetterebbe di capire il ragionamento senza problemi. Tra l'altro col cuore del post, che riguarda il problema della ripetitività di certi fantasy dozzinali, si sono trovati TUTTI d'accordo. Ciò detto, criticare è sia un diritto che un dovere, per dir così, e se avessi scritto delle cialtronerie dovrei essere duramente corretto - il problema è quando sono corretto per cialtronerie che non ho scritto. 
Invito comunque gli altri blogger, che un giorno si troveranno di nuovo a dover spiegare a un lettore disattento la differenza tra ciò che è stato scritto e ciò che è stato interpretato, e tra un articolo divulgativo e una rubrica di veloci impressioni, a postare queste righe. Perlomeno dimostrano quanto sia facile essere fraintesi dai lettori.

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