sabato 5 marzo 2016

Vivere (d)i libri (dicembre 2015 - febbraio 2016). Secondo tempo

Secondo appuntamento con le recensioni brevissime di dicembre/febbraio. Ma tanto brevi che ho dovuto dividerle in due parti [ecco la prima]. 

Evviva, la seconda parte!

Le avventure marinaresche mi hanno sempre interessato. Come tanti altri ragazzi, il primo romanzo "serio" che io abbia mai letto è stato L'Isola del Tesoro di Stevenson. Poi sono venuti Cuore di Tenebra, scoperto per un gioco di citazioni in EliotMoby Dick e certe storie marinaresche di Kipling... Accanto a questi giganti non sfigura Il Porto Proibito, scritto da Teresa Radice e disegnato dal suo compagno Stefano Turconi.
Avevo fatto resistenza, prima di acquistare questo fumetto. La storia, quella del naufrago misterioso senza memoria, aveva la pesantezza del già visto. Eppure, dopo aver letto tre o quattro recensioni entusiaste, ho deciso di dar fiducia al titolo. Ogni tanto mi prende la smania di contribuire al finanziamento del fumetto italiano - e ogni tanto il fumetto italiano se lo merita pure.
In effetti la storia in sé non è particolarmente originale; non ci sono colpi di scena in nessuna delle sue trecento pagine. La vera identità del naufrago si intuisce perfettamente già verso pagina trenta, forse una quarantina di pagine prima che gli autori inizino a disseminare i loro indizi. I dialoghi, poi, sebbene molto più avanti rispetto a quelli Bonelli, con cui, trattandosi di fumetto italiano, è facile fare il confronto [vedi qui] (arricchiti come sono di reali volgarità, e spesso sospesi in favore di un tipo di narrazione esclusivamente visiva), suonano spesso innaturali, preparati e infarciti di spiegoni. Persino l'antagonista finale sembra mal gestito, gettato nella mischia proprio perché qualcuno da incolpare ci voleva (non ne parlo qui per evitare spoiler).
Ma dov'è allora la forza di questo libro? Nell'imbastitura delle scene nautiche, nel lavoro di ricerca maniacale di Radice, nella storia d'amore tra Rebecca e Nat (anche questa, a livello di trama, già vista; eppure nell'amore di questi due personaggi c'è qualcosa di sincero e di innocente che li rende il vero centro della storia), nelle ultime pagine davvero ben gestite e negli splendidi disegni di Turconi, che da soli varrebbero il prezzo del volume. Consigliato? Decisamente consigliato.

Per Natale mi sono fatto un regalo: ho riletto il primo libro della saga di Harry Potter. Credo onestamente sia il meglio riuscito, perché non è ancora appesantito dal tentativo di renderlo un prodotto per ragazzi più grandi.

Sia chiaro, Harry Potter è uno dei migliori libri per bambini in circolazione. Forse solo Peter Pan e Wendy di James Barrie può reggere il confronto. E in particolare La Pietra Filosofale: l'inizio è avvolto nel mistero, chi sarà che manda tutte quelle lettere, cosa c'è di strano in Harry, e la sorpresa di scoprire che quello scricciolo è in realtà un mago e che esiste un'intera società di maghi...!  Per non parlare poi delle meraviglie che attendono Harry a Hogwarts, da far fantasticare un ragazzo per mesi e mesi.
Il target naturale di questa storia sono i ragazzi preadolescenti. Ed essendo un romanzo per preadolescenti, La Pietra Filosofale segue le normali regole dei romanzi per preadolescenti: la logica e la consequenzialità dell'azione sono secondarie all'ottenimento del senso di meraviglia, e solo tenendo a mente questo lo si può giudicare. Con buona pace, ad esempio, di Gamberetta, che su Harry Potter ha scritto un giudizio per una volta poco condivisibile.
Lo stesso approccio è in parte mantenuto nei libri successivi, che la Rowling ha cercato di rendere via via più dark: sono libri eccezionali, consigliatissimi, ma spesso privi di una rigida coerenza interna. Legioni di critici di belle speranze hanno fatto notare che le GiraTempo, ad esempio, sono armi eccezionali che però non vengono mai usate contro Voldemort, e in compenso vengono affidate a giovani streghe incapaci di organizzarsi un piano studi: questo, e infatti qui i critici sbagliano, non era importante finché si parlava del Prigioniero di Azkaban, ma è invece diventato importantissimo quando nella società della magia la Rowling ha introdotto la guerra aperta. Quando cioè ha cercato di rendere più adulto il suo mondo. È stata quindi costretta a distruggere tutte le GiraTempo durante l'incursione al Ministero della Magia, proprio per evitare che qualcuno le usasse, con effetti poco apprezzabili sulla storia (se torno indietro nel tempo e sconfiggo Voldemort prima che diventi un mago malvagio, ad esempio, cancello in un sol colpo centinaia e centinaia di pagine che i lettori hanno amato). Un altro esempio del tentativo di adultizzare i libri della saga è la scoperta dell'impossibilità per i maghi di creare il cibo: credo - qualcuno mi corregga se sbaglio - se ne parli per la prima volta solo nei Doni della Morte, perché alla Rowling serviva un modo per rendere più angosciante il viaggio di Harry, Ron ed Hermione. Prima non era importante che i maghi potessero o meno creare il cibo: certo, a ragionarci si poteva già intuire che, avendo bisogno di lavorare per vivere, la loro magia non doveva comprendere il soddisfacimento dei bisogni fondamentali; ma a dire il vero a nessuno importava, perché l'unica cosa che contava all'epoca era quanto fosse meraviglioso che i maghi lavorassero nelle loro buffe postazioni, e che il cibo apparisse da solo... per magia nei piatti della Sala Grande di Hogwarts!
  
Massimo Gramellini, in una rubrica che mi spiace manchi da un po' su Tuttolibri, consigliava di acquistare questo volumone. Io gli ho dato retta. È stato il primo libro di Emmanuel Carrère che io abbia mai letto, ma sono certo che non sarà l'ultimo. La scrittura è piacevolissima, l'argomento interessantissimo e, sebbene l'autore pecchi di eccessiva fantasia, nel suo tentativo di ricostruzione storica, almeno non si vergogna ad ammetterlo.
Il Regno tratta delle prime comunità cristiane, della Chiesa delle origini, della Guerra Giudaica e di San Paolo e San Luca Evangelista. Tralasciando la prima parte del volume, autobiografica, in cui l'autore parla della propria personale esperienza religiosa, Il Regno è davvero un libro-rivelazione (e anche nella prima parte, la figura mastodontica della tata dei figli di Philip K. Dick, in seguito assunta dallo stesso Carrère, basta a salvare il salvabile).
Consigliato, allora? Consigliatissimo. Prossimo libro? Direi L'Avversario!

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