giovedì 31 marzo 2016

La spiegazione più semplice

"[...] Perché su entrambi i lati dell'Atlantico si trovano piramidi?"
"Perché è più facile costruire piramidi che sfere. Perché il vento produce le dune a forma di piramidi e non di Partenone".


martedì 29 marzo 2016

I topolini di Mr. Pertersen


Tutti i topi sognano di vivere al sicuro e di prosperare, ma questo desiderio è difficile da esaudire in un mondo crudele e popolato da temibili predatori. Per questo motivo è stata creata la Guardia d'Onore. La resistenza contro una donnola feroce nel corso dell'Inverno 1149 mise fine a un lungo periodo di scontri [...].

Così si apre lo splendido libro di David Petersen, Guardie d'Onore (Mouse Guard nell'originale). A fumetti, un po' Mrs. Frisby and the Rats of NIHM un po' avventura cavalleresca d'antan, con molta azione e poche perdite di tempo, questo fantasy, benché datato, è un raggio di sole in un panorama che troppo spesso appare desolato.
Il ritmo della storia, quell'alternanza di disegno e parola scritta, ricorda Mike Mignola (e in effetti Petersen ci dice apertamente che la sua scrittura è stata influenzata da Mignola). Guardie d'onore è ambientato alla fine dell'autunno del 1152, è diviso in più capitoli, e ci parla di una società nascosta di topi e di piccoli eroi impelagati in avventure straordinarie. I personaggi sono tutti ben tratteggiati, i dialoghi verosimili, il disegno interessante. La trama scorre liscia, senza colpi di scena; ma è una trama onesta, soprattutto dato che si tratta di un libro per bambini.
Il libro è del 2007 e in Italia è stato pubblicato dalla DeAgostini. Non credo - e dico credo, senza prove! - che sia stato un successo commerciale, perché l'ho trovato, dai 14 e 90 iniziali, scontato a 5 euro quasi dieci anni dopo. All'estero invece è stato molto apprezzato: nel 2008 ha vinto un Eisner Award, probabilmente il più importante riconoscimento del settore, e nel 2015 un Harvey Award. Dal libro è stata tratta una serie - attualmente tre libri e cinque spin-off, che mi affretterò a comprare, più un volume di disegni e behind the scenes - e un gioco di ruolo, il Mouse Guard Roleplaying Game.


Immagine presa dal tumblr di David Petersen,
davidpetersenart.tumblr.com
Vedo che su IBS sono già disponibili i tre volumi della saga principale e uno degli spin-off. Sono editi da Panini Comics, non dalla DeAgostini, che probabilmente ha mollato il colpo per... motivi; e portano il nome originale di La Guardia dei Topi.
Da leggere? Sì, ma solo se vi piacciono i bei fumetti!

sabato 26 marzo 2016

Paolo Poli, 25 marzo 2016

Abbiamo già parlato qui di Paolo Poli, neanche tanto tempo fa. Se volete conoscerlo, a quest'ora il web dovrebbe già offrire articoli dettagliatissimi - tutti che riportano come fosse uno dei primi vip dichiaratamente gay e la battuta che fece sul matrimonio omosessuale. C'è qualcosa di deprimente nel leggerla quindici volte di seguito. In questo articolo mi piacerebbe invece presentarlo a chi di voi abbia avuto la sfortuna di non conoscerlo quando era in vita. Un errore a cui non si può più rimediare.
Caro lettore, ecco Paolo Poli.

...

Iniziamo con la famosa intervista fatta a Poli durante Le Invasioni Barbariche.





Paolo Poli, ormai settantaduenne, nello spettacolo Aldino, mi cali un filino?florilegio di poesie e racconti da Aldo Palazzeschi, una delle sue molte e grandi passioni.



Tratta dallo spettacolo L'asino d'oro, adattamento dall'originale di Apuleio.



Da Babau '70, programma in quattro puntate che è la summa del lavoro di Poli fino a quel momento. Babau, che metteva alla berlina i vizi dell'italiano medio, fu censurato dalla Rai e trasmesso solo sei anni dopo la registrazione (1970 - 1976). In una delle puntate fu ospite anche Umberto Eco.


...

Questi sono solo alcuni esempi, pochi, di cos'era Paolo Poli, di com'era fatto Paolo Poli. Fortunatamente internet è piena di video che lo riguardano, così come ora sarà piena di articoli. Vi invito a cercarli, a guardarli, a leggerli, a ricordarlo. 
Questo è, purtroppo, un articolo commemorativo. Se ancora non lo aveste capito, Paolo Poli è morto il 25 marzo 2016, appena qualche ora fa.

venerdì 25 marzo 2016

I nudi fatti


Questo post, che mi ha intasato la bacheca Facebook per una settimana, cosa dovrebbe dimostrare?
Le cose non devono essere avvenute realmente per essere vere. Le storie e i sogni sono verità rivestite d'ombra che sopravviveranno quando i nudi fatti saranno polvere, cenere, oblio.
[Neil Gaiman, Sogno di una Notte di Mezza Estate]

E non voglio più sentirne parlare!

...


(Questo per dire: è importante conoscere la realtà e saperla distinguere dalla menzogna, anzi importantissimo; ma noi non abbiamo esperienza diretta della realtà. Noi non siamo il prodotto di quello che ci succede e di altri fattori. Siamo il prodotto di cosa interpretiamo mentre ci succede. Qui si entra in un altro ambito, più vasto, che non è il messaggio di questo post. Il punto è che sfumeggiante o spumeggiante che sia non cambia quello che abbiamo provato quando abbiamo visto il film, e di certo non cambia il fatto che la seconda parola, non la prima, sia entrata nel vocabolario di tutti i ragazzi e le ragazze che sono vissuti negli anni '90. Il che, se ci pensate, è una cosa abbastanza spumeggiante!) 

giovedì 24 marzo 2016

The once and future Superman

They could be a great people, Kal-El. They wish to be. They only lack the light to show the way. For these reason above all, their capacity for good, I have sent them you... my only son.



lunedì 21 marzo 2016

Marco Redaelli, o dello scrivere un romanzo

Eccoci al secondo appuntamento con le interviste psicologiche (per sapere cosa sono e leggere la prima, cliccate qui). Stavolta, dopo una psicologa-pittrice, sul blog ospitiamo uno psicologo-scrittore, il Dott. Marco Redaelli, che ci parlerà di narrativa di prosa e di romanzo. Quindi basta con le chiacchiere e via con l'intervista!


L'autore e il suo spleen
Innanzitutto volevo rassicurarti: non ti farò quelle domande stupide che si fanno sempre agli scrittori, come "Perché scrivi?" o "Da dove trovi le idee per le tue storie?". Cominciamo piuttosto a parlare di quando hai iniziato a scrivere: quanti anni avevi, qual è stata la tua prima storia...
La risposta in realtà è abbastanza noiosa. Avevo undici anni, ero al centro commerciale e mi annoiavo a morte. Allora ho pensato di inventarmi una storia per passare il tempo: era una storia copiata da tutti i libri e i cartoni animati su cui avevo messo le mani fino a quel momento. C’erano pirati, prescelti, spade magiche e draghi. Era una storia banalissima, ma era mia. Tornato a casa mi sono messo a scriverla. Ho scritto centinaia di pagine prima di rendermi conto che era monnezza. Ho cestinato tutto e sono ripartito da capo, ma nel frattempo avevo imparato due o tre cosine utili.

Tu sei laureato in Psicologia dello Sviluppo e dei Processi Educativi. I tuoi studi nel campo della psicologia hanno influenzato in qualche modo la tua scrittura?
Assolutamente sì! Credo che mi abbiano portato a dare più attenzione al modo in cui costruisco i personaggi. Chi è il mio personaggio? Cosa pensa? Perché è diventato così? Sono i personaggi che muovono le mie storie, e sono anche la cosa che mi interessa di più raccontare. Cerco sempre di fare attenzione sia alle emozioni che provano in un determinato momento sia ai loro desideri.

Parlaci del tuo ultimo lavoro (di scrittura).
L’ultimo romanzo che ho pubblicato si intitola Una Fiaba d’Inverno [qui il link per l'acquisto. NdPsicologiaeScrittura], ed è edito dall’Associazione Culturale I Doni delle Muse. È un romanzo che si ispira  alle leggende popolari e alle fiabe di tutto il mondo: racconta di un ragazzo che per realizzare un desiderio perde la sua umanità, e del viaggio che deve compiere per ritrovarla. È una storia che parla di magia, di neve, di folletti e di noci, ed è tutta ambientata a cavallo fra il mondo reale e il mondo delle fate, dove la magia corre libera e ogni patto è per sempre vincolante. Mi sono divertito a riprendere i lati più oscuri delle fate per tratteggiare i miei personaggi, e ancora di più a rendere la storia di ciascuno di loro una storia di crescita.

A cosa stai lavorando adesso (idem)?
Al momento sto lavorando a tre progetti! Non dedico a nessuno di loro nemmeno la metà del tempo che meriterebbero, ma piano piano ognuno di loro sta prendendo forma.
Copertina di Una Fiaba d'Inverno
Il primo è un libro illustrato (da Martina Sesti, che è un’illustratrice bravissima [qui il link per la sua pagina ufficiale Facebook. NdPsicologiaeScrittura]!) per bambini dai 3 ai 6 anni e che parla della paura. Che cos’è? Come si manifesta? Come fare quando si ha paura? La mia tesi di laurea magistrale riguardava i bambini in età prescolare e le loro emozioni, e ho deciso di sfruttare quello che ho imparato per scrivere questo libro.
Sto inoltre collaborando alla stesura di una sceneggiatura su un film che parla di solitudine, e parallelamente sto scrivendo un romanzo che racconta di fantasmi e di storie d’amore finite male.

Quindi perché scrivi?
Beh, perché no? Scrivere mi fa sentire bene. È bello costruire le trame delle storie, lavorare alla crescita dei personaggi, pensare ai dialoghi. Scrivere mi permette sia di comunicarmi agli altri che di capirmi meglio, è uno strumento di autoanalisi potentissimo.

Da dove trovi le idee per le tue storie?
Ho un troll che vive sotto al mio letto, per quanto la cosa sia fastidiosa e poco igienica. Alla fine di ogni giornata gli racconto quello che ho fatto e lui in cambio mi racconta una storia. Prendo un po’ delle storie che racconta lui, un po’ di quelle che vivo io, le mischio e ne tiro fuori qualcosa di nuovo che poi vado a scrivere.

Vuoi dare qualche consiglio agli aspiranti scrittori che ci stanno seguendo? E agli aspiranti psicologi?
Mi considero io stesso aspirante scrittore e aspirante psicologo, quindi non sono nella posizione migliore per dar consigli! Agli scrittori auguro di leggere molto, scrivere molto e sopratutto di divertirsi un sacco mentre lo fanno. Agli psicologi di tenere duro.

Ti ringrazio per la tua disponibilità, e ti auguro di realizzare presto tutti i tuoi progetti. Arrivederci!
Grazie a te, alla prossima!

Freud approva questa intervista
A tutti i nostri lettori consiglio il romanzo di Marco, Una Fiaba d'Inverno (qui vi ripeto il link all'acquisto, casomai vi prendesse la voglia). Contiene alcuni passaggi splendidi, e alcuni personaggi indimenticabili. Piuttosto che spendere quei quindici euro per l'ennesimo distopico adolescenziale, io comprerei questo libro senza pensarci due volte. Anzi, io l'ho già fatto ^__^
Se vi è piaciuto l'articolo, condividetelo sui social con i pulsanti qui sotto, o commentatelo come volete. Per altre interviste a metà tra psicologia e arte, tenete d'occhio il nostro blog!

lunedì 14 marzo 2016

La poesia è davvero soggettiva?

«Se non si fa qualcosa per fermare quest'alluvione di mediocre poesia, l'arte del verso diventerà non soltanto superflua ma ridicola. La poesia non è una formula di cui migliaia di fanciulle svaporate e ragazzotti ignoranti si possano impadronire in una settimana, senza alcuna preparazione, e il solo fatto che oggi sia praticata con tanta e universale disinvoltura basta a dimostrare che qualcosa si è deteriorato, nei nostri criteri di valore [...]»

A parlare non sono io ma Edmund Gosse, sulle pagine del Sunday Times del 30 maggio 1920. 1920: come a dire che il problema della brutta poesia non è poi tanto recente... forse a noi sembra perché è stato acutizzato da internet. Ma cos'è la poesia? Come si valuta la qualità di una poesia? Come si fa a dire: questa è bella, questa no? Ecco, affronteremo l'argomento anche in una delle interviste psicologiche che abbiamo in programma per il blog, ma qui ve lo anticipo. Molti illuminati autori hanno parlato prima di me della poesia e di come leggerla (William Wordsworth, T.S. Eliot e Harold Bloom tra gli altri); ma a che servirebbe citare loro o Mallarmé, Verlaine, Borges? Spiegherò il mio ragionamento, piano e semplice, e se è buono nessuna autorità lo renderà migliore, se è cattivo nessuna autorità potrà salvarlo. 

L'ARTE DEL SOGGETTIVO
Per parafrasare Gli Incredibili "Se ogni cosa è arte, allora niente lo è".
Anche se si è tentati di liquidarla, non è una riflessione da poco
Col fatto che di gusti personali non è lecito discutere, siamo tentati di pensare che l'arte in sé non possa essere mai giudicata. Risolviamo dicendo che ogni cosa, se può trovare un pubblico, è un prodotto artistico... Il che significa che ogni cosa è arte (non in senso dadaista o secondo i criteri dell'arte concettuale: non c'è una teoria forte dietro questa posizione, ma solo pigrizia intellettuale).
I motivi per cui l'arte, in Italia, viene fagocitata nella macrostruttura del soggettivo non riguardano questo articolo. Nel corso degli anni, comunque, questo lassismo della critica ha creato da solo i propri temibili anticorpi: le recensioni e le riflessioni sulla scrittura, spesso polarizzate in senso opposto, di Gamberetta, del Duca di Baionette, di Knight & Princess e del loro seguito [qui e qui un dialogo col Duca che spero troviate interessante].
La gran massa dei poeti che indichiamo con Gosse, insomma, pensa che basti l'emozione per fare poesia; l'emozione e una serie di enjambement. Qualunque opera, in quanto frutto ed espressione dell'anima dell'uomo, secondo loro andrebbe considerata alla stregua dell'arte. Ma invito chiunque a fare un giro su internet cercando alcune delle poesie di questi autori: per la maggior parte sono pessime, con tanti saluti alla soggettività. A volte infarcite di errori grammaticali. Ma allora torniamo alla domanda iniziale, alla vexata quaestio: come si fa a giudicare la bontà di una poesia?

IL VALORE DI UNA POESIA
Credo che esistano due metri di giudizio per una poesia: e cioè il suono e il contenuto. Il più importante tra questi è il suono: una poesia, prima di tutto, deve essere eufonica. Si può raggiungere questo risultato tramite assonanze, rime, metrica, ritmo, evitando uno stile anacronistico, non è importante. L'importante è il risultato. La sonorità può appartenere al verso o può essere colta solo con uno sguardo d'insieme della poesia. Ecco perché, per valutare una poesia, è necessario leggerla ad alta voce: una poesia dev'essere prima di tutto piacevole.
Il secondo criterio riguarda il contenuto. La profondità del messaggio che essa intende trasmetterci. Tuttavia il contenuto, mi viene provocatoriamente da dire, è un accidente della poesia: una poesia sonora e priva di senso, come certi passaggi di Dylan Thomas, rimane comunque un'ottima poesia; una poesia terrificante a sentirsi e che parla dei massimi sistemi resta cionondimeno una poesia terrificante a sentirsi. Esiste quindi, in poesia, un primato del significante sul significato.

Sì, lo so. È un approccio alla poesia che viene messo alla berlina nel film L'Attimo Fuggente. Ma in quel film si parla poco, e sempre male, di letteratura; il vero messaggio riguarda i pericoli del conformismo. 

John Keating, famoso per strappare i libri con cui non si trova d'accordo.

IL PROBLEMA DELLE TRADUZIONI
Ora, che il problema delle traduzioni in Italia sia reale, questo è fuor di dubbio. Ma quando si parla di poesia, e si confrontano i testi originali con quelli tradotti, bisogna andarci piano con le critiche: il compito del traduttore, per preservare la bellezza di una poesia, diventa prima di tutto quello di preservarne il suono, il ritmo, e poi il contenuto. Un procedimento che non lascia spazio alla traduzione letterale, se non da lingue molto vicine alla nostra - e di certo non, per esempio, dall'inglese o dal tedesco. La soluzione? Di inserire, a inizio di ogni raccolta, un'introduzione che istruisca il lettore sulla lettura fonetica, e poi tradurre letteralmente la poesia nella nostra lingua. In un'altra pagina, a fianco dell'originale, riportare infine la trascrizione fonetica della stessa. Il lettore potrà così prima leggere nella sua lingua il significato della poesia, e poi assaporarne il suono originale... o viceversa.

A CONTI FATTI
Ecco che, in poche righe, ho già fornito alcuni criteri per valutare la qualità di una poesia. Sono criteri oggettivi? No, perché oggettivare l'arte sarebbe un errore grave quanto soggettivarla, con buona pace di Gamberetta & C. (salute!). Ma sono criteri più rigidi del "qualunque cosa prodotta dall'animo umano", e credo che siano utili, almeno quando si legge una poesia brutta, per capire esattamente perché sia brutta; e per non lasciarsi ingannare dal falso ragionamento che, in quanto "arte", essa debba per forza essere bella, e guai a chi pensa il contrario.

...

EDIT in fretta e furia (14/03/2016)
Questo articolo ha generato una bella discussione nel gruppo FB Quelli della scrittura creativa@Scuola Carver, che ringrazio (e che vi invito a seguire). Molte persone, insomma, non si sono trovate d'accordo con me a proposito del primato del significante sul significato. Il loro è un punto di vista che capisco ma che non riesco a supportare. Forse, se avessi citato Borges, che condivide gran parte di quello che ho scritto, e i simbolisti francesi (la poesia come musica), la mia tesi avrebbe avuto maggior forza persuasiva.

Durante questa discussione è venuto fuori che, se ci basassimo esclusivamente sul suono, allora il Da Da Umpa dovrebbe essere considerato una poesia. Benissimo: innanzitutto non escludo che il Da Da Umpa avesse tutte le carte in regola per essere considerato arte o anti-arte, se fosse stato presentato all'interno di qualche corrente letteraria e non in un vaudeville televisivo (probabilmente in un'avanguardia storica).
Ma allora dove starebbe la differenza tra poesia e numero di varietà? Io credo che sia nella consapevolezza dell'artista. Nel lavorio segreto che porta alla poesia. Nello studio, nel sapere, persino nella collocazione storica e nell'intento del poeta. Insomma, in un terzo criterio che si affianca agli altri due: la coscienza dell'artista. Il problema è che essa difficilmente può essere valutata attraverso un testo anonimo, e sono restio a inserirla nell'articolo.

venerdì 11 marzo 2016

I meglio articoli (Dicembre 2015 - Febbraio 2016)

La rubrica che si apre con titoli epici!
Se siete dei novizi, per sapere di cosa tratta questo rubrica a uso interno del blog, vi rimando a questo link. E per le scuse, dovute, riguardo gli aggiornamenti del blog, a quest'altro. Adesso vi aspetto finché non avete finito di leggerli. Magari mi faccio un tè. Sfoglio una rivista, leggo qualche articolo.  Le parole crociate. Costruisco un tappeto volante e volo fino in Messico a fare una vita da nababbo. Fatto? Bene, adesso possiamo andare avanti. Ecco i meglio articoli di questo blog, scritti nel periodo tra dicembre e febbraio:



                              

Era da mesi che volevo scrivere questo articolo, ma ogni volta rimandavo. Per la parte psicologica del blog, infatti, pur nello stile stupidero che mi ero imposto, cercavo di fornire esclusivamente dei dati verificabili; il discorso che ho fatto in questo articolo, invece, è più uno sviluppo personale a partire dal lavoro di Kohlberg e di Bandura. E il discorso sul crocifisso in classe era delicato. Ma poi, questo è un blog personale.



L'articolo in cui finalmente parlo del mio film preferito, ed espongo una teoria che mi frullava per la testa da qualche anno. Una teoria che ha anche il pregio di essere originale, per quanto ne so.
L'articolo in sé non ha avuto un gran successo di pubblico, ma, possiamo dire, lo ha avuto di critica: a fianco di visualizzazioni non eccezionali, ho ricevuto molti complimenti in privato. Un articolo, mi è stato detto, degno di finire in un libro di cinema! OH-OH-OH *sorride imbarazzato*!


Il dipinto, di George Frederick Watts,
non raffigura Lancillotto ma suo figlio, Galahad
Il primo racconto pubblicato sul blog. Eh sì, perché mi sono finalmente deciso a considerare questo blog uno spazio personale - come infatti dovrebbe essere - da riempire con cose mie, finché c'entrano con la psicologia e la scrittura. Questo racconto in particolare l'avevo buttato giù nell'estate del 2015: il ciclo arturiano, quella Materia di Bretagna che parla di Graal, Merlini e tavole dalla dubbia geometria, è una delle mie più grandi passioni.
Una curiosità:  il titolo è una kenning (per farla brevissima, una metafora in uso presso i poeti scaldi. Alle kenningar spero di dedicare un articolo in futuro) che significa, semplicemente, "guerriero".


Finiti i meglio articoli (stavolta non ce n'erano poi molti tra i quali scegliere), prima di chiudere questo spazio, eccovi un paio di note. La prima: l'articolo "Cinefumetti", scritto di getto e pubblicato altrettanto rapidamente, è stato cancellato in un raro momento di lucidità. Chi dovesse seguire i link sparsi sull'internetto troverà la pagina mancante. Meglio per tutti.
La seconda: l'articolo che ha avuto più successo, in questo periodo dicembre - febbraio, è Parlando di Jung e di Sabina Spielrein (1063 visualizzazioni). L'articolo in sé non è malaccio, ma spiace che, pur trattando di psicologia e di cinema quanto "Avete presente C'era una volta in America?", quest'ultimo abbia ottenuto un successo molto più risicato. Anche se si tratta di un articolo di gran lunga più interessante.

A oggi, il numero di visualizzazioni sul blog è di circa 12000. Non vi dirò di aspettare un mese per il prossimo appuntamento, perché non so quando sarà: suppongo quando avrò messo da parte abbastanza articoli per stilare una nuova classifica. #Ciaone!

lunedì 7 marzo 2016

Federica Foradini, o della pittura

Oggi inauguriamo una nuova rubrica di Psicologia e Scrittura. Il format è semplice: intervisteremo psicologi o aspiranti tali che, oltre alla carriera nel mondo della psi, portano avanti anche un'attività artistica. Lo scopo è di indagare cosa sia l'arte, se è possibile definirla, e cosa la psicologia possa offrire al mondo dell'arte (e viceversa); ma da un punto di vista pratico, senza passare per le teorizzazione storiche del nostro mestiere, a partire dai saggi di Freud e dai lavori di Kris, di Lipps e di Gombrich, e soffermandosi poi sempre sulla sublimazione come meccanismo di difesa d'eccellenza dell'artista. 
La nostra ospite per questo primo incontro sarà la Dott.ssa Federica Foradini, una giovane psicologa che, come pittrice, si sta facendo velocemente notare nel panorama artistico contemporaneo. Un successo più che meritato (se non credete controllate pure coi vostri occhi: questa è la sua pagina Facebook, e questa la sua pagina PitturiAmo). Per mettersi in contatto con l'artista potete scrivere lì o anche qui sotto, come commento all'articolo.

[Tutte le immagini di seguito riprodotte sono di esclusiva proprietà di Federica Foradini, che gentilmente ha concesso al blog di utilizzarle. Non sono in alcun modo riproducibili, salvo previa autorizzazione dell'artista.]


Titolo: DANZA 
Clicca sull'immagine per ingrandirla
Per iniziare parlaci di tua madre. Volevo dire... del tuo lavoro come artista.
La mia arte, quella che credo possa essere definita la mia arte, è essenzialmente un gioco di colori e forme elementari messe su tela [come potete osservare nella riproduzione qui sopra]. Sì, credo che questa sia una buona definizione, tra le tante possibili... Di recente, poi, ho iniziato a inserire immagini figurative nelle mie composizioni; questo perché credo possa aumentare la loro capacità espressiva.
Per il resto ammetto di essere un po' pigra: in realtà lascio il grosso del lavoro agli occhi del pubblico... Come se gli stessi sottoponendo un test proiettivo! Ecco, possiamo chiamarla arte proiettiva. Anzi, ti dirò che mi piace vedere come le persone interpretano il mio lavoro. Spesso ciò che vedono è lontano anni luce da quello che io cerco di trasmettere. Ma credo sia una conquista, più che un limite: a ogni spettatore il suo quadro...

I tuoi studi di psicologia hanno avuto qualche influenza sulla tua teoria estetica?
Indirettamente. Di sicuro i miei studi mi hanno spinta a svolgere un certo tipo di lavoro su me stessa, e la mia arte dev'esserne stata influenzata. Possiamo azzardare, e dire che il mio percorso come psicologa mi ha fatto maturare sia come persona che come artista... Devo dire che mi ha anche fatto balzare all'occhio quanto il mio stile di disegno presenti dei tratti un po' ossessivi. Di questo magari parliamo tra qualche anno: evidentemente ho ancora molto su cui lavorare!

Come hai iniziato a dipingere? E quando è diventato più di un semplice hobby?
Ho iniziato a dipingere a sette anni. Non ricordo l'occasione, ma ricordo che invece di fare i normale disegni di tutti i bambini io disegnavo e coloravo dei quadratini. Crescendo ho iniziato a sperimentare nuove tecniche, riducendo la grandezza dei quadratini, aumentando le dimensioni dei quadri e usando sempre nuovi materiali. A dire il vero, mai avrei pensato di poterli mostrare a qualcuno! Lo dico meglio: non avrei mai pensato potessero interessare a qualcuno. Poi il primo anno di università ho infilato per caso un disegno in un quaderno di appunti. Mentre lo sfogliavo in aula, un mio collega, che era appoggiato allo schienale della sedia dietro di me, mi ha chiesto di fermarmi e di tornare indietro: aveva visto il disegno e ne era rimasto incantato. All'inizio non voleva credere fossi stata io a realizzarlo, poi però si è offerto di aiutarmi a farmi conoscere, a partecipare a dei concorsi d'arte. Tuttora mi assiste nella parte burocratica del mio lavoro, dato che in questo sono un po' una frana. Possiamo dire sia il mio manager, oltre che un mio buon amico.
Mi considero fortunata perché il mio lavoro ha ricevuto dei riconoscimenti fin dal primo concorso: una botta di autostima che mi ha spinto a continuare a impegnarmi su questa strada. Non so cosa sarebbe successo se mi avessero rifiutato; forse avrei pensato che sì, non avevo tutto questo gran talento, grazie comunque per avermelo fatto credere. Non voglio mentire: le delusioni e le porte in faccia sono e sono state molte; ma altrettante, se non di più, sono state le soddisfazioni. E io continuo ad andare avanti, imperterrita.

Dicci due parole sulla tua ultima mostra.
Titolo: CASTEL SANT'ANGELO
Clicca sull'immagine per ingrandirla
L'ultima mostra a cui ho partecipato (e a cui sto tuttora partecipando: non è ancora finita!) è ospitata nei locali del Centro Diagnostico Italiano di Milano. Espongo, insieme ad altri artisti, per quelli dell'associazione Mostrami. L'iniziativa, che ha come titolo Recondite Armonie, ha per tema la bellezza. Io partecipo con un progetto su Roma, che per me rappresenta il concetto stesso di bellezza [potete vedere uno dei lavori in esposizione riprodotto nella foto qui a fianco]. Io sono innamoratissima della città di Roma, e proprio nel periodo dell'uscita della call mi trovavo lì per una vacanza. È la prima volta, tra l'altro, che sperimento l'ibridazione fotografia/disegno per i miei quadri, ma sono soddisfatta del risultato che ho ottenuto.
Se vi ho incuriositi, be'... venitemi a trovare! La mostra è aperta fino al 31 marzo.

Parlando del prossimo futuro, mi è stata offerta l'opportunità di realizzare una mia mostra personale, ma è il progetto è ancora in divenire e non vi anticipo altro.

C'è qualcosa che vorresti dire ai giovani psicologi che ci seguono? E ai giovani artisti?
Ai giovani artisti vorrei dire che non devono nascondersi. Fare arte significa raccontare se stessi, la propria vita e le fasi attraverso cui ognuno di noi passa. Io penso che la vera arte sia quella che ti mette a nudo davanti al mondo intero, senza paura, senza maschere, senza remore. È un lavoro su se stessi e sulla propria capacità di esprimersi: a volte è faticoso, perché finisce per metterti in contatto con parti di te che forse preferiresti non conoscere... Ma se manca questo lavoro manca anche l'essenza dell'opera artistica. Se dovessi parlare di me stessa, direi che la pittura mi ha aiutata (e mi aiuta) ad avere un quadro generale della mia vita offrendomi uno spazio neutrale dal quale osservarla, e uno sfogo per affrontare quello che provo, per non lasciarmi sopraffare. Come artisti credo sia importante sapere che ciò che per noi può essere brutto può anzi essere molto bello per gli spettatori, per il proverbiale Altro.
Infine vorrei aggiungere che, per andare avanti in un mondo che di delusioni e porte in facce ne tira parecchie, è fondamentale - almeno lo è per me - avere qualcuno che creda in te, indipendentemente da tutto, e ti aiuti a mantenere una visione ottimista anche quando le cose si fanno difficili. Trovate quel qualcuno, meglio quei qualcuno, e teneteveli bene stretti!

Ai giovani psicologi ripeterei, se possibile, quanto ho già detto qui sopra. Per svolgere il nostro mestiere bisogna sottoporsi a un lavoro di miglioramento e di gestione delle proprie emozioni, per aiutare gli altri e non farsi sopraffare dalle situazioni che via via si presenteranno. A parte questo, quando avrò capito come si può svolgere questo lavoro al meglio (probabilmente tra un milione di anni) sarò lieta di farvelo sapere. Maa... va bene lo stesso se ho risposto alle domande nell'ordine inverso?

Sarai espulsa dall'Albo, per questo. Nel frattempo ti ringraziamo per aver partecipato alla nostra intervista: sei stata gentilissima!
Figurati. A voi!

Portrait of the artist as a young lady

Federica Foradini ha venticinque anni e vive a Novara. Si è laureata in Psicologia Clinica, dello Sviluppo e Neuropsicologia a Milano. Attualmente ha all'attivo sei mostre, e due in programma per il prossimo futuro.

Se vi è piaciuta l'intervista, allora continuate a tenere d'occhio il blog, perché ne usciranno presto molte altre! Stavolta sulla scrittura di prosa, sulla fotografia, sulla poesia... Sempre sul rapporto tra arte e psicologia, visto attraverso gli occhi di chi questo rapporto lo vive tutti i giorni.

sabato 5 marzo 2016

Vivere (d)i libri (dicembre 2015 - febbraio 2016). Secondo tempo

Secondo appuntamento con le recensioni brevissime di dicembre/febbraio. Ma tanto brevi che ho dovuto dividerle in due parti [ecco la prima]. 

Evviva, la seconda parte!

Le avventure marinaresche mi hanno sempre interessato. Come tanti altri ragazzi, il primo romanzo "serio" che io abbia mai letto è stato L'Isola del Tesoro di Stevenson. Poi sono venuti Cuore di Tenebra, scoperto per un gioco di citazioni in EliotMoby Dick e certe storie marinaresche di Kipling... Accanto a questi giganti non sfigura Il Porto Proibito, scritto da Teresa Radice e disegnato dal suo compagno Stefano Turconi.
Avevo fatto resistenza, prima di acquistare questo fumetto. La storia, quella del naufrago misterioso senza memoria, aveva la pesantezza del già visto. Eppure, dopo aver letto tre o quattro recensioni entusiaste, ho deciso di dar fiducia al titolo. Ogni tanto mi prende la smania di contribuire al finanziamento del fumetto italiano - e ogni tanto il fumetto italiano se lo merita pure.
In effetti la storia in sé non è particolarmente originale; non ci sono colpi di scena in nessuna delle sue trecento pagine. La vera identità del naufrago si intuisce perfettamente già verso pagina trenta, forse una quarantina di pagine prima che gli autori inizino a disseminare i loro indizi. I dialoghi, poi, sebbene molto più avanti rispetto a quelli Bonelli, con cui, trattandosi di fumetto italiano, è facile fare il confronto [vedi qui] (arricchiti come sono di reali volgarità, e spesso sospesi in favore di un tipo di narrazione esclusivamente visiva), suonano spesso innaturali, preparati e infarciti di spiegoni. Persino l'antagonista finale sembra mal gestito, gettato nella mischia proprio perché qualcuno da incolpare ci voleva (non ne parlo qui per evitare spoiler).
Ma dov'è allora la forza di questo libro? Nell'imbastitura delle scene nautiche, nel lavoro di ricerca maniacale di Radice, nella storia d'amore tra Rebecca e Nat (anche questa, a livello di trama, già vista; eppure nell'amore di questi due personaggi c'è qualcosa di sincero e di innocente che li rende il vero centro della storia), nelle ultime pagine davvero ben gestite e negli splendidi disegni di Turconi, che da soli varrebbero il prezzo del volume. Consigliato? Decisamente consigliato.

Per Natale mi sono fatto un regalo: ho riletto il primo libro della saga di Harry Potter. Credo onestamente sia il meglio riuscito, perché non è ancora appesantito dal tentativo di renderlo un prodotto per ragazzi più grandi.

Sia chiaro, Harry Potter è uno dei migliori libri per bambini in circolazione. Forse solo Peter Pan e Wendy di James Barrie può reggere il confronto. E in particolare La Pietra Filosofale: l'inizio è avvolto nel mistero, chi sarà che manda tutte quelle lettere, cosa c'è di strano in Harry, e la sorpresa di scoprire che quello scricciolo è in realtà un mago e che esiste un'intera società di maghi...!  Per non parlare poi delle meraviglie che attendono Harry a Hogwarts, da far fantasticare un ragazzo per mesi e mesi.
Il target naturale di questa storia sono i ragazzi preadolescenti. Ed essendo un romanzo per preadolescenti, La Pietra Filosofale segue le normali regole dei romanzi per preadolescenti: la logica e la consequenzialità dell'azione sono secondarie all'ottenimento del senso di meraviglia, e solo tenendo a mente questo lo si può giudicare. Con buona pace, ad esempio, di Gamberetta, che su Harry Potter ha scritto un giudizio per una volta poco condivisibile.
Lo stesso approccio è in parte mantenuto nei libri successivi, che la Rowling ha cercato di rendere via via più dark: sono libri eccezionali, consigliatissimi, ma spesso privi di una rigida coerenza interna. Legioni di critici di belle speranze hanno fatto notare che le GiraTempo, ad esempio, sono armi eccezionali che però non vengono mai usate contro Voldemort, e in compenso vengono affidate a giovani streghe incapaci di organizzarsi un piano studi: questo, e infatti qui i critici sbagliano, non era importante finché si parlava del Prigioniero di Azkaban, ma è invece diventato importantissimo quando nella società della magia la Rowling ha introdotto la guerra aperta. Quando cioè ha cercato di rendere più adulto il suo mondo. È stata quindi costretta a distruggere tutte le GiraTempo durante l'incursione al Ministero della Magia, proprio per evitare che qualcuno le usasse, con effetti poco apprezzabili sulla storia (se torno indietro nel tempo e sconfiggo Voldemort prima che diventi un mago malvagio, ad esempio, cancello in un sol colpo centinaia e centinaia di pagine che i lettori hanno amato). Un altro esempio del tentativo di adultizzare i libri della saga è la scoperta dell'impossibilità per i maghi di creare il cibo: credo - qualcuno mi corregga se sbaglio - se ne parli per la prima volta solo nei Doni della Morte, perché alla Rowling serviva un modo per rendere più angosciante il viaggio di Harry, Ron ed Hermione. Prima non era importante che i maghi potessero o meno creare il cibo: certo, a ragionarci si poteva già intuire che, avendo bisogno di lavorare per vivere, la loro magia non doveva comprendere il soddisfacimento dei bisogni fondamentali; ma a dire il vero a nessuno importava, perché l'unica cosa che contava all'epoca era quanto fosse meraviglioso che i maghi lavorassero nelle loro buffe postazioni, e che il cibo apparisse da solo... per magia nei piatti della Sala Grande di Hogwarts!
  
Massimo Gramellini, in una rubrica che mi spiace manchi da un po' su Tuttolibri, consigliava di acquistare questo volumone. Io gli ho dato retta. È stato il primo libro di Emmanuel Carrère che io abbia mai letto, ma sono certo che non sarà l'ultimo. La scrittura è piacevolissima, l'argomento interessantissimo e, sebbene l'autore pecchi di eccessiva fantasia, nel suo tentativo di ricostruzione storica, almeno non si vergogna ad ammetterlo.
Il Regno tratta delle prime comunità cristiane, della Chiesa delle origini, della Guerra Giudaica e di San Paolo e San Luca Evangelista. Tralasciando la prima parte del volume, autobiografica, in cui l'autore parla della propria personale esperienza religiosa, Il Regno è davvero un libro-rivelazione (e anche nella prima parte, la figura mastodontica della tata dei figli di Philip K. Dick, in seguito assunta dallo stesso Carrère, basta a salvare il salvabile).
Consigliato, allora? Consigliatissimo. Prossimo libro? Direi L'Avversario!

mercoledì 2 marzo 2016

Vivere (d)i libri (dicembre 2015 - febbraio 2016). Primo tempo


Nuovo appuntamento con le brevi recensioni brevissime di Psicologia e Scrittura. Cosa ci ha portato questo Natale sotto l'albero? 
Scusate se aggiorno il blog con scarsa frequenza. Il mondo è terribile e l'EdS di avvicina. Per parte mia c'è il tirocinio, lo studio, il romanzo, il teatro e anche qualche lavoretto a cui star dietro. Ma cercherò di farmi perdonare come posso... Intanto settimana prossima escono I Meglio Articoli e si farà il punto della situazione.
Ora, finalmente, le nostre recensioni.
NOTA: Data la lunghezza ridicola di questo post, ho deciso di spezzarlo in più parti. Ma non vi preoccupate: presto arriva anche la seconda!

Oliver Sacks, dopo il trionfo dei suoi primi libri (tra cui il più famoso Risvegli), imbastisce questa antologia di casi clinici. Fa un po' sorridere osservare l'approccio, datato (si parla di un libro del 1985), di Sacks ai suoi pazienti. Il primo caso, ad esempio, quello dell'Uomo che dà il titolo al libro, riguarda un importante prosopagnosico; non solo Sacks ricorda il nome del deficit solo all'inizio del capitolo successivo, ma come cura lo raccomanda a un generale "amore per la musica" (se la prosopagnosia è dovuta a deficit neurologici, di cure vere e proprie non ne esistono. Tuttavia questa soluzione, molto romantica, a leggerla fa un po' ridere).
Il libro, a fianco di casi clinici di obiettivo interesse, è purtroppo infarcito di riflessioni filosofiche che, per dirla tutta, lasciano il tempo che trovano, e di una buona dose di facile retorica. Consigliato? Sì, forse più a chi non è addetto ai lavori, o a chi conserva una visione poeticissima della neuropsichiatria.


Un libro che appassiona pur raccontando la storia di una Casa Editrice, un posto di lavoro, per se, non più eccitante dell'ufficio del vostro commercialista. Marvel Comics racconta del colosso del fumetto americano Marvel, di Stan Lee, dell'immenso Jack "The King" Kirby, di Steve Ditko, di Jim Steranko, di Chris Claremont e di tutti quegli altri artisti che hanno fatto grande il mondo dei supereroi, e che qui non sto a elencarvi perché altrimenti si fa mattina. Il Dottor Manhattan ha già scritto una recensione di questo libro, e non mi vergogno a segnalarvela. Qui mi limito a raccontarvi, a mo' di esempio delle informazioni che potrete scovare all'interno del volume, il "Metodo Marvel" di Stan Lee, lo scrittore di prosa fallito.

Stan, quando doveva sceneggiare un fumetto, scriveva una pagina appena di soggetto, passava il materiale a Kirby o a Ditko, che sviluppavano i disegni e creavano una buona parte della trama e dei personaggi all'interno della storia, e poi aggiungeva di suo dialoghi e didascalie. Tutto qui. Sebbene questo fosse l'unico metodo per Stan di star dietro a tutte le pubblicazioni della Marvel e contemporaneamente girare l'America (con intenti promozionali), e sebbene assicurasse al pubblico un prodotto spesso superiore a quello che un singolo scrittore poteva garantire (avvalendosi di una duplicità di caratteri, di tematiche e di stili perfettamente miscelata), fa comunque specie ricordare che il Sorridente, per anni, si è firmato come unico sceneggiatore delle proprie serie, rivendicando la paternità di personaggi da nulla come gli Inumani e Silver Surfer, e litigando costantemente con Kirby e Ditko, che bontà loro volevano anche vedersi riconosciuto qualcosina.
Il libro, per quanto bello, non è senza imprecisioni, contraddizioni e mancanze (per dire, non si fa cenno all'Ultima Caccia di Kraven, e si cita solo di sfuggita la Trilogia dell'Infinito di Jim Starlin, entrambe pietre miliari della Casa delle Idee). In particolare, la velocità con cui sono liquidati gli ultimi anni, senza neanche prendersi due istanti per dire che The Avengers è stato scritto/diretto da un ex scrittore degli X-Men, Joss Whedon; e la presenza di certe opinioni poco condivisibili, come il fatto che lo scrittore Michael Bendis non prenda posizioni politiche all'interno dei suoi fumetti (chi ha letto Secret War e Secret Invasion sa che sono entrambe storie di un reazionario sconcertante, alla Donald Trump), mi hanno fatto storcere un poco il naso. Rimane però un volume consigliato a tutti gli appassionati Marvel.

La Cononino Press, una delle punte di diamante dell'editoria a fumetti italiana, propone (o ripropone - non so se esiste una traduzione precedente) il Ghost World di Daniel Clowes, fumettista e sceneggiatore già candidato all'Oscar.
Il fumetto racconta la storia di due diciottenni, in quel momento indefinito tra la fine del liceo e l'inizio della vita adulta; qualcosa a metà tra Harvey Pekar e un bildungsroman.
Il libro è interessante, da leggere almeno una volta nella vita, e se non volete spendere fatevelo prestare da un amico; ma è penalizzato da una traduzione non sempre adeguata. Già nelle prime pagine, per darvi un'idea, leggiamo questo strano dialogo tra le protagoniste:
"Joey McCob è il nostro Dio" dice la prima.
"Lo voglio fare" le risponde l'altra.
E bon. Ho impiegato qualche vignetta a capire quello che la seconda ragazza, Rebecca, intendeva dire davvero: e cioè "Me lo voglio fare"... che, se non lo sapete, ha tutto un altro significato.