lunedì 21 dicembre 2015

Parlando di Jung e di Sabina Spielrein

Sabina Nikolaevna Spielrein
Centoundici anni fa, nel 1904, Sabina Spielrein, diciannovenne russa di origini ebree, incontra in clinica un giovane Carl Gustav Jung già infatuato delle teorie freudiane. Sabina è internata con una diagnosi di isteria, categoria-ombrello che all'epoca abbracciava pressapoco ogni manifestazione di disturbo psichico femminile. Jung decide di sottoporla alla terapia psicoanalitica sviluppata fino a quel momento da Sigmund Freud, qualcosa che potremmo chiamare, senza paura di essere smentiti, "the talking cure". Un anno dopo la Spielrein viene dimessa, si iscrive alla facoltà di medicina e studia psicologia. Trasferitasi a Vienna, entra in contatto con lo stesso Freud (che ne riconosce l'influenza sulla psicanalisi nel suo libro Al di là del Principio di Piacere) e diventa membro della Società Psicoanalitica. In seguito torna nella madrepatria e diventa direttrice di un asilo, l'Asilo Bianco, in cui può applicare le sue idee sull'insegnamento, sulla creatività infantile e sull'educazione sessuale. Questo sotto Lenin; sotto Stalin, l'Asilo viene chiuso e la famiglia Spielrein dispersa. La stessa Spielrein viene uccisa dai tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale, a Rostov.
Il riassunto di una vita è grossolano e poco rappresentativo, ma è facile risalire alla storia completa, con un minimo di ricerca su internet. In questo articolo, più che della biografia della Spielrein, vorrei parlarvi delle due rappresentazioni filmiche che l'hanno vista protagonista.


Il primo film è del 2002, dell'italiano Roberto Faenza, e si intitola Prendimi l'Anima. La pellicola in sé non è senza pecche, tutte tecniche (nel corso della stessa scena lo stesso personaggio ha due aspetti diversi, ad esempio). L'intreccio si alterna su due piani: uno, ambientato nel presente, vede dei ricercatori intenti a indagare sulla figura della Spielrein; l'altro, nel passato, è il racconto di vita della stessa Spielrein. Il piano ambientato nel presente è trattato brevemente ed è privo di risoluzione; tuttavia, interrompendo la linea principale, è senz'altro utile a mitigare quel fastidioso effetto di dilatazione temporale di cui soffrono tutti i biopic.
L'interpretazione degli attori lascia senza parole. Emilia Fox interpreta una Sabina Spielrein prima delicata, ammalata in modo convincente, poi fragile, mentalmente sull'orlo del baratro, salvata e al contempo condannata dalla relazione amorosa (peraltro mai provata) con Jung e infine forte, fiera e gentile. Un passaggio, per così dire, da una condizione francamente patologica a una psicologicamente sana.
La parte iniziale del film si concentra sul desiderio della Spielrein di essere riconosciuta come essere umano, nell'unico modo possibile: di essere amata e di essere ammessa ad amare a sua volta. L'amore e la necessità del rapporto sessuale sono al centro di questa prima parte della biografia; l'amore, la gentilezza e l'importanza di un'educazione sana sono al centro della seconda, a mio parere altrettanto bella e commovente (ahimé, non sono un critico cinematografico accreditato, quindi qui si parlerà più con i "secondo me" che con i "è certamente così).


Passiamo al secondo film, che è del 2011 ed è di certo il più conosciuto tra i due. Vanta un cast notevole (Viggo Mortensen interpreta Freud, Keira Knightley la Spielrein e Fassbender Jung) e un regista d'eccezione, David Cronenberg.
A Dangerous Method è più rozzo di Prendimi l'Anima, inteso più a scioccare un pubblico annoiato che a raccontare la storia di una guarigione. L'introduzione di pochi accenni di BDSM, nel rapporto tra Jung e Spielrein, sembrerebbe d'invenzione, ma almeno ha fatto salire le vendite dei biglietti al cinema (sebbene non dubiti che le intenzioni di Cronenberg fossero più sensate).
La Knightley, al fianco di attori di razza come Mortensen e Fassbender, fa come al solito una misera figura: la sua interpretazione di una persona affetta da disturbi psichiatrici è da recita delle elementari. In pratica si può riassumere con lei che sporge la mascella, bisbiglia e si piega in avanti.
Il film non è senza pregi. Ad esempio, Freud viene dipinto per come realmente è stato: un uomo geniale, spiritoso, sempre pronto a rivedere le proprie teorie, ma incapace di accettare critiche esterne, e alla costante ricerca di allievi e delfini che non osino mettere in dubbio il suo metodo, la sua parola.
Tra i due film, quindi, il mio consiglio è senza dubbio di vedere il primo.

Si possono leggere, scritte tra le pagine del diario di Sabina Spielrein, le sue ultime volontà. Questa donna straordinaria, che riuscì a sconfiggere la malattia, a influenzare due dei più grandi medici del suo tempo e che portò una luce nuova alla psicologia dell'età evolutiva, in uno dei suoi momenti meno lucidi espresse il desiderio che, una volta morta, la sua testa fosse consegnata al Dr. Jung perché la sezionasse e la studiasse; e che il resto del suo corpo fosse seppellito sotto una quercia su cui fosse scritto, a mo' di lapide, "Anche lei era un essere umano".
La ricerca di questa umanità perduta, possibile solo attraverso un atto d'amore che la legittimi, che la rispecchi come essere umano, è ben descritta da Faenza nel suo film; un po' meno da Cronenberg nel suo. Ricordiamo che Jung scrisse che dove l'amore regna non c'è desiderio di potere; e dove il potere predomina manca l'amore. Che anche Freud riconobbe che le cure migliori per un'anima malata sono il lavoro e l'amore. Opinioni con cui io, senza dubbio, concordo.

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