lunedì 28 novembre 2016

Imparare a scrivere creativamente

Giovedì ho tenuto la mia prima lezione di Scrittura Creativa. Da docente, non da discente. Dove? Presso l'Università della Terza Età della mia città. Ho presentato curriculum, piano del corso e lezione di prova, e il Consiglio ha accettato di farmi tenere il corso. 
La nostra Università è una realtà importante, di cui dovremmo essere orgogliosi: quest'anno contiamo circa 1000 iscritti e quasi 80 corsi, di cui circa 40 laboratori (di inglese, francese, tedesco, ebraico, computer...). Io credo nell'istruzione, anche per i pensionati. Per parlare da neuropsicologo (che palle, lo so!), ogni minuto di studio è un muro alzato che ci difende dal decadimento cognitivo. Per non dire che serviamo anche molti non-pensionati, persone che cercano di reinventarsi e acquisire skill per il mondo del lavoro. Il tutto con un costo annuo di iscrizione di 50 euro che dà libero accesso a tutti i corsi.

Magari insegnassi in un'aula del genere!
I miei alunni si sono mostrati da subito interessati al mio corso. Alcuni non seguono per imparare a scrivere (o a scrivere meglio), ma solo per curiosità, semplicemente per ampliare il proprio bagaglio culturale. Alcuni vengono per imparare a leggere meglio, il che è molto saggio. Sono molto soddisfatto della mia classe.

Ho diviso il corso in sette lezioni, e sono già in ritardo sulla tabella di marcia. Pazienza, vedrò di recuperare. Per adesso voglio condividere con voi (così mi direte il vostro parere) un piccolo estratto della lezione di giovedì. Parlavamo della metafora e della similitudine, e di come dovrebbe usarle uno scrittore. Ecco quello che ho detto, più o meno parola per parola:

« [La metafora/similitudine] assolve alla funzione di
  1. Spiegare un concetto difficile;
  2. Rendere più viva una scena con l’utilizzo di un’immagine alternativa;
  3. Mostrare il virtuosismo dell’autore nella scelta della stessa.
Dato che il nostro tempo sta per finire, eviterò lunghi giri di parole e vi dirò direttamente come realizzare delle buone metafore. Innanzitutto la metafora dev’essere originale. In secondo luogo dev’essere funzionale. Scrivere

Anna aveva gli occhi come zaffiri.

è una brutta metafora perché è frusta. L’hanno usata così tanti che è stata svuotata della sua naturale bellezza. D’altra parte, dire

Anna aveva gli occhi come bezoar.

è poco funzionale, perché in pochi sanno cos’è un bezoar, e quindi niente è stato chiarito. Se però il vostro personaggio-punto di vista (cioè il narratore, ammesso che sia in prima persona, oppure il personaggio dietro al quale vi nascondente, nel caso di una terza persona limitata - torneremo in seguito, nella terza lezione, a parlare del punto di vista) è un alchimista, e quindi sa cos’è un bezoar, potreste anche usare questa metafora. Non per spiegare al lettore qualcosa degli occhi di Anna, ma per spiegargli qualcosa del vostro alchimista - un grande studioso, ossessionato dall’Opera, non riesce a pensare fuori dagli schemi dell’Arte - o, comunque, per lui è diventata tanto familiare che attinge a essa anche per parlare di cose di tutti i giorni.
I formalisti russi dicono che la metafora, per essere buona, deve essere stravagante. Deve, cioè, sorprendere il lettore. Qui mi viene in mente Tolstoj. Il loro è un discorso sensato sotto un certo punto di vista, ma consideriamo per un attimo l'affermazione che la metafora debba essere stravagante. Io, da scrittore, questa affermazione non la posso condividere: appartengo, diciamo così, a un’altra scuola. Credo che la stravaganza sia solo un portare all’estremo la regola dell’originalità, ma raramente rispetta la regola della funzionalità. E quand’anche la rispettasse ha lo sgradevole effetto di far ricordare al lettore che, tra lui e il testo, c’è l’autore. Flaubert (sempre lui!*) scrisse in una famosa lettera che l’autore in un’opera dev’essere come Dio in natura: presente ovunque, visibile da nessuna parte. La metafora stravagante ha l’effetto di rendere visibile l’autore. Interrompe il sogno vivido della narrazione solo affinché i lettori possano accorgersi della sua bravura. Ѐ, cioè, al servizio dell’autore e non del testo.
(Torneremo meglio a parlare della questione dell’invisibilità dell’autore nel corso della terza lezione, ma, sul vostro ipotetico quadernetto degli appunti, già ora potete scrivere che un bravo scrittore non è quello che vuole essere un bravo scrittore ma quello che vuole scrivere un buon testo. Perlomeno, è una frase a effetto). »

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Be', questo era solo un esempio di quello che sto cercando di fare in classe. Spero di poter scrivere altri articoli sulla mia esperienza come insegnante. Fino ad allora ciao a tutti, e ricordatevi sempre di leggere e scrivere ogni volta che ne avete l'occasione!


*Avevamo già parlato di Flaubert precedentemente, a proposito dell'attenzione per il dettaglio rivelatore.

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