domenica 1 maggio 2016

Ma gli italiani sognano (ancora) pecore realiste?

Mi capita di tornare, di tanto in tanto, a domandarmi perché in Italia si soffra così poco la fantasy/fantascienza. Perché la si consideri un genere minore. In questo articolo, che risale all'alba del blog, quando i dinosauri camminavano sulla Terra e i grandi alberi erano re, avevo iniziato a discutere alcuni dettagli del problema, in particolare il concetto di utilità nella letteratura, e ad accennarne altri, come l'invasione di pessima letteratura fantasy/fantascienza che ha subito (e sta subendo ancora, con la deriva YA) il nostro Bel Paese. 
Non sono così ingenuo da credere di avere esaurito l'argomento in due righe. I motivi per cui un popolo rifiuta una parte integrante della sua letteratura, arrivando addirittura a negare l'esistenza di capolavori del genere (un bell'esempio di bi-pensiero, perché, per loro, farlo e stimare Orwell e Calvino non pare sia una contraddizione), sono innumerevoli. Compresa, mi faceva notare un lettore attento, la condanna manzoniana del fantastico, contenuta nell'apologia del vero storico e nella conseguente presa di distanza dalla mitologia classica[1].
Oggi vorrei proporvene un altro. Che inizia con una citazione.
[…] come nella poesia, la fantascienza di qualità richiede una collaborazione di gran lunga maggiore da parte del lettore, una maggiore sensibilità al dettaglio, comprensione del mondo, tessitura e sfumature, così come un maggiore coinvolgimento nello scovare il significato.
A parlare è Dan Simmons, ex insegnante di inglese e autore culto di fantascienza (e di molti altri generi). L'intervista verte su uno dei suoi lavori più importanti, i quattro volumi di Hyperion (HyperionLa Caduta di Hyperion, Endymion e Il Risveglio di Endymion). Il primo, personalmente, lo considero una delle massime opere di soft sci-fi della letteratura. Potete leggere l'intervista integrale qui, se masticate l'inglese.


Leggere e scrivere fantascienza, dice Simmons - e io su questo sono d'accordo - è faticoso. Non si può leggere buona fantascienza pensando ad altro. Si può forse leggere La solitudine dei numeri primi pensando ad altro, e quando si legge Baricco è addirittura consigliabile pensare ad altro... insomma, si può leggere la cattiva letteratura, o la letteratura anonima, pensando ad altro. Ma non si può leggere I reietti dell'altro pianeta, Il cannocchiale d'ambra o Hyperion pensando ad altro. Proprio no. Non che siano faticosi da leggere - nel senso di scritti male (sebbene Pullman non mi sia mai sembrato un autore per ragazzi) -, ma sono impegnativi. Apprezzarli è più difficile che apprezzare La solitudine dei numeri primi, perché la loro comprensione richiede una maggiore attenzione da parte del lettore. Questi libri parlano della realtà, della realtà dell'uomo come della realtà del mondo, in una maniera più sottile di quanto potrebbe mai fare quel chiassoso lavoro di Paolo Giordano (per fare un singolo esempio); a questo va aggiunto, per rendere più complessa la situazione, che ogni dettaglio dev'essere correttamente immagazzinato e processato nella mente del lettore. Cose che in un romanzo realista potremmo dare per scontate devono essere assimilate da zero quando leggiamo un romanzo fantastico.
Scrivere letteratura realistica è fare cronaca con l'aggiunta di un minimo di invenzione, ed è un compito lodevole, degno dei nostri migliori autori (che non sono da confondere con alcuni nomi citati qui sopra). Fare letteratura fantastica è altrettanto degno, ma è forse più faticoso per il lettore di oggi. I libri e gli autori che qui ho elencati come rappresentanti di quella "letteratura da distratti", realistica o fantastica, che sto criticando hanno tutti ottenuto un buon successo di pubblico perché presentano una falsa difficoltà, quasi sempre di stile (De Luca e Baricco in particolare toccano vertici di comica liricità, e si può star certi che il lettore, una volta chiusi i loro libri, si sentirà rassicurato e investito dal peso della propria e della loro intelligenza), facilmente superabile, soprattutto se uno non ci fa caso. Una qualità insomma che può lusingare la vanità e attenuare la noia di qualche crapulone della carta stampata, o di qualche palato fine che purtroppo non ha mai assaggiato altro che questi romanzacci e che si sente obbligato, per mantenere una buona opinione di se stesso, a farseli piacere.
La buona letteratura realistica oggi riesce a vendere solo perché non è apertamente osteggiata. La buona letteratura fantastica, al contrario, che non solo è indigesta ma è addirittura condannata dalla critica ufficiale, difficilmente potrà trovare un mercato di massa all'interno della società. Il mercato di massa è riservato solo alla cattiva letteratura fantastica.

Io comunque gli voglio bene
In Italia, tornando sul discorso "dell'inutilità della fantasy/fantascienza", si finisce per compiere l'errore di sovrapporre questo genere letterario alla letteratura d'evasione. Come se esistesse una corrispondenza uno a uno tra queste due categorie. Non si può cioè immaginare un fantasy/fantascienza che abbia un contenuto importante. Se un autore volesse parlare della realtà, o perlomeno di cose serie, allora dovrebbe scrivere direttamente della realtà. L'invenzione, come dice Manzoni, dev'essere limitata a quelle parentesi che non si possono colmare diversamente e a quei dettagli che migliorano la qualità del testo: il vero poetico non può comunque contraddire il vero storico. Molte persone si cullano in una fantasia di superiorità, quando passano dalla letteratura fantastica a quella realistica, quasi di sacrificio... via da me i giochi da bambini, ecco finalmente i giochi da grandi! In realtà mi capita di pensare che oggi sia la letteratura mainstream[2], autocompiaciuta e morbosa, a essere la vera letteratura d'evasione. Qualcosa che, una volta letta, ci lascia indifferenti come i servizi dei telegiornali sul Medio Oriente. Terribili e anestetizzanti.
Un lettore che cercasse un libro per, ahimè, spegnere il proprio cervello (la massima aspirazione dei consumatori di best-seller), e si trovasse davanti Valis, lo chiuderebbe, lo butterebbe via e ne cercherebbe un altro, più vicino all'immagine che si è fatto del fantastico. Il libro avrebbe allora fallito il suo scopo; ma la colpa non sarebbe del libro bensì del lettore, che lo ha frainteso. Le storie fantastiche non sono fatte solo per evadere. 
Il lettore avrebbe, dal proprio punto di vista, tutte le ragioni di tenersi lontano dalla fantasy/fantascienza più impegnata, perché ha tradito il suo desiderio di distrazione, e di rifugiarsi quindi in opere ignobili come quelle sfornate dalla Troisi. Quella, per lui, sarebbe la vera fantasy/fantascienza, e cibandosi esclusivamente di lei alimenterebbe in eterno la falsa fantasia che lo sia per davvero.




[1] In Del romanzo storico, ad esempio, Manzoni scrive: "Ciò che ci fa differenti in questo dagli uomini di quell'età [classica], è l'aver noi una critica storica che, ne' fatti passati, cerca la verità di fatto, e ciò che importa troppo più, l'avere una religione, che, essendo verità, non può convenientemente adattarsi a variazioni arbitrarie, e ad aggiunte fantastiche". Chiaro come il sole.
[2] Quella che ci aspetteremmo di trovare al Premio Strega.

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