lunedì 24 luglio 2017

Partenza da Cosmopoli

I più acuti tra voi avranno forse notato che il nome del blog è passato, così, nottetempo, senza dire una parola a nessuno, da Psicologia e Scrittura a Psicologia e scrittura: Liberi pensieri dalla città di Cosmopoli. Forse vi starete chiedendo il perché. Per spiegarlo devo prima dirvi come ho scoperto Cosmopoli.


Nel Dizionario Filosofico di Voltaire, alla voce Ateo, Ateismo, si può leggere la storia tristissima del frate Giulio Cesare Vanini, arso vivo a causa di certe infamanti accuse mossegli dall'altrettanto infame gesuita Garasse. In conclusione dell'articolo Voltaire scrive:
Un secolo dopo la sua morte, lo studioso La Croze e colui che ha assunto il nome di Philalete hanno voluto riabilitarlo [...].
Su questo mi sono fermato. Chi fosse Philalete lo ignoravo, e anche una consultazione agli Pseudonimia di Vincenzo Lancetti (ovvero Tavole alfabetiche de' nomi finti o supposti degli scrittori con la contrapposizione de' veri, ad uso de' bibliofili, degli amatori della storia letteraria e de' libraj) non mi ha schiarito le idee. E io su queste cose ci rimango, perché sono curioso.
Ecco, finalmente una nota di Bouchet al Dizionario mi ha rivelato che
[...] L'autore che Voltaire dice aver preso il nome di Philalete è J-Fr. Arpe [1661 - 1739], al quale si deve l'Apologia pro Julio Caesare Vanino, 1712, sul cui frontespizio si legge Cosmopoli, Typis philaleteis.
Il riferimento all'Apologia è confermata dalla Treccani, col che mi sono messo definitivamente in pace il cuore: eh sì, era proprio lui.


Mi sono messo definitivamente in pace il cuore, certo, tranne che per quell'utopia, quel singolare non-luogo, che è Cosmopoli.


In quel momento ho pensato che Cosmopoli potesse significare sia "città dell'ordine" sia, più semplicemente, "città del cosmo", come in cosmopolita, "colui che considera patria il mondo intero", ma anche "colui che nutre interessi di tipo ampio, universale". Di nuovo la Treccani mi dice che
In stampe clandestine, [Cosmopoli era un] nome fittizio usato talvolta al posto del vero nome del luogo ove il libro era stampato.
Quest'aria avventurosa che all'improvviso ha assunto Cosmopoli, sorta di Tortuga dell'editoria, mi ha subito conquistato. Allora ho pensato che Psicologia e Scrittura non parla più da molto solo di Psicologia e di Scrittura (e di Letteratura), ma anche di Filosofia, di Logica, di Religione, di Femminismo, e di tutte quelle cose che costituiscono la varietà dei miei interessi, che sono tanti e che desidererei approfondire sempre di più. Scrivere questi articoli serve a spiegare le cose ai miei (ipoteticissimi) lettori, ma anche a renderle più chiare a me, a fissarle nero su bianco, per parafrasare un po' ciò che diceva Silvio Orlando in quel bel film che si chiama Auguri Professore.

Quindi non più Psicologia e Scrittura, o meglio non più solo Psicologia e Scrittura, ma anche Cosmopoli, luogo dell'editoria clandestina, luogo degli interessi più vari.

lunedì 17 luglio 2017

Andropoiesi e femminismo

Prima di parlare dell'argomento di questo lunedì, credo sia meglio introdurre brevemente, per chi non lo conoscesse, il concetto-cardine di antropopoiesi in antropologia e psicologia. Faccio quindi una cosa che non ho mai fatto: cito Wikipedia, che in questo caso è singolarmente puntuale:
Il termine antropopoiesi è un concetto [...] che indica i vari processi di auto-costruzione dell'individuo sociale, in particolare dal punto di vista della modificazione del corpo socializzato, nonché i vari processi di costruzione del patrimonio culturale di ogni gruppo umano.
L'antropopoiesi ha trovato applicazioni nell'antropologia contemporanea di matrice francese e italiana. Il quadro teorico che fa da sfondo a tale concetto è l'idea antica dell'uomo come essere incompleto, ovvero dal comportamento non largamente predeterminato dal patrimonio genetico. L'essere umano si completa quindi solo con l'acquisizione della cultura.
Esistono delle popolazioni, ad esempio, che usano applicare colori sul proprio corpo, o incidervi tatuaggi o scarificazioni, e che non considerano umane o completamente umane (anche a causa, mettiamo, della giovane età) le persone che non abbiano di queste pitture, di questi tatuaggi o di queste scarificazioni. Questo è un modo di "fare" l'uomo. L'uomo è uomo solo attraverso la cultura umana; altrimenti è qualcosa di incompleto. Il meccanismo dietro questa convinzione, antropologico e psicologico*, è tra i più interessanti in cui mi sia imbattuto. Presso di noi, dati certi distinguo, la moda o il tatuaggio possono essere considerati processi di antropopoiesi.

Fonte foto: Sancara - Blog sull'Africa

Entriamo nel dettaglio. Che la cultura moderna sia una cultura misogina è certo, anzi certissimo. Su Psicologia e Scrittura si è già parlato di femminismo; torniamo adesso a discuterne. Cercheremo di rispondere alla domanda su come mai la cultura sia soprattutto cultura maschile, e la donna sia spesso vista (ad esempio, dalla psicanalisi freudiana) come una variazione sul tema dell'uomo, se vogliamo un uomo mancato, come se non fosse di per sé il 50% e forse più della popolazione umana.
Ecco a questo proposito Francesco Remotti, uno dei più importanti antropologi italiani. Tutte le citazioni sono tratte dalla sua Prima lezione di antropologia:
Hanno ragione Gilmore**, i Tewa, gli Awa, i Sambia*** nel ritenere che gli uomini vanno costruiti culturalmente (e ritualmente), mentre le donne raggiungono la loro condizione di femminilità (la loro forma di umanità) seguendo uno sviluppo naturale? È senz'altro vero che il processo femminile (il diventare donna) è segnato da fenomeni di ordine naturale, i quali lo incanalano e lo ritmano: il menarca, la gravidanza, il parto, l'allattamento rappresentano tappe, di cui sarebbe ben difficile non tenere conto. I momenti fisiologici della capacità riproduttiva femminile costituiscono paletti o segnavia, che invece mancano nella condizione maschile. In un certo senso, è più facile capire come si possa diventare donna, che non come si possa diventare uomini. Sul piano naturale (fisiologico o biologico), c'è una indeterminatezza maggiore nella condizione maschile, che non in quella femminile: e le società sono perciò maggiormente impegnate nel delineare, nel progettare e nel costruire la mascolinità, che non la femminilità.
Quello che intende Remotti è che, a un'analisi forse superficiale, a "fare" una donna ci pensa la biologia, ma a "fare" un uomo ci deve pensare l'umanità. L'uomo ha sviluppato un monopolio della cultura, quindi, non perché sia più forte della donna, ma perché è biologicamente più incompleto. L'antropopoiesi, tanto necessaria all'umanità per sentirsi umana, sarebbe da questo punto di vista un problema prima di tutto maschile. Continua Remotti:
E se la cultura è soprattutto orientata verso l'ideazione e la costruzione dell'essere maschile, si capisce anche assai bene come in molte società siano i maschi a rivendicare il possesso del mondo culturale: la cultura [...] è soprattutto fatta da loro e per loro. 
 

Un caveat: che quella appena esposta sia l'origine o una delle origini del predominio culturale maschile è naturalmente una cosa, un fatto storico che può essere appreso a livello nozionistico; ma che sia giusto che sia così, è un'altra. Lo sa Remotti, sicuramente, e speriamo che lo capisca anche il resto del mondo. Proprio di ieri è la notizia che il Tredicesimo Dottore, nel telefilm inglese Doctor Who, sarà interpretato da una donna; e già l'internet sta venendo giù per l'oltraggio subito. Credo che ne riparleremo.


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* Se dovessi distinguere il campo d'indagine di queste due discipline, che purtroppo sono studiate indipendentemente, direi che se l'antropologia studia cosa sia l'umanità, la psicologia studia cosa sia l'uomo.
** David Gilmore, antropologo. Per approfondire il suo contributo sul tema del maschilismo, vi rimando a questo articolo.
*** I primi, una popolazione del Nuovo Messico; i secondi e i terzi, della Nuova Guinea.

lunedì 10 luglio 2017

L'origine del male

I Siriaci immaginarono che l'uomo e la donna, essendo stati creati nel quarto cielo, pensarono di mangiare una focaccia invece dell'ambrosia, che era il loro naturale nutrimento. L'ambrosia si esalava dai pori; ma la focaccia faceva andar di corpo. L'uomo e la donna pregarono un angelo che indicasse loro la latrina. "Vedete" disse l'angelo "quel piccolo pianeta che sembra un puntino, a circa sessanta milioni di leghe da qui?: quello è il cesso dell'universo; andateci al più presto." Essi ci andarono e ci dovettero restare: è da quel momento che il nostro mondo è diventato quello che è.

[Voltaire, Bene (Tutto è bene) in Dizionario Filosofico]


martedì 4 luglio 2017

Il concetto di Dio dopo Evangelion

[ATTENZIONE! L’articolo contiene ENORMI spoiler sulla serie anime Neon Genesis Evangelion e sul film The End of Evangelion. Si sconsiglia di leggerlo a chi non li abbia già visti. Si sconsiglia di fare qualunque cosa a chi non li abbia già visti.]


Finalmente si parla di uno dei capolavori del nostro tempo, l'anime di Hideaki Anno, quel personaggino che ci aveva già regalato Nadia - Il Mistero della Pietra Azzurra, e ve lo butto lì così, con nonchalance. L'articolo (come altri che, spero, lo seguiranno, ché la passione è davvero grande) presuppone una conoscenza, non dico enciclopedica, ma comunque precisa dell'anime originale e di TEOE.
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So che molte persone non amano NGE, e soprattutto il finale di NGE, i famigerati episodi 25 e 26 e One more final: I need you del film. La cosa non sorprende. NGE è un’allegoria, intendendo per allegoria una storia che possa essere interpretata sia a livello letterale sia a livello di elaborata metafora, mantenendo peraltro intatte le virtù di entrambi. Nella storia della letteratura italiana, Croce condanna l’allegoria e Dante la salva e la nobilita... ma la nostra mentalità è tristemente più crociana che dantesca. La maggior parte degli italiani, infatti, apprezzano NGE finché parla di robot giganti, ma appena si addentra nello spazio dell'anima dell'uomo ci fa le pernacchie alle spalle di Hideaki Anno. 
Io invece amo NGE. Amo i suoi personaggi, la sua simbologia spesso meramente decorativa, i suoi continui colpi di scena (la cui importanza è a volte sottovalutata o non capita dai suoi detrattori). Amo, come tutti, il design innovativo dei robottoni e l’evoluzione del genere Mecha. Amo ogni dettaglio, tranne forse alcuni fotogrammi di The End of Evangelion (non quelli che immaginate, la celeberrima scena di masturbazione di Shinji sul corpo privo di sensi di Asuka; bensì quelli in cui viene riformulata la natura del rapporto tra Asuka e sua madre). Amo soprattutto il fatto che una storia ufficiale, una trama, una spiegazione dei misteri non ci sia, o almeno non emerga con evidenza, cosicché io possa adottare quella che preferisco.
Nel particolare, la cosa che più mi affascina di NGE, se si escludono certi trip intimisti di Shinji, è la sottotrama - che poi diventa la trama principale - del Progetto per il Perfezionamento dell’Uomo. Ma cos'è esattamente?
Sappiamo che la NERV, l’associazione che controlla gli EVA, e la Seele, l’associazione che controlla la NERV e gran parte del mondo, lavorano a questo misterioso Progetto. I dettagli sono pochi, e fino all'ultimo non abbiamo idea di cosa si tratti. Finalmente lo scopriamo: il Progetto prevede in tutti i casi l’abbattimento delle Barriere dell’Anima, quelle strutture metapsicologiche che dividono l’Io dal Tu, e che preservano l’individualità di ogni uomo. L’umanità - e questo si vede nel finale di The End of Evangelion -, senza più barriere a tenerla separata, si fonde in un unico essere indifferenziato. Negli Angeli e negli EVA le Barriere, che hanno qualcosa in comune con la corazza caratteriale di Reich, sono tanto forti (essi sono se stessi come nessun essere umano può mai essere, ci sembra di capire) da generare i famosi A.T. Field –  gli Absolut Terror Field*. 


Lilith si propone di offrire ai suoi figli, i Lilim, che sono gli uomini (altro mirabile cambiamento di prospettiva: i demoni che la tradizione giudaico-cristiana ha sempre considerato nemici e avvelenatori dell’umanità non sono i nemici contro cui ci siamo scagliati; siamo noi stessi; è l’umanità... gli altri, gli alieni, sono i figli di Eva, la vera umanità, tanto diversa da noi da parerci mostruosa e gigantesca), la possibilità di eliminare il dolore eliminando l’Altro, e il rapporto con l’Altro; Gendo Ikari si propone invece di ristabilire il rapporto con l’Altro eliminando se stesso; la Seele si propone infine di diventare Dio smettendo di essere qualcuno, ed essendo quindi tutto. Una strana idea, in tutti i casi. 
Mi sembra che uno dei problemi affrontati in queste declinazioni del Progetto sia che essere qualcuno significhi non essere nessun altro; essere limitato; essere infelice (vuoi perché si è qualcosa e non tutto, vuoi perché l’Altro è dolore). Allo stesso modo Dio, che nel Vecchio Testamento è Uno, nel senso di individuo psicologicamente antropomorfo, diventa Tre nel Nuovo Testamento, e Tutto nelle laboriose teologie successive; e alla fine diventa nulla nelle parole di Giovanni Scoto. Non è un'evoluzione da sottovalutare, e non so se Hideaki Anno l'avesse avuta in mente. Credo piuttosto che entrambi i modelli, più o meno indipendenti, siano giunti alla stessa naturale conclusione - modelli che, a prescindere dal fatto che siano corretti o meno, ci dicono qualcosa di importante sull'umanità.
È noto che Feuerbach, ne L'Essenza del Cristianesimo, sostiene che il contenuto positivo della religione non riguarda la conoscenza di Dio ma quella dell'uomo. Dio è l'essenza oggettivata dell'uomo, un'essenza priva di limitatezze, in rapporto con l'infinitudine dell'umanità. A un livello che forse ignoriamo, NGE parla di questo, e si conferma così uno dei pochi anime da guardare e riguardare in eterno.


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* Che poi Absolut Terror Field sia il nome dello spazio personale di un bambino autistico, è una leggenda molto bella ma, sia chiaro, infondata.