martedì 17 ottobre 2017

Manifesto della psicoantropologia...

... o all'antropopsicologia?
Ebbi modo, qualche tempo fa, di scrivere sul blog a proposito della psicologia e dell'antropologia:
Se dovessi distinguere il campo d'indagine di queste due discipline, purtroppo studiate separatamente, direi che se l'antropologia studia cosa sia l'umanità, allora la psicologia studia cosa sia l'uomo.
Ecco, voglio seguire questo pensiero. La psicologia si occupa di studiare l'individuo, o le relazioni affettive o sociali instauratesi tra gli individui*; l'antropologia (quella che qui io intendo per "antropologia" non è, limitatamente, l'antropologia di stampo medico. Piuttosto sono le scienze demo-etno-antropologiche) si occupa dei gruppi di individui in quanto manifestazioni - la definizione è coraggiosa, e temo debole - dell'umanità. Ho già detto che brutta abitudine sia studiare indipendentemente queste discipline, quando esse sono invece così inestricabilmente legate, come certo chiunque potrà rendersi conto.
La divisione non è e non poteva essere assoluta. Ricordo ad esempio di aver studiato il lavoro di antropologi sia durante l'esame di Filosofia della Mente, Logica e Lingue Naturali, sia durante l'esame di Psicologia Sociale (e l'Adolescenza in Samoa, di Margaret Mead, rimane uno dei miei libri di testo preferiti del percorso triennale). Tuttavia esami di antropologia vera e propria non li ho mai sostenuti, e sospetto che, allo stesso modo, in un Corso di Laurea in Antropologia non siano contemplati esami di psicologia. Lo stesso si può poi dire della sociologia, se vogliamo, una disciplina che ha avuto origine nel Settecento, e che quindi può vantare origini più antiche della psicologia moderna (la psicologia è una scienza bambina: la sua nascita si fa tradizionalmente coincidere con la fondazione, da parte di Wundt, di un laboratorio di psicologia sperimentale a Lipsia in quel fatidico 1879), ma che è fin troppo spesso tenuta ai margini del percorso accademico di uno studente di psicologia o di antropologia. Esistono sì degli esami in questa disciplina, ma solitamente non più di uno per Corso di Laurea.
Il problema di questa divisione innaturale - naturalmente - ha radici profonde in tutte e tre le discipline. Io intanto posso parlare per la mia categoria. È noto che Freud, che per quanto possa sembrare strano, visto da fuori, fu senz'altro figlio di quel positivismo ottocentesco che vedeva nell'individualismo la strada da percorrere per la realizzazione dell'uomo e del potenziale umano, divise concettualmente individuo e società, e fondò gran parte della sua opera mettendo, abbastanza poco sorprendentemente, queste due istanze in contrapposizione. L'ho detta in breve, e priva di qualunque sfumatura: ma questo, stringi stringi, è un concetto radicato all'interno di tutto il pensiero psicologico.
Questa idea è assurda, e mi affido alle parole di Edward Carr (Sei lezioni sulla storia) per dimostrarlo:
C'è chi distingue la psicologia, scienza dell'individuo, dalla sociologia, scienza della società, e si è definito "psicologismo" la concezione secondo cui tutti i problemi sociali sarebbero riconducibili, in definitiva, all'analisi del comportamento individuale. Ma lo psicologo che evitasse di studiare il contesto sociale [e, aggiungo io, antropologico] in cui l'individuo vive, non potrebbe andare molto lontano.

Lo scisma tra psicologia e antropologia (e sociologia, sebbene questa venga più frequentemente assorbita nel corso di studi) viene in qualche modo risanato all'arrivo, se mai ci si arriva, delle scuole di specializzazione in psicoterapia. Alcune, come il Centro Studi Sagara, mi pare facciano dell'incontro tra queste due discipline uno dei cuori del proprio programma didattico e umano. Ma la scuola di psicoterapia è già uno step tardo. In futuro, e lo dico così, dal basso, senza avere credenziali, penso sia necessario una maggiore presenza dell'antropologia in un corso di laurea di psicologia, triennale o magistrale. Anzi, penso sia auspicabile la fondazione di un Corso di Laurea Integrato, che purtroppo sarà complessissimo, che riesca a coniugare i due corsi di Psicologia e di Antropologia in una visione unica.



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* Questa definizione basta, come si vedrà, per i fini del mio articolo, anche per designare quelle correnti psicologiche più comprensive come la Scuola Sistemico-Relazionale.

lunedì 9 ottobre 2017

Posso parlare di ciò che non conosco?


La prima regola della scrittura, a detta di tutti, è "parla solo di ciò che conosci"*. Be', non è esattamente la prima, ma di certo è sul podio. Molti scrittori ne derivano la massima di dover parlare in modo esclusivo della propria quotidianità, più o meno romanzata, e di dover scrivere personaggi a loro volta scrittori, o aspiranti tali. In verità la regola ha un significato leggermente più comprensivo: significa che, se finite per parlare di cose che non conoscete, allora dovete fare delle ricerche finché non le conoscete a menadito. Leggete libri, giornali, cercate persone che ne sanno qualcosa e intervistatele. Se scrivete di un pescatore dovete sapere come si pesca, cosa si pesca e possibilmente parlare prima con qualche pescatore di vecchia data. Questo a meno che voi non siate a vostra volta dei pescatori: cosa che, ovviamente, garantisce in modo automatico che queste tre condizioni siano soddisfatte.
Io faccio ricerche. Faccio un sacco di ricerche. Quando pensavo di scrivere un romanzo ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, ho recuperato una rassegna di giornali del 1940. Solo per entrare nel mood, diciamo, e naturalmente per sapere quali informazioni il regime passasse ai suoi cittadini (un bell'investimento, anche se alla fine non farò quel romanzo). Eppure esistono un'infinità di dettagli che semplicemente non posso sapere, anche con internet a portata di mano. Da qualche parte, in una storia a cui ancora non ho pensato, potrei trovarmi nella situazione di dover descrivere lo stato delle strade tra Kilkenny e Thomastown nel 1800. Ecco, forse ci sono alcuni libri che si occupano di ricostruire questi dettagli - esistono libri per ogni cosa -, ma onestamente non saprei dove reperirli. Quindi dovrei iniziare a inventare. Non dimentichiamoci che è questo che fa uno scrittore: inventa. Inventa dettagli. Un esperto di urbanistica irlandese del XIX secolo si accorgerà immediatamente del mio errore, ma uno non può scrivere tenendo a mente tutti i possibili mestieri di questo mondo, e l'opinione delle persone che li svolgono (Eco parlerebbe di "lettore modello", e il lettore modello di ben pochi scrittori è un esperto di urbanistica irlandese di qualunque secolo). Certo sarebbe bello scrivere un libro perfetto, un libro senza errori circostanziali, ma allora ci ridurremmo davvero a scrivere la storia della vita che conduciamo giorno per giorno, perché lì sui dettagli non potremmo nutrire dubbi. Ma non si può scrivere fissando sempre il proprio ombelico, vero?
Eco parlava solo di posti in cui era stato: che fossero Torino, Parigi, Praga, o una nave abbandonata che poteva o non poteva essere ferma vicino alla linea del cambiamento di data. Io d'altra parte (non mi sto paragonando a Eco: solo, lo usavo per illustrare un metodo ossessivo di raccolta di informazioni che non è il mio) ho visitato raramente i posti di cui parlo, perciò tendo a inventare molti dei dettagli secondari. Non me ne preoccupo perché non cerco di scrivere romanzi realisti: a me piace il genere fantastico, e un bravo scrittore di narrativa fantastica riesce a dare solidità a mondi inventati attraverso l'utilizzo di dettagli parimenti inventati.
In ultima analisi, l'unica cosa che importa è che il lettore si convinca che tu abbia scritto qualcosa di vero. Certo, questo risulta decisamente più facile quando scrivi qualcosa di vero (da qui la regola del "parla solo di ciò che conosci"), ma, se sai fare il tuo mestiere, non è impossibile neanche quando scrivi qualcosa di completamente falso. In altre parole: se si può è sempre meglio scrivere qualcosa di giusto; ma dato che questo non è sempre possibile, ogni tanto si deve anche scrivere qualcosa che sia più convincente del giusto.


Altri articoli sulla scrittura (secondo me):
  1. Ma gli italiani sognano pecore realiste?
  2. Svelato il segreto per diventare grandi scrittori
  3. Imparare a scrivere creativamente
  4. Meglio tre parole

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* Naturalmente non esiste un decalogo della scrittura creativa. Quelle che si definiscono "regole" sono in realtà consigli per minimizzare il rischio di scrivere male. Chi li voglia infrangere lo faccia pure; ma a proprio rischio e pericolo, e solo in virtù della propria genialità.

domenica 1 ottobre 2017

Attraverso uno specchio, in un enigma

Di nessuna grande verità lo spirito medievale era tanto convinto quanto delle parole di San Paolo ai Corinzi: Videmus nunc per speculum in aenigmitate, tunc autem facie ad faciem. Il Medioevo non ha mai dimenticato che qualunque cosa sarebbe assurda, se il suo significato si limitasse alla sua funzione immediata e alla sua forma fenomenica, e che tutte le cose si estendono per gran tratto nell'aldilà. Questa idea è familiare anche a noi, come sensazione non formulata, quando ad esempio il rumore della pioggia sulle foglie degli alberi o la luce della lampada sul tavolo, in un'ora tranquilla, ci dà una percezione più profonda della percezione quotidiana, che serve all'attività pratica. Essa può comparire talora nella forma di una oppressione morbosa che ci fa vedere le cose come già impregnate di una minaccia personale o di un mistero che si dovrebbe e non si può conoscere. Più spesso però ci riempirà della certezza tranquilla e confortante che anche la nostra esistenza partecipa a quel senso segreto del mondo.

Johan Huizinga, Autunno del Medioevo.


martedì 26 settembre 2017

Etica e morale a Nazareth

Ogni tanto torno con la memoria ai tempi felici dell'università, che poi tanto felici non erano, e mi capita di pensare a una certa lezione di criminologia a cui partecipai durante il mio quarto anno. Quel giorno il nostro professore - ho avuto la fortuna di studiare con Adolfo Ceretti - ci domandò che cosa pensassimo della pena di morte. La lezione si svolse come un dibattito. La classe era divisa tra studenti di psicologia e giuristi, ma non mi pare che questa divisione generasse grandi differenze ideologiche, e i pro e i contro si distribuivano equamente tra i due schieramenti. Ora, la discussione procedeva tra alti e bassi, quando un mio collega della Facoltà di Psicologia, contrario alla pena di morte, cercò di parlarne partendo da un punto di vista storico, e tirò in ballo il nome di Gesù. L'aula venne giù per i fischi.


Quello che in quel momento i miei compagni non sono riusciti a fare, naturalmente, è stato scindere l'idea di Gesù da quella di cristianesimo. Ed essendo in Italia, tutti gli studenti tendono a essere suscettibili riguardo le ingerenze della Chiesa nel pensiero pubblico (e neanche di questo capisco il motivo). Ma Cristo non fu cristiano. Il cristianesimo venne dopo la morte di Cristo. Questo semplice fatto lo si scopre alle elementari, ma spesso si tende a non tenerne conto. Io sono ateo, e non penso che le parole e il pensiero di Cristo siano meno importanti perché alla fin fine non è il Figlio di Dio. Credo anzi siano rilevantissime, e mi sforzo di farle mie. Altri prima di lui predicarono lo stesso credo d'amore e tolleranza, e pietà e giustizia, ma nessuno come lui ha avuto un'influenza tanto vasta sulla storia mondiale. Faccio anche notare che, se quel mio compagno avesse citato Buddha invece di Gesù, nessuno avrebbe fiatato. Questo perché, forse, noi siamo abituati a pensare a Buddha più come a un pensatore e a un filantropo che non a un mistico. Bene: lo stesso potremmo fare di Gesù. Sembra che i Vangeli non aspettino altro per essere riscoperti. Le parole di Gesù non sono meno belle di quelle di altri filosofi che si sono occupati del problema della morale, ed è così infatti che chi non crede dovrebbe considerarlo: un filosofo preoccupato del problema della morale. Un radicale, che è venuto e sapeva di essere venuto a portare non la pace ma la spada, a dividere il figlio da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora da sua suocera (Mt 10,34-35), perché sapeva che abbracciare la giustizia e la misericordia sono atti estremi, e che gli atti estremi non sono fatti di compromessi ma di assoluti. Credeva che il compromesso fosse la tomba dell'etica... sebbene non lo fosse il perdono. Ancora, Gesù è colui che pronunciò (sebbene le fonti siano più antiche di Gesù) il Discorso della Montagna*, forse il più commovente e completo discorso di morale che sia mai stato fatto.


Carl Heinrich Bloch, Il Discorso della Montagna

È già grave che i religiosi vedano ogni cosa attraverso le lenti deformanti della religione; ma è addirittura mostruoso che lo faccia anche chi religioso non è. La mia speranza, per chi come me non crede, è che presto si riesca a prestare orecchio al vero messaggio di Gesù, e si lascino da parte i preconcetti meschini da catechismo svolto al contrario. Philip Pullman ha scritto un romanzo** che, credo, ha proprio questo al centro del suo labirinto: distinguere il Gesù autentico da ciò che la vecchia Chiesa ha saputo trarre da Gesù. 


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*Mt 5-7.
** Il buon Gesù e il cattivo Cristo.

lunedì 18 settembre 2017

Sei un cattivo scrittore se

Si sa: le librerie italiane, che siano fisiche o digitali, hanno ormai gli scaffali pieni di romanzi spazzatura. Per ogni Virginia Woolf dell'Einaudi ci sono dieci, venti Stephanie Meyer della Fazi. Credo che questo semplice fatto sia vero oggi come era vero cinquant'anni fa, ma il self-publishing, le strategie poco lungimiranti delle Case Editrici, e lo spazio che sono riusciti a ritagliarsi autori oggettivamente illeggibili grazie al web, rende la consapevolezza più acuta oggi che in passato. WattPad ha permesso ad aborti letterari come After, My dilemma is you e altri (romanzi al cui confronto la saga di 50 sfumature sembra un Thomas Hardy) di raggiungere il cuore di una legione di praticamente analfabeti, e di fatturare cifre esorbitanti una volta pubblicati da C.E. che, per non fallire, sono giocoforza costrette a curare l'edizione cartacea di volumi che in passato non avrebbero neanche usato per fissare i tavoli traballanti.
A questo punto il modo migliore per impedire altri attentati contro il mondo già agonizzante della letteratura di massa non è puntare sugli editori, o Dio ce ne scampi sul pubblico, ma a una progressiva sensibilizzazione dell'autore.


Posto che, una volta scritto un libro, in un modo o nell'altro sia sempre possibile pubblicarlo, quello che uno scrittore deve fare è chiedersi se il suo libro valga la pena di essere pubblicato. Quindi ecco, per vostra comodità miei carissimi autori wannabe, una lista di venti +1 campanelli d'allarme che dovrebbero farvi capire che il vostro libro merita di essere bruciato prima di finire in mani sbagliate o sotto gli occhi di bambini impressionabili*.
Per farla breve, con ogni probabilità siete dei cattivi scrittori se

  1. Il vostro libro ha una protagonista goffa e bellissima, che però si crede brutta, e si trova a dover scegliere tra due ragazzi che farebbero di tutto per lei, egualmente bellissimi.
  2. Il vostro libro ha un personaggio che si chiama "Damian".
  3. Il vostro libro è uno Young Adult.
  4. Spendete più tempo a descrivere il comportamento del vostro protagonista davanti a uno smartphone che a farlo interagire con gli altri personaggi.
  5. Il vostro libro è un fantasy ispirato a Il Signore degli Anelli, ma voi di Tolkien avete visto solo i film di Jackson.
  6. Il vostro libro appartiene a un genere letterario di cui avete letto solo un altro romanzo (e.g. è un fantasy, ma di fantasy avete letto esclusivamente Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. Spoiler alert: non è sufficiente).
  7. Avete scritto un libro basandovi sulle vostre sessioni di D&D con gli amici e non state vivendo negli anni '90.
  8. Il vostro libro è pieno di metafore estranianti, ma voi non sapete cosa sia l'effetto di straniamento e non conoscete neppure i formalisti russi.
  9. La vostra protagonista dice di essere appassionata di letteratura e il suo libro preferito è Orgoglio e Pregiudizio.
  10. La vostra protagonista dice di essere appassionata di letteratura, e per dimostrarlo ritiene che conoscere il secondo nome di Thackeray sia una prova sufficiente.
  11. Per descrivere la vostra protagonista, in un romanzo in prima persona, la fate svegliare e la fate indugiare davanti a uno specchio.
  12. Il vostro protagonista è un vampiro adolescente.
  13. Il vostro protagonista è un angelo caduto (ma in realtà ha fatto solo la cosa giusta).
  14. Il vostro protagonista o la vostra protagonista sa tutto, sa fare tutto benissimo, e riesce a tenere testa/a battere persone con molta più esperienza di lui/lei. Inoltre tratta male tutti, guarda tutti dall'alto in basso, e tuttavia tutti la considerano la persona migliore che esista (in gergo si dice che è un Gary Stu/una Mary Sue).
  15. Credete che scrivere un romanzo "maturo" significhi creare un antieroe interessato solo a sessodenaro&potere, aumentare le morti e moltiplicare fino al limite del parossismo le scene di stupro.
  16. Credete che la scrittura sia una dote naturale, tipo saper piegare la lingua in due.
  17. Il vostro libro si apre con una prolessi (flashforward).
  18. Il vostro protagonista sta per essere ucciso e "prima di morire, non poté fare a meno di pensare a come fosse finito in quella situazione" (il grosso del vostro libro è in effetti composto dal suo ricapitolare gli avvenimenti che lo hanno condotto in quella situazione).
  19. Il vostro protagonista è uno scrittore che soffre di un blocco (spero intestinale).
  20. L'interesse amoroso del protagonista è l'ultima ragazza che non ne ha voluto sapere di voi.
  21. Il vostro protagonista siete voi.


Pensateci bene, amici scrittori. Se vi rivedete in una o più di una di queste affermazioni, ho una brutta notizia per voi. Ma potete sempre ritentare con un secondo romanzo: 


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*La lista è stata compilata dopo un'attenta indagine condotta dallo staff di Psicologia e Scrittura.

martedì 29 agosto 2017

Una poesia che ami


Il Proemio del Waif di Longfellow, nella traduzione di Ettore Bonessio di Terzet:

Il giorno è finito, e il buio
cade dalle ali della Notte
come piuma persa
da Aquila in volo.

Vedo le luci del villaggio
brillare tra pioggia e nebbia,
e un senso di tristezza mi stringe,
e la mia anima non sa più resistere;

un senso di tristezza e nostalgia,
che non è simile al dolore,
solo gli rassomiglia
come fra loro pioggia e nebbia.

Vieni, leggimi qualche poesia,
qualche canzone semplice e sincera,
che plachi la pena del cuore,
e disperda i pensieri del giorno.

Ma lascia i grandi maestri antichi,
e i bardi sublimi,
i cui remoti passi echeggiano
lungo le vie del tempo.

Lasciali, perché, accenti di musica guerriera,
i loro possenti pensieri evocano
la pena del vivere e l'infinito travaglio;
e stanotte io voglio riposare.

Leggimi qualche oscuro poeta,
i cui canti vennero dal cuore,
come pioggia da nube estiva
o lacrime dal ciglio;

qualche poeta che in lunghi giorni di fatica,
in notti senza sollievo,
udì ancora nell'anima la musica
di melodie meravigliose.

Simili alla benedizione
che segue la preghiera,
questi canti possono calmare
l'inquieto palpito dell'angoscia.

Allora, leggimi dal libro custodito
una poesia che ami,
e unisci alla rima del poeta
l'incanto della tua voce.

E la notte sarà piena di musica,
e l'angoscia che tormenta il giorno,
come gli Arabi, piegherà le sue tende
e scivolerà via silente.

The day is done, and the darkness
Falls from the wings of Night,
As a feather is wafted downward
From an Eagle in his flight.

I see the lights of the village
Gleam through the rain and the mist,
And a feeling of sadness come o'er me,
That my soul cannot resist;

A feeling of sadness and longing,
that is not akin to pain,
And resembles sorrow only
As the mist resembles the rain.

Come, read to me some poem,
Some simple and heartfelt lay,
That shall soothe this restless feeling,
And banish the thoughts of day.

Not from the grand old masters,
Not from the bards sublime,
Whose distant footsteps echo
Through the corridors of time.

For, like strains of martial music,
Their mighty thoughts suggest
Life's endless toil and endeavour;
And to-night I long for rest.

Read from some humbler poet,
Whose songs gushed from his heart,
As showers from the clouds of summer,
Or tears from the eyelids start;

Who through long days of labour,
And night devoid of ease,
Still heard in his soul the music
Of wonderful melodies.

Such songs have power to quite
the restless pulse of care,
And come like the bediction
That follows after prayer.

Then read from the treasured volume
The poem of thy choice,
And lend to the rhyme of the poet
The beauty of thy voice.

And the night shall be filled with music,
And the cares, that infest the day,
Shall fold their tents, like the Arabs,
And as silently steal away.

Poe stesso, del Proemio del Longfellow, scrisse:
Pur privi di grande immaginazione, questi versi sono stati giustamente ammirati per la loro delicatezza espressiva. Alcune immagini sono molto efficaci [...]. Anche l'idea dell'ultima quartina è molto efficace. Tuttavia, nel suo insieme, il testo poetico è da ammirare soprattutto per la graziosa spensieratezza del suo metro, che si accorda così bene con il carattere dei sentimenti, e ancor più per la generale scorrevolezza del suo modo.
Sono certo che non possiamo che dirci d'accordo con questa opinione.

lunedì 21 agosto 2017

Cosa leggo questa settimana: il ritorno

Non si sfugge all'ora di scrittura giornaliera, anche se oggi è dedicata alla rilettura di vecchi lavori e all'aggiornamento del blog. Questa settimana avrei voluto scrivere qualche recensione per la rubrica Vivere (d)i libri, che manca ormai da un po', ma ancora una volta mi scopro a non averne il tempo. E dire che stavo pensando di raddoppiare gli articoli del blog, da uno alla settimana (lunedì) a due (lunedì e giovedì)... ma come pensavo di farcela, a questo punto, proprio non so.
Nel frattempo, e per risolvere almeno in parte i miei problemi, su Psicologia e Scrittura torna l'appuntamento con Cosa leggo questa settimana, la rubrica che mi permette di parlare dei libri che sto leggendo mentre li sto leggendo. Non è una cattiva rubrica. Si offre come una testimonianza dell'esperienza della lettura, per una volta, non a posteriori; e non so dove altro potreste trovarla su internet!

Dunque, in questa settimana di lavoro, questa settimana di caldo intenso, sto leggendo

RACCONTI
di Edgar Allan Poe
Posseggo quattro raccolte di racconti di Poe - alcuni racconti si ripetono, naturalmente -, che da ragazzo lessi e rilessi e che, credo, all'epoca mi influenzarono molto. Durante la mia (meritata) settimana di vacanza parlavo di lui con un amico, ed entrambi concordavamo sul fatto che quelli di Poe sono tra i racconti più perfetti che si possano leggere, almeno nel loro genere. Tanto che, parlandone, mi è venuta voglia di rileggerli daccapo.
Il crollo della casa degli Usher, Re Peste, Hop-Frog, Il pozzo e il pendolo... sfoglio gli indici e mi fermo sui nomi che mi risvegliano maggiori ricordi. E adesso che ho controllato non posso che confermare la mia precedente opinione: nel loro genere, quelli di Poe sono tra i racconti più perfetti del mondo.

IL GIOCO DI ENDER
di Orson Scott Card
Cerco sempre di leggere, quando ne ho l'occasione, a fianco di un classico riconosciuto, un classico moderno, senza riguardi che sia un fantasy, un libro per bambini, un fumetto o un'altra di quelle categorie disprezzate, ma che a me piacciono tanto. E del resto non vedo come potremmo scusare il povero Poe, se tagliassimo fuori queste categorie dall'insieme della letteratura importante. Comunque.
Di recente un mio amico - la cui madre ha una collezione Urania e Nord da far svenire anche quelli tra voi che hanno il cuore più impavido - mi ha prestato Il Gioco di Ender. In effetti era da un po' che volevo leggerlo, ma non mi era mai capitato tra le mani, in libreria o altrove. Ecco quindi cosa ne penso arrivato a pagina centoventi di trecentosettantasette, per punti e senza peli sulla lingua: i personaggi sono dannatamente interessanti, anche se forse non scritti in maniera perfetta (il protagonista, Ender Wiggin, ha sei anni ed è un genio: ma non è un bambino geniale, è un adulto molto furbo in un corpo da bambino); il contesto fantascientifico è classico, senza particolari guizzi, ma proprio per questo funziona; l'ambientazione - la Scuola di Guerra dove le giovani reclute imparano a guidare l'esercito della Terra - è ricca di potenzialità; la prosa dell'autore è scorrevole e a tratti piacevole da leggere. Insomma, non mi sorprende sapere che abbia vinto tanti premi, tra Hugo e Nebula. Mi ha persino fatto tornare la voglia di scrivere anche io qualcosa di fantascienza, e ditemi se non è una prova di valore questa.

CODEX SERAPHINIANUS
di Luigi Serafini
Del Codex avevamo già parlato qui, in uno dei primi articoli di questo blog. Non voglio ripetermi. Vi basti sapere che i miei sentimenti nei suoi confronti non sono cambiati, e per me sfogliarlo si rivela ancora un'esperienza eccitante e meravigliosa.
(Una mia amica, quando ha saputo quanto mi era costato, mi ha chiesto perché non l'avessi preso in ebook. Che strana osservazione!)
...

Due libri da leggere in contemporanea (e uno da ammirare) non sono pochi, quando la maggior parte del tuo tempo la passi a dormire o a lavorare. Entrambe attività sfiancanti, se posso dire la mia.
Per adesso non so se ci risentiremo questo giovedì. Ne dubito. Come dicevo anche prima, il tempo è quello che è. Fiaccante e pure poco. Ma se non ci sentiamo questa settimana ci sentiamo la prossima, giurin giuretta, e nel frattempo potete tenervi aggiornati cliccando "Mi piace" sulla pagina Facebook del blog.
Buone vacanze per chi ancora è in vacanza o per chi ci deve andare, Veri Credenti! Per tutti gli altri, buon rientro.

lunedì 14 agosto 2017

Almeno un'ora al giorno


Per due mesi non ho scritto una riga.
Quello che vi sto confessando per me ha una certa importanza. E una certa gravità. Per anni, diciamo da dieci anni, non sono mai stato tanto a lungo senza aver scritto qualcosa: un racconto, qualche pagina di un romanzo, un saggio breve. Che poi la maggior parte di ciò che ho scritto non fosse granché, bene, lo accetto: ho sempre pensato che finché scrivevo non potevo che migliorare, e la cosa mi sembrava abbastanza. L'atto stesso della scrittura, per me, rappresentava quella che per altri potrebbe essere una palestra, o una corsa mattutina. Era sia una valvola di sfogo, che credo mi abbia mantenuto sano di mente dall'adolescenza fino ad oggi - benché io abbia rarissimamente scritto qualcosa di biografico -, sia un modo per rendere me stesso l'uomo che ho da sempre desiderato essere. Non ho mai perso di vista il mio obiettivo: ogni parola che battevo sulla tastiera del mio computer, anzi dei miei computer visto che ne ho usati almeno quattro, tra fissi e portatili per le vacanze, mi avvicinava un po' di più alla realizzazione del mio sogno. Che è essere uno scrittore. Meglio se pubblicato, col che intendo "retribuito in base ai miei meriti". Quello che voglio, insomma, è creare, e creare cose belle. Lo stesso pensiero che accomuna, credo, pittori, musicisti e ogni genere di artista. Nel mio caso il modo per creare la bellezza non è attraverso un'esecuzione perfetta del Canone in re maggiore di Pachelbel o altro, ma attraverso l'accostamento di parole, l'equilibrio della frase, la verosimiglianza e la tenuta dell'intreccio, la veridicità dei personaggi, il puro e semplice senso di meraviglia che si prova a leggere una storia ben fatta.

Comunque voi godetevelo

Per dieci anni, quindi, si diceva, ho scritto quasi ininterrottamente. Una o due volte la settimana, è vero, che molti considererebbero poco, ma senza mai pause considerevoli tra una sessione e l'altra. E quando non scrivevo in genere leggevo, o studiavo per scrivere meglio. Era tanta la mia foga che spesso i miei progetti si accavallavano, e ne abbandonavo uno per seguirne un altro (anche se non credo di aver mai abbandonato un progetto che non se lo meritasse; tranne forse un paio, che però mi riprometto di riprendere in mano prima o poi). Quando scrivevo entravo in uno stadio che si chiama "flow", in psicologia, flusso se vogliamo, uno stato d'attenzione prolungata che si instaura durante un'attività finalizzata, molto piacevole, e che spesso si raggiunge in situazioni di totale immersione, come ad esempio quando si gioca a un bel videogame. Il semplice atto della scrittura mi ricompensava, e rafforzava il mio desiderio di scrivere.
Poi, all'improvviso, il nulla. Ero come svuotato. Ho finito un lavoro, un racconto lungo, che nel 2018 dovrebbe essere pubblicato in ebook da un Editore di cui, per il momento, non voglio farvi il nome; ho messo giù la penna - anzi, ho chiuso il pc, e non l'ho più riaperto. Ho anche smesso di scrivere il piccolo zibaldone che tengo sulla scrivania, che all'inizio dell'anno avevo iniziato ad aggiornare con pensieri, idee, piccoli paradossi, proposte, e tutto ciò che non trovava spazio qui o nella mia narrativa. Riuscivo giusto ad aggiornare il blog una volta a settimana. Il nuovo lavoro, un lavoro vero, pagato, che non c'entra molto con la scrittura ma che mi serve per mangiare, mi prosciugava le energie, acuiva il mio stress e diminuiva sensibilmente il tempo a mia disposizione per leggere e scrivere. Cercavo di buttare giù qualcosa ma dopo le prime righe dovevo lasciar perdere. E questo quando riuscivo a scrivere qualche riga. 


Prima d'ora non avevo mai sperimentato un blocco dello scrittore, anche se supponevo bene che potesse succedermi. Non riuscivo a uscirne, e già dopo il primo mese iniziavo a sentire che sarei soffocato se non mi fossi... sbloccato. Poi mi sono ricordato una cosa: spesso i grandi scrittori, nei loro consigli, dicono che è importante scrivere almeno qualcosa al giorno tutti i giorni. Prima imporselo come regola, e insistere finché non diventa una sana abitudine. Ancora una volta credo che sia lo stesso principio del jogging. Ho pensato fosse una buona idea; ho recuperato, dal mio schedario, l'idea per un romanzo per ragazzi che avevo avuto tempo fa (non c'è nulla di meglio, per creare meraviglia, che scrivere un bel romanzo per ragazzi. Chiedetelo a C.S.Lewis) e ho iniziato a buttare giù le prime pagine. Questo succedeva una settimana e mezza fa, e da allora mi prendo un'ora al giorno per farlo. Così ho ricominciato a scrivere. Oggi - cioè ieri, domenica 13 - eccezionalmente ho investito la mia ora di scrittura (che poi, a dire il vero, sforo sempre: è un'ora e un quarto, un'ora e venti) per redigere l'articolo che state leggendo. A parte questo ho battuto 47405 caratteri spazi esclusi in dieci giorni. Non so se siano molti o pochi, o se magari, più probabilmente, siano la normalità; ma non sono abituato a fare gare di velocità con nessuno, tanto meno con me stesso. Mi bastano 47405 caratteri. E soprattutto mi basta essere tornato a scrivere, finalmente.




lunedì 7 agosto 2017

Il paradosso della comare

Geoffrey Chaucer iniziò a scrivere I Racconti di Canterbury nel 1388; nel 1400 morì, e non li aveva ancora completati. Dei centoventi racconti che s'era prefissato riuscì a finirne soltanto ventiquattro. Tanti ci bastano per considerarlo il capolavoro del Middle English (anzi, è vero il contrario: il Middle English è quello perché ci scrisse Chaucer. L'autore del Pearl e del Sir Gawain era contemporaneo di Chaucer, ma il suo inglese era completamente diverso).


La cornice dei Racconti è nota a tutti, e ispirata putacaso al nostro Boccaccio, o al più al nostro Dante (Chaucer conosceva bene i poeti italiani). La ricordo comunque: un gruppo di persone decide di raccontarsi delle storie per ammazzare il tempo durante il pellegrinaggio alla tomba di San Thomas Becket.
Nell'articolo di oggi parlerò di uno dei racconti più famosi dei Tales, quello della Comare di Bath, che Harold Bloom riconosce come uno dei grandi antesignani dei personaggi shakespeariani; e in particolare di un paradosso logico che si trova abbozzato al suo interno. Non sono riuscito a trovarne un'altra trattazione nell'internet, quindi fornirò la mia fingendo che sia la prima.
Dei Tales possiedo l'edizione Bur con la traduzione in prosa di Cino Chiarini e Cesare Foligno. Tutte le citazioni che farò vanno cercate in quell'edizione.

Bene, il racconto della comare è all'incirca questo. Ai tempi di Re Artù (già l'ambientazione mi piace) c'era un cavaliere, anzi un baccelliere, che stuprò una ragazza. Artù lo condannò a morte, ma sua moglie, la Regina Ginevra, cuore tenero, gli commutò la pena. Il baccelliere ha tempo un anno e un giorno (come il mio Galvano) per trovare la risposta a una certa domanda, e se non la dovesse trovare si eseguirà la sentenza del re. La domanda in questione è cosa desiderino maggiormente le donne.


Il baccelliere si fa un esame di coscienza e riconosce che delle donne non ha mai capito nulla. Allora parte alla ricerca della risposta, sperando che qualcuno prima o poi gliela dia; ma l'anno è quasi trascorso e lui ancora non l'ha trovata. Certe donne che interroga dicono questo, altre dicono quest'altro, e insomma una cosa certa nessuno la sa dire. Finché non incontra una vecchia, una strega probabilmente, o più probabilmente ancora una fata, che acconsente a dargli la risposta purché il baccelliere le conceda, se è in suo potere, la prima cosa che lei gli chiederà. Il baccelliere accetta.
Alla corte di Ginevra il nostro protagonista fornisce la risposta che la vecchia gli ha rivelato giusto un attimo prima. Le donne, dice,
[...] "bramano d'aver signoria così sul loro marito come sul suo amore e d'aver dominio sopra di lui".
Un attimo di silenzio. Ma il baccelliere può tirare un sospiro di sollievo: la risposta è esatta. A quel punto gli tocca però fare i conti con la vecchia, e non so se avrebbe preferito venire impiccato. Il suo desiderio è che lui la prenda in sposa.
"Ohimè! Ohimè! Troppo ben so che tale fu la mia promessa" - piagnucola il baccelliere - "ma, per amor  di Dio, scegli una diversa richiesta; prendi tutto il mio avere e lasciami la mia persona".
La vecchia è spiaciuta, spiaciuta davvero, ma non può chiedergli altro. Il baccelliere deve capitolare, anche perché tutta la corte di Ginevra è testimone della promessa.
La prima notte di nozze il baccelliere è comprensibilmente angustiato, e si lamenta con la moglie che lei non è né giovane né di alto lignaggio, e che insomma poteva aspettarsi di meglio. Al che la vecchia, che come sappiamo è molto saggia, gli dimostra con l'esempio di Gesù, che è un Dio che ha deciso di farsi povero, che la povertà non è incompatibile con la nobiltà, e che un titolo e una ricchezza non rendono una persona degna di possedere il titolo e la ricchezza. Poi lo avvisa che lei avrebbe anche il potere di tornare giovane, ma gli ricorda che, così com'è, e cioè vecchia, in virtù degli anni e del lordume, corre meno rischi di tradirlo. A lui la scelta: preferisce che lei rimanga vecchia e fidata, oppure che torni giovane e lo roda per sempre il tarlo del dubbio?
Il baccelliere, che, ormai abbiamo capito, è un povero idiota, si arrende: faccia ciò che ritiene meglio.
"Dunque" chiede la vecchia, "ho io ottenuto su di voi signoria, poiché m'è lecito di eleggere e di decidere come mi talenta?"
"Sì, per certo, donna" risponde lui, "questo mi pare il meglio".
La vecchia, che come dicevo o è una strega o una fata, è soddisfatta di come si sono svolte le cose, e premia il suo povero marito tornando a essere una bella figliola.

˜˜˜˜˜

Alla fine della storia la vecchia ottiene dal baccelliere ciò che ogni donna desidera (secondo Chaucer, comunque), che è poi la potestà assoluta sul proprio marito. Ora facciamo un passo indietro. Il baccelliere aveva chiesto alla vecchia di fargli un'altra richiesta, che non fosse quella di sposarlo. Se la vecchia l'avesse fatto allora non avrebbe più avuto un marito su cui esercitare la propria potestà. Chiamiamo F(x) la risposta che il baccelliere dà a Ginevra, ed ∀ x F(x)* il fatto che F sia valido per ogni donna; se la vecchia avesse chiesto qualcos'altro al baccelliere oltre al matrimonio, che il baccelliere poteva concederle, allora avrebbe contraddetto F(x), che non sarebbe più stato valido per ogni donna ma al massimo per alcune donne: ∃ x F(x)**. Se cioè la vecchia avesse preferito qualcos'altro ad F(x), allora l'ipotesi ∀ x F(x) sarebbe stata falsa; il baccelliere non avrebbe potuto dire quello che tutte le donne desiderano, e Ginevra avrebbe dovuto farlo giustiziare... col che, incidentalmente, la vecchia non avrebbe avuto diritto ad esprimere alcun desiderio.
Quello che intendo dire è che, una volta pronunciato, F(x) diventa vincolante per la vecchia e per il baccelliere. Lei non può fare altro che esprimere il desiderio che il baccelliere la sposi, in modo da poter realizzare F(x). Da ciò si vede come la logica abbia catene non meno sottili della magia, e non meno resistenti della nevrosi. Certo il povero baccelliere non doveva essere versato in logica, altrimenti l'avrebbe saputo!


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* Che si legge "La frase F di x è vera per ogni x".
** Che si legge "La frase F di x è vera per alcuni x".

lunedì 24 luglio 2017

Partenza da Cosmopoli

I più acuti tra voi avranno forse notato che il nome del blog è passato, così, nottetempo, senza dire una parola a nessuno, da Psicologia e Scrittura a Psicologia e scrittura: Liberi pensieri dalla città di Cosmopoli. Forse vi starete chiedendo il perché. Per spiegarlo devo prima dirvi come ho scoperto Cosmopoli.


Nel Dizionario Filosofico di Voltaire, alla voce Ateo, Ateismo, si può leggere la storia tristissima del frate Giulio Cesare Vanini, arso vivo a causa di certe infamanti accuse mossegli dall'altrettanto infame gesuita Garasse. In conclusione dell'articolo Voltaire scrive:
Un secolo dopo la sua morte, lo studioso La Croze e colui che ha assunto il nome di Philalete hanno voluto riabilitarlo [...].
Su questo mi sono fermato. Chi fosse Philalete lo ignoravo, e anche una consultazione agli Pseudonimia di Vincenzo Lancetti (ovvero Tavole alfabetiche de' nomi finti o supposti degli scrittori con la contrapposizione de' veri, ad uso de' bibliofili, degli amatori della storia letteraria e de' libraj) non mi ha schiarito le idee. E io su queste cose ci rimango, perché sono curioso.
Ecco, finalmente una nota di Bouchet al Dizionario mi ha rivelato che
[...] L'autore che Voltaire dice aver preso il nome di Philalete è J-Fr. Arpe [1661 - 1739], al quale si deve l'Apologia pro Julio Caesare Vanino, 1712, sul cui frontespizio si legge Cosmopoli, Typis philaleteis.
Il riferimento all'Apologia è confermata dalla Treccani, col che mi sono messo definitivamente in pace il cuore: eh sì, era proprio lui.


Mi sono messo definitivamente in pace il cuore, certo, tranne che per quell'utopia, quel singolare non-luogo, che è Cosmopoli.


In quel momento ho pensato che Cosmopoli potesse significare sia "città dell'ordine" sia, più semplicemente, "città del cosmo", come in cosmopolita, "colui che considera patria il mondo intero", ma anche "colui che nutre interessi di tipo ampio, universale". Di nuovo la Treccani mi dice che
In stampe clandestine, [Cosmopoli era un] nome fittizio usato talvolta al posto del vero nome del luogo ove il libro era stampato.
Quest'aria avventurosa che all'improvviso ha assunto Cosmopoli, sorta di Tortuga dell'editoria, mi ha subito conquistato. Allora ho pensato che Psicologia e Scrittura non parla più da molto solo di Psicologia e di Scrittura (e di Letteratura), ma anche di Filosofia, di Logica, di Religione, di Femminismo, e di tutte quelle cose che costituiscono la varietà dei miei interessi, che sono tanti e che desidererei approfondire sempre di più. Scrivere questi articoli serve a spiegare le cose ai miei (ipoteticissimi) lettori, ma anche a renderle più chiare a me, a fissarle nero su bianco, per parafrasare un po' ciò che diceva Silvio Orlando in quel bel film che si chiama Auguri Professore.

Quindi non più Psicologia e Scrittura, o meglio non più solo Psicologia e Scrittura, ma anche Cosmopoli, luogo dell'editoria clandestina, luogo degli interessi più vari.

lunedì 17 luglio 2017

Andropoiesi e femminismo

Prima di parlare dell'argomento di questo lunedì, credo sia meglio introdurre brevemente, per chi non lo conoscesse, il concetto-cardine di antropopoiesi in antropologia e psicologia. Faccio quindi una cosa che non ho mai fatto: cito Wikipedia, che in questo caso è singolarmente puntuale:
Il termine antropopoiesi è un concetto [...] che indica i vari processi di auto-costruzione dell'individuo sociale, in particolare dal punto di vista della modificazione del corpo socializzato, nonché i vari processi di costruzione del patrimonio culturale di ogni gruppo umano.
L'antropopoiesi ha trovato applicazioni nell'antropologia contemporanea di matrice francese e italiana. Il quadro teorico che fa da sfondo a tale concetto è l'idea antica dell'uomo come essere incompleto, ovvero dal comportamento non largamente predeterminato dal patrimonio genetico. L'essere umano si completa quindi solo con l'acquisizione della cultura.
Esistono delle popolazioni, ad esempio, che usano applicare colori sul proprio corpo, o incidervi tatuaggi o scarificazioni, e che non considerano umane o completamente umane (anche a causa, mettiamo, della giovane età) le persone che non abbiano di queste pitture, di questi tatuaggi o di queste scarificazioni. Questo è un modo di "fare" l'uomo. L'uomo è uomo solo attraverso la cultura umana; altrimenti è qualcosa di incompleto. Il meccanismo dietro questa convinzione, antropologico e psicologico*, è tra i più interessanti in cui mi sia imbattuto. Presso di noi, dati certi distinguo, la moda o il tatuaggio possono essere considerati processi di antropopoiesi.

Fonte foto: Sancara - Blog sull'Africa

Entriamo nel dettaglio. Che la cultura moderna sia una cultura misogina è certo, anzi certissimo. Su Psicologia e Scrittura si è già parlato di femminismo; torniamo adesso a discuterne. Cercheremo di rispondere alla domanda su come mai la cultura sia soprattutto cultura maschile, e la donna sia spesso vista (ad esempio, dalla psicanalisi freudiana) come una variazione sul tema dell'uomo, se vogliamo un uomo mancato, come se non fosse di per sé il 50% e forse più della popolazione umana.
Ecco a questo proposito Francesco Remotti, uno dei più importanti antropologi italiani. Tutte le citazioni sono tratte dalla sua Prima lezione di antropologia:
Hanno ragione Gilmore**, i Tewa, gli Awa, i Sambia*** nel ritenere che gli uomini vanno costruiti culturalmente (e ritualmente), mentre le donne raggiungono la loro condizione di femminilità (la loro forma di umanità) seguendo uno sviluppo naturale? È senz'altro vero che il processo femminile (il diventare donna) è segnato da fenomeni di ordine naturale, i quali lo incanalano e lo ritmano: il menarca, la gravidanza, il parto, l'allattamento rappresentano tappe, di cui sarebbe ben difficile non tenere conto. I momenti fisiologici della capacità riproduttiva femminile costituiscono paletti o segnavia, che invece mancano nella condizione maschile. In un certo senso, è più facile capire come si possa diventare donna, che non come si possa diventare uomini. Sul piano naturale (fisiologico o biologico), c'è una indeterminatezza maggiore nella condizione maschile, che non in quella femminile: e le società sono perciò maggiormente impegnate nel delineare, nel progettare e nel costruire la mascolinità, che non la femminilità.
Quello che intende Remotti è che, a un'analisi forse superficiale, a "fare" una donna ci pensa la biologia, ma a "fare" un uomo ci deve pensare l'umanità. L'uomo ha sviluppato un monopolio della cultura, quindi, non perché sia più forte della donna, ma perché è biologicamente più incompleto. L'antropopoiesi, tanto necessaria all'umanità per sentirsi umana, sarebbe da questo punto di vista un problema prima di tutto maschile. Continua Remotti:
E se la cultura è soprattutto orientata verso l'ideazione e la costruzione dell'essere maschile, si capisce anche assai bene come in molte società siano i maschi a rivendicare il possesso del mondo culturale: la cultura [...] è soprattutto fatta da loro e per loro. 
 

Un caveat: che quella appena esposta sia l'origine o una delle origini del predominio culturale maschile è naturalmente una cosa, un fatto storico che può essere appreso a livello nozionistico; ma che sia giusto che sia così, è un'altra. Lo sa Remotti, sicuramente, e speriamo che lo capisca anche il resto del mondo. Proprio di ieri è la notizia che il Tredicesimo Dottore, nel telefilm inglese Doctor Who, sarà interpretato da una donna; e già l'internet sta venendo giù per l'oltraggio subito. Credo che ne riparleremo.


(Se l'articolo vi è piaciuto vi invito a condividerlo sui vostri social, pigiando i bottoncini qui sotto; e a iscrivervi al gruppo FB del blog, che invece trovate qui. By, Veri Credenti, e a lunedì prossimo!)

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* Se dovessi distinguere il campo d'indagine di queste due discipline, che purtroppo sono studiate indipendentemente, direi che se l'antropologia studia cosa sia l'umanità, la psicologia studia cosa sia l'uomo.
** David Gilmore, antropologo. Per approfondire il suo contributo sul tema del maschilismo, vi rimando a questo articolo.
*** I primi, una popolazione del Nuovo Messico; i secondi e i terzi, della Nuova Guinea.

lunedì 10 luglio 2017

L'origine del male

I Siriaci immaginarono che l'uomo e la donna, essendo stati creati nel quarto cielo, pensarono di mangiare una focaccia invece dell'ambrosia, che era il loro naturale nutrimento. L'ambrosia si esalava dai pori; ma la focaccia faceva andar di corpo. L'uomo e la donna pregarono un angelo che indicasse loro la latrina. "Vedete" disse l'angelo "quel piccolo pianeta che sembra un puntino, a circa sessanta milioni di leghe da qui?: quello è il cesso dell'universo; andateci al più presto." Essi ci andarono e ci dovettero restare: è da quel momento che il nostro mondo è diventato quello che è.

[Voltaire, Bene (Tutto è bene) in Dizionario Filosofico]


martedì 4 luglio 2017

Il concetto di Dio dopo Evangelion

[ATTENZIONE! L’articolo contiene ENORMI spoiler sulla serie anime Neon Genesis Evangelion e sul film The End of Evangelion. Si sconsiglia di leggerlo a chi non li abbia già visti. Si sconsiglia di fare qualunque cosa a chi non li abbia già visti.]


Finalmente si parla di uno dei capolavori del nostro tempo: l'anime di Hideaki Anno, quel personaggino che ci aveva già regalato Nadia - Il Mistero della Pietra Azzurra, e ve lo butto lì così, con nonchalance. L'articolo (come altri che, spero, lo seguiranno, ché la passione è davvero grande) presuppone una conoscenza, non dico enciclopedica, ma comunque precisa dell'anime originale e di TEOE.
...

So che molte persone non amano NGE, e soprattutto il finale di NGE, i famigerati episodi 25 e 26 e One more final: I need you del film. La cosa è tutt’altro che inaspettata. NGE è un’allegoria, intendendo per allegoria una storia che possa essere interpretata sia a livello letterale sia a livello di elaborata metafora, mantenendo peraltro intatte le virtù di entrambi. Nella storia della letteratura italiana, Croce condanna l’allegoria e Dante la salva e la nobilita, ma la nostra mentalità è tristemente più crociana che dantesca. La maggior parte degli italiani, infatti, apprezzano NGE finché parla di robot giganti, ma appena si addentra nello spazio dell'anima dell'uomo ci fa le pernacchie alle spalle di Hideaki Anno. 
Io invece amo NGE. Amo i suoi personaggi, la sua simbologia spesso meramente decorativa, i suoi continui colpi di scena (la cui importanza è a volte sottovalutata o non capita dai suoi detrattori). Amo, come tutti, il design innovativo dei robottoni e l’evoluzione del genere Mecha. Amo ogni dettaglio, tranne forse alcuni fotogrammi di The End of Evangelion (non quelli che immaginate, la celeberrima scena di masturbazione di Shinji sul corpo privo di sensi di Asuka; bensì quelli in cui viene riformulata la natura del rapporto tra Asuka e sua madre). Amo soprattutto il fatto che una storia ufficiale, una trama, una spiegazione dei misteri non ci sia, o almeno non emerga con evidenza, cosicché io possa adottare quella che preferisco.
Nel particolare, la cosa che più mi affascina di NGE, se si escludono certi trip intimisti di Shinji, è la sottotrama - che poi diventa la trama principale - del Progetto per il Perfezionamento dell’Uomo. Ma cos'è esattamente?
Sappiamo che la NERV, l’associazione che controlla gli EVA, e la Seele, l’associazione che controlla la NERV e gran parte del mondo, lavorano a questo misterioso Progetto. I dettagli sono pochi, e fino all'ultimo non abbiamo idea di cosa sia in realtà. Finalmente lo scopriamo: il Progetto prevede in tutti i casi l’abbattimento delle Barriere dell’Anima, quelle strutture metapsicologiche che dividono l’Io dal Tu, e che preservano l’individualità di ogni uomo. L’umanità - e questo si vede nel finale di The End of Evangelion -, senza più barriere a tenerla separata, si fonde in un unico essere indifferenziato. Negli Angeli e negli EVA le Barriere, che hanno qualcosa in comune con la corazza caratteriale di Reich, sono tanto forti (essi sono se stessi come nessun essere umano può mai essere, ci sembra di capire) da generare i famosi A.T. Field –  gli Absolut Terror Field*. 


Lilith si propone di offrire ai suoi figli, i Lilim, che sono gli uomini (altro mirabile cambiamento di prospettiva: i demoni che la tradizione giudaico-cristiana ha sempre considerato nemici e avvelenatori dell’umanità non sono i nemici contro cui ci siamo scagliati; siamo noi stessi; è l’umanità... gli altri, gli alieni, sono i figli di Eva, la vera umanità, tanto diversa da noi da parerci mostruosa e gigantesca), la possibilità di eliminare il dolore eliminando l’Altro, e il rapporto con l’Altro; Gendo Ikari si propone invece di ristabilire il rapporto con l’Altro eliminando se stesso; la Seele si propone infine di diventare Dio smettendo di essere qualcuno, ed essendo quindi tutto. Una strana idea, in tutti i casi. 
Mi sembra che uno dei problemi affrontati in queste declinazioni del Progetto sia che essere qualcuno significa non essere nessun altro; essere limitato; essere infelice (vuoi perché si è qualcosa e non tutto, vuoi perché l’Altro è dolore). Allo stesso modo Dio, che nel Vecchio Testamento è Uno, nel senso di individuo psicologicamente antropomorfo, diventa Tre nel Nuovo Testamento, e Tutto nelle laboriose teologie successive; e alla fine diventa nulla nelle parole di Giovanni Scoto. Non è un'evoluzione da sottovalutare, e non so se Hideaki Anno l'avesse avuta in mente. Credo piuttosto che entrambi i modelli, più o meno indipendenti, siano giunti alla stessa naturale conclusione - modelli che, a prescindere dal fatto che siano corretti o meno, ci dicono qualcosa di importante sull'umanità.
È noto che Feuerbach, ne L'Essenza del Cristianesimo, sostenga che il contenuto positivo della religione non riguardi la conoscenza di Dio ma quella dell'uomo. Dio è l'essenza oggettivata dell'uomo, un'essenza priva di limitatezze, in rapporto con l'infinitudine dell'umanità. A un livello che forse ignoriamo, NGE parla di questo, e si conferma uno dei pochi anime da guardare e riguardare in eterno.


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* Che poi Absolut Terror Field sia il nome dello spazio personale di un bambino autistico, è una leggenda molto bella ma, sia chiaro, infondata.

lunedì 26 giugno 2017

Intima natura

Scrive Borges, in conclusione del suo breve saggio Nuova confutazione del tempo:
[...] Negare la successione temporale, negare l'io, negare l'universo astronomico, sono disperazioni apparenti e consolazioni segrete. [...] Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco. Il mondo, disgraziatamente, è reale; io, disgraziatamente, sono Borges.
Allo stesso modo, un mio amico una volta disse:
La magia è l'essere chiusi in una baita in montagna mentre fuori infuria la tempesta; ma tu sei la tempesta.
Sono alcune delle parole migliori che io abbia mai sentito.


lunedì 19 giugno 2017

Premio Liebster per il blog più stupendamente malvagico


Sono stato richiamato dal mondo dei morti (saranno due o tre settimane che non aggiorno il blog, infatti; e se vi foste chiesti il perché, adesso sapete che il motivo è che sono morto) dalla mano blasfema e necromantica della mia amica Kara Lafayette, titolare del blog Secondo Kara Lafayette (già In direzione ostinata e contraria). Kara è in realtà una strega potentissima che al confronto Baba Yaga ciao, levate proprio.

Secondo Kara Lafayette mi ha assegnato un premio, cioè ha assegnato un premio a Psicologia e Scrittura, il Liebster Award. Cos'è? È un riconoscimento che i blogger conferiscono ad altri blogger. Chi ne viene insignito deve rispondere a undici domande e segnalare undici blog eccellenti, i cui proprietari, se accettano il premio, devono a loro volta rispondere a undici domande formulate per l'occasione e segnalare altri undici blog e così via, ancora e ancora, che al mercato mio padre comprò. Un modo per creare una mappa dei blog che i vostri autori di riferimento ritengono meritevoli della vostra attenzione. Ah, e questi blog devono avere meno di 200 follower, perché il Liebster serve a far conoscere quegli autori che normalmente passerebbero sotto (o sopra? Qual è l'espressione corretta?) i vostri radar.
Vi dico già che io undici blog così, e sopratutto undici blog così mai nominati al Liebster, non li conosco.

Adesso bando alle ciance e vamos a cominciare con le domande che la cara Kara (OHOHOH! simpaticissimo) mi ha rivolto.

1) Scegli il tuo film d’autore preferito e quello commerciale.
Il mio film d'autore preferito è, naturalmente, C'era una volta in America (come sa chiunque segua il mio blog 😁) di Sergio Leone. ADORO ogni cosa di quel film. Ogni dettaglio... tranne forse gli squilli nella sequenza iniziale.



Il mio film commerciale preferito... onestamente non lo so. Se la giocano Dal tramonto all'alba di Robert Rodriguez e Dragonheart di Rob Cohen. Il primo perché ha una delle sceneggiature più sorprendenti che io abbia mai visto - e soprattutto in un film del genere -, il secondo perché era il mio film preferito quando ero piccolo, ne so a memoria tutte le battute e ancora mi sale il magoncino quando lo vedo. Poi volete mettere l'epicità di UN DRAGO? Per quanto mi riguarda batte tutto.


2) Se fossi un produttore molto ricco, in quale progetto cinematografico tratto da un romanzo (o racconto) ti imbatteresti? 
Sicuramente vorrei produrre l'adattamento di uno dei libri di Chuck Tingle, un autore che seguo con tanto amore e che è stato nominato per il Premio Hugo. Probabilmente sceglierei una storia di crescita personale, come Living Inside My Own Butt for Eight Years, Starting a Business and Turning a Profit Through Common Sense Reinvestment and Strategic Targeted Marketing, oppure qualcosa di più consapevole, quasi metaletterario, come Reamed by my reaction to the title of this Book. Pierfrancesco Favino ruolo da protagonista.



3) Qual è l’attrice più sopravvalutata (non vale dire Meryl Streep per citare Trump)? E l’attore? Quali sono, invece, attori e attrici più sottovalutati?
L'attrice più sopravvalutata? Sarei tentato di dire Monica Bellucci, ma, andiamo, chi l'ha mai sopravvalutata? Come attore farei invece il nome di Tom Hanks - lo so, lo so, sono un infame. Il fatto è che ho l'impressione che Hanks non sia un grande attore, ma che abbia solo avuto la fortuna di ricevere grandi ruoli. Adesso odiatemi!
L'attore più sottovalutato secondo me è Ethan Hawke - che sì, è un po' debole nel mostrare emozioni, ma quelle poche che mostra sono sempre eccezionali. Forse però lo dico perché Hawke è stato protagonista di due dei miei film di fantascienza preferiti: l'indimenticato Gattaca e il sottovalutato Predestination. L'attrice più sottovalutata è forse la povera Kristen Bell, che, pur avendo partecipato a un gigantilione di produzioni, nell'immaginario collettivo è sempre rimasta legata al suo ruolo di Veronica Mars. Lei, sì, è molto molto brava.


4) Qualche tempo fa, Iñárritu affermò che i cinecomics fossero un genocidio culturale. Molti di noi lo hanno preso a pernacchie, essendo una generalizzazione estrema ed esagerata. Ma alla luce dei fatti poco gloriosi (non del botteghino, ma della reale qualità di alcuni cinecomics), oggi che ne pensi? 
Credo che sia vero. Il che non significa che non esistano cinecomic validi: la trilogia di Spiderman di Raimi, i primi due X-Men di Singer, Il Cavaliere Oscuro di Nolan sono tutti esempi di ottimi film della moderna ondata cinecomic. Il problema non è neanche il fatto che siano commerciali: il primo Avengers di Whedon, e Ant-Man, che godeva di una sceneggiatura di Wright, sono film il più commerciali possibile, che seguono alla lettera i dettami di Casa Disney, ma credo siano lo stato dell'arte dei cinecomic. Il vero problema sono gli scrittori incompetenti, i registi mestieranti, i siparietti comici, i non-sequitur che di solito sono le caratteristiche principali di un genere pensato per essere l'evoluzione del blockbusterone hollywoodiano. Senza contare che ne escono, quanti? Sei o sette all'anno? Basta. Io sono un grandissimo appassionato di fumetti americani, e in particolare di fumetti di supereroi, e proprio per questo vederli trasposti così malamente nel medium cinematografico mi fa stare male. C'è un film, bellissimo, che si chiama Il Gigante di Ferro (lo conosciamo tutti), che in solo un paio di scene riesce a rendere meglio la natura di Superman di quanto faccia Man of Steel di Snyder. Per dire.


5) Che rapporto hai con l’animazione? Lungometraggi o serie TV animate ti interessano? Se sì, quali ti sono entrati nel cuore?

Cfr. sopra 😁  Sì, amo molto i film e le serie di animazione. Tra i film a cartoni animati delle major,  i miei preferiti, oltre a Il Gigante di Ferro, sono Il Re Leone e Il Principe d'Egitto. Sono entrambi, credo, film perfetti, considerando target e periodo. Il primo è una tragedia shakespeariana con animazioni grandiose e un'analisi intelligente di cosa sia la responsabilità; l'altro è una titanica trasposizione di temi biblici con una colonna sonora bellissima. Per quanto riguarda l'adesso, devo dire che ancora seguo con interesse alcune serie animate: BoJack Horseman, con le sue acute riflessioni sulla depressione e l'incomunicabilità umana (e le sue molte e insospettabili risate) e Rick e Morty, che è esattamente quello che dovrebbe essere la fantascienza: fantasiosa, avventurosa e, pur partendo da un terreno condiviso e ricco di citazioni, originale. 
In effetti mi sembra che nel mondo dei cartoni stiamo assistendo a quello a cui abbiamo assistito, nel mondo dei fumetti, alla fine degli anni '80: una nuova generazione di cartoonist, cresciuta con prodotti di alto livello, è arrivata alla maturità artistica e sta rivoluzionando il medium. Evvai!

Passando dall'altra parte della barricata, quella dei cartoni che vengono dall'Oriente, devo dire che considero pessimi la maggior parte di quelli che arrivano fino a qui. Ciò detto, come per i cinecomic, esistono prodotti validissimi che pur vengono dal Giappone: sopra tutti i film di Miyazaki. Non solo: da bambino il mio cartone preferito era Ken il Guerriero che, pur essendo essenzialmente un cartone di botte, poneva agli spettatori importanti domande sul concetto di libertà e su quello di pace, sulla strada della lotta violenta e sul sacrificio personale. Poi, da un punto di vista narrativo, credo che Ken il Guerriero abbia i personaggi più interessanti di sempre, i più complessi, i meno bidimensionali. Certo il doppiaggio italiano è il peggiore che esista, eppure ogni volta che lo risento mi sale la nostalgia canaglia!
Per finire, citerei quello che credo sia il prodotto a cartoni migliore evah, e che incidentalmente è anche giappo: Neon Genesis Evangelion, di quel genio di Hideaki Anno. Ma su NGE dovrei scrivere un post o una serie di post appositi, quindi non approfondisco!


6) Cosa pensi davvero dei cagatori di minchia (categoria da me messa in risalto) ai quali non piace mai niente e dove tutto viene scisso in capolavoro assoluto o merda?

Penso che non abbiano idea di cosa dicono. È gente, credo, che non ha mai sviluppato un vero senso artistico.



7) Sei chiuso in ascensore con Takashi Miike, Nicolas Winding Refn e Patty Jenkins. Tutti e tre ti fissano in silenzio con le braccia conserte, in attesa che tu dica qualcosa. Di cosa parli? A chi ti rivolgi per primo? 
No no, io sono uno psicologo: sto in silenzio e osservo, nell'attesa che siano loro a parlare!


8) Ti svegli una mattina e non sei più tu. Ti guardi allo specchio e sei diventato/a un personaggio di un film o di una serie TV. Quale?
La serie è senza dubbio Bojack Horseman. Nel senso che ci somiglio già così tanto, a uno dei loro personaggi, che svegliarsi una mattina con la testa di cavallo sarebbe solo una naturale evoluzione del mio stato.




9) Sei all’interno di The Sims, la fattucchiera ti porta la lampada magica da strofinare. Scegli i tuoi tre desideri.
Grazie per la domanda. È fin da bambino che penso a questa eventualità e al modo migliore per affrontarla. L'unica risposta sensata che ho trovato è desiderare L'ONNIPOTENZA! 
Dai, per risponderti davvero chiederei:
  1. Successo come scrittore
  2. ... no, sinceramente, l'onnipotenza per forza. Non riesco neanche a pensare a un altro desiderio. Sarebbe sprecarlo!

10) Hai mai partecipato alla realizzazione di un film o serie TV? Se sì, quali? e se no, ti piacerebbe? In quale ruolo?
Due miei amici hanno sceneggiato e stanno attualmente girando un film a costo zero che, credo, ha tutte le carte in regola per diventare un piccolo capolavoro. Io ho svolto il ruolo di consulente esterno nella stesura della sceneggiatura e nel casting degli attori 😊  A parte questo, ho fatto la comparsa in un film italiano abbastanza famoso, ma non voglio dire quale sia perché è un film orribile!

11) La tua colonna sonora cinematografica preferita.
Sarei tentato di ripetere "quella di C'era una volta in America", ma per variare dico "quella di Excalibur di Boorman". Ecchevela:



Bene, come al solito siamo stati velocissimi, e adesso è arrivato il momento di nominare undici blog con meno di 200 follower che mi paiono meritevoli. Sarà difficile, e ripeto che non arriverò a undici, ma queste sono le mie scelte per il Liebster Award:


... e bon. Il problema è che la maggior parte dei blog che seguo o sono vistosamente sopra i 200 follower oppure sono già stati premiati da Kara. Temo che vi dovrete accontentare di questi.

Per concludere in bellezza l'articolo, che spero preluda a una riapertura di Psicologia e Scrittura, ecco le undici domande a cui, se vogliono accettare il premio, i blogger che ho chiamato in causa dovranno rispondere. Dato che il mio interesse principale, come blogger, è per la narrativa, la maggior parte delle domande ruoteranno attorno a questo punto:

  1. Avevo ragione? Hai meno di 200 follower? Daaai!
  2. I tuoi cinque scrittori preferiti - e, se vuoi, una breve motivazione della tua scelta.
  3. Il mondo subisce un secondo Diluvio. Tu puoi salvare solo un libro: qual è, e perché?
  4. A prescindere dall'effettivo valore letterario, a quale libro sei più affezionato?
  5. Nominami un libro che tutti schifano e che a te è piaciuto tantissimo; nominami anche un libro che viene considerato un capolavoro immortale ma che tu proprio non riesci a sopportare.
  6. Hai la possibilità - o hai di nuovo la possibilità - di scrivere un fumetto. Quello che vuoi, senza limitazioni di sorta. Quale sarebbe la trama? E chi sceglieresti come disegnatore?
  7. Parlami, bene o male, di un webcomic italiano (meglio male, che poi sembra che sia solo io quello insofferente).
  8. I cinque telefilm che preferisci. Puoi risalire a quando vuoi.
  9. Tutti noi abbiamo dei guilty pleasure: prodotti d'intrattenimento oggettivamente orribili che però seguiamo con passione. Io ad esempio amavo molto Due uomini e mezzo. Qual è il tuo guilty pleasure telefilmico?
  10. Stupiscimi con una citazione: quella che vuoi, da dove vuoi. Una frase che ti è entrata dentro e ha modificato, o sta modificando, il modo in cui osservi il mondo.
  11. Consigliami un film, un telefilm, un fumetto, una silloge di poesie, una raccolta di racconti o un romanzo (insomma, ciò che vuoi!) che in pochi conoscono, ma che è sicuramente un capolavoro.

E con questo vi saluto, Veri Credenti e blogger nominati. Buone vacanze a chi va in vacanza in questo periodo, e per tutti gli altri... ci sentiamo sul prossimo post.