sabato 23 luglio 2016

Ancora di italiani e di pecore realiste

Nella nostra cavalcata lungo i confini della letteratura fantastica abbiamo affrontato il problema del perché l'italiano colto, o, meglio, l'italiano a cui piace credersi colto, o l'italiano effettivamente colto ma un po' miope, disprezzi tanto la letteratura fantastica. Siamo risaliti, partendo dal concetto moderno e capitalistico/protestante di produttività (il fantastico serve per guadagnare? A giudicare da Licia Troisi sì, ma solo a scriverlo, mica a leggerlo), fino alla poetica del Manzoni, il Grande Teorico della Condanna. Bene, oggi, leggendo un articolo su Prismo - rivista online di cultura e limitrofi, ho scoperto un illustre predecessore delle critiche del Manzoni: già il Petrarca, a quanto pare, il fantastico non lo poteva soffrire. Tant'è che, per dimostrarvelo, all'interno dei Trionfi scrisse questi versi:
Ecco quei che le carte empion di sogni,
Lancillotto, Tristano e gli altri erranti,
ove conven che 'l vulgo errante agogni. 
La liquidazione del fantastico, nero su bianco, e proprio di quelle storie di Cavalieri e Tavole Rotonde che piacevano tanto a Dante e a me! Sigh! Con simili Indignate e Dotte Condanne, come potremmo aspettarci che oggidì il fantastico sia apprezzato dai nostri lettori?

Lo sguardo di disgusto quando il Petrarca scopre che scrivi Fantasy Arturiano

No, temo davvero che l'italiano colto, fatti salvi i soliti sospetti (Pulci, Boiardo, Ariosto, Tasso, Basile, Calvino, Buzzati, Eco... gente da poco, comunque), dopo Dante non sia mai stato capace di sognare altro che pecore realiste. O, almeno, se ha poi sognato qualcos'altro, che adesso si guardi bene dal farlo sapere in giro.

Qui l'articolo completo su Prismo.

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