venerdì 23 dicembre 2016

Vivere (d)i libri: X-Mas List




In occasione del Natale, ecco un appuntamento speciale con Vivere (d)i libri. Questa volta non parlerò dei libri che ho letto o di quelli che sto leggendo, ma di quelli che prima o poi vorrei leggere. Anzi, se tra voi c'è qualcuno che vuole farmi un regalo... ♥
Attenzione, però! Questi non sono libri che si trovano su Amazon. Sono libri molto particolari. In che senso? Be', scopriamolo subito!

PRIMO REGALO: UN LIBRO DI POESIE DI DANTE GABRIEL ROSSETTI (TRADOTTO) CHE COSTI MENO DI VENTI EURO
Sono anni che lo cerco. Sono riuscito a mettere le mani solo su raccolte minori compilate da persone prive di criterio (e di gusto). Allora mi chiedo se sia così assurdo sperare che prima o poi qualche Casa Editrice decida di pubblicare in economica e in italiano le opere di Dante Gabriel Rossetti.
Rossetti fu un poeta e pittore inglese di origini italiane. C'è chi ha detto di lui che fosse un pittore troppo buono per essere un grande poeta, e un poeta troppo buono per essere un grande pittore. Cosa che è, anche se simpatica, doppiamente falsa. Rossetti fu un gigante in tutto ciò che fece. Tra le altre cose, fu uno dei fondatori del movimento preraffaellita. Suo padre è stato un meritorio divulgatore delle opere dell'Alighieri in Inghilterra, e sua sorella Christina, anche lei poetessa, scrisse quella poesia deliziosa che è Il Mercato dei Goblin.
Perché ci piace? Le poesie di Dante Gabriel Rossetti sono le più musicali che io abbia mai letto in lingua inglese. Me ne sono innamorato fin dal primo momento. Sono inoltre poesie molto visive, probabilmente a causa o in virtù del suo lavoro di pittore. Purtroppo le raccolte italiane di poesie - non i cataloghi di quadri, di quelli ce ne sono a bizzeffe - di Rossetti che ho trovato partono da un costo minimo di quaranta euro e arrivano a un costo massimo superiore ai cento. Bene, io mi sono abituato a leggere Rossetti in inglese - la poesia va sempre letta in lingua originale (guai a non farlo!), ma trovo utile appoggiarsi anche a una solida traduzione. E poi accidenti, divulghiamo un po' di preraffaellismo anche qui da noi!

SECONDO REGALO: LA RACCOLTA COMPLETA DELLE CONFERENZE DI C.S. LEWIS
Non è un mistero che Lewis, l'autore de Le Cronache di Narnia, sia, quando si parla di libri per bambini, uno dei miei punti di riferimento. Io sono ateo ma spesso, leggendo questo o quel passo, Lewis mi ha quasi convinto a convertirmi. Ecco: vorrei poter leggere tutte le sue conferenze sull'argomento del cristianesimo, e tutte le sue opere di teologia. Devono essere bellissime e commoventi, a giudicare da quel poco che ho già letto. Ma dove le trovo in italiano?
Credo nel cristianesimo così come credo che il sole sia sorto: non solo perché lo vedo, ma perché attraverso esso posso vedere tutte le altre cose [cit. Lewis, La teologia è poesia?]. 
TERZO REGALO: LA RACCOLTA COMPLETA DEL CEREBUS DI DAVE SIM
Cerebus l'Oritteropo è un fumetto indipendente di Dave Sim. Consta di trecento albi raccolti in sedici volumi, di cui solo due editi in Italia (Alta Società e Chiesa & Stato vol. 1). Nonostante non sia d'accordo con Sim su moltissimi argomenti (ad esempio, la sua strabordante misoginia), devo riconoscere che Cerebus è uno dei massimi prodotti del fumetto contemporaneo. Affronta con arguzia, acume e spettacolarità argomenti come la politica, la religione e il destino individuale. Senza considerare il tipo di narrazione e di disegno, spesso sperimentale, spesso al limite del medium. Qualcosa, insomma, da paragonare a un Moore, a un Gaiman o a un Morrison. E davvero vi chiedete perché lo voglio?
La Casa Editrice che aveva iniziato a stampare Cerebus in Italia è fallita, e sembra che da allora nessuno abbia rilevato i diritti di pubblicazione. Io ho letto quasi tutto Cerebus in inglese e in formato elettronico, ma, se dovessero tornare a pubblicarlo cartaceo nel nostro Paese, state pur certi che mi dissanguerei pur di averlo. E come me tantissimi lettori. Hai sentito, Bao Publishing? 😁

QUARTO REGALO: LE VITE DEI PIÙ INSIGNI POETI INGLESI (DI SAMUEL JOHNSON) E LA VITA DI SAMUEL JOHNSON (DI BOSWELL)
Samuel Johnson, il Dottor Johnson, è stato uno dei critici e letterati più importanti della storia inglese - sicuramente il più importante della sua epoca. Le sue Vite dei poeti sono una raccolta di brevi biografie e saggi sui maggiori letterati di lingua inglese, ed elevano la critica d'arte a opera d'arte in senso proprio. Ahimé, Johnson, un po' come il vecchio De Quincey, anche se considerato uno degli uomini più dotti del suo tempo, oggi è relativamente sconosciuto in Italia. Tant'è che io le Vite di Johnson non son mai riuscito a trovarle. Quindi vi prego, vi prego, qualcuno le stampi!
Secondo comma di questo articolo. Boswell era un caro amico di Johnson, per intenderci il Sancho Panza per quel Don Chisciotte che era Johnson, e ne scrisse una voluminosa biografia. In effetti credo sia la biografia più famosa che sia mai stata scritta, e, a sentire l'opinione comune, una di quelle opere d'arte che sfiorano la perfezione dell'archetipo. Anche questa, naturalmente, qui è introvabile - ma Dio sa se vorrei leggerla! Anzi, se ne avete una vecchissima copia (credo ne esista un'edizione italiana antidiluviana, ma a cercare conferma su internet non trovo nulla), contattatemi immediatamente. Ci possiamo mettere d'accordo sul prezzo *occhiolino occhiolino*.

QUINTO REGALO: THE MOON AND SERPENT BUMPER BOOK OF MAGIC
E a proposito di Moore (Alan e Steve, addirittura), quand'è che finalmente uscirà il loro annunciato grimorio di magia? Sono appassionato di fumetti e di occultismo: quindi per me questo è una specie di Santo Graal. E se in Promethea Alan Moore era riuscito a dare così tanto, al mondo della magia, fremo al pensiero di quello che riuscirà a fare con questo libro. Se esce prima del prossimo secolo, beninteso. Voglio dire, Steve Moore nel mentre ha fatto in tempo a trapassare...!








Eccoci alla fine del post, Veri Credenti. Con questo vi saluto per un po' - almeno fino al prossimo anno, e poi vedremo. Comunque abbandono l'abitudine di pubblicare un articolo ogni lunedì: scriverò ancora per il blog, certo, ma quando capita, quando mi prende l'ispirazione - l'entusiasmo, anzi, cioè quando il Dio della scrittura entra in me, si guarda un po' attorno e chiede all'agente immobiliare di mostrargli un'altra proprietà. Questa non gli piace.
Voi però non dimenticatevi di mettere "mi piace" alla pagina Facebook del blog e di condividere questo o altri articoli che vi interessano sui vostri social preferiti. A presto con Psicologia e Scrittura, e passate delle Buone Feste!

lunedì 19 dicembre 2016

La teoria dello Shakespeare bicamerale


Come promesso settimana scorsa si torna a parlare di Westworld, la fortunata serie della HBO che ha spaccato in due il pubblico, ma che personalmente ho apprezzato molto - più, lo ammetto, per quello che suggerisce che per quello che dice. In questo articolo rispondevo a tutti coloro che accusavano lo show di essere troppo irrealistico, perché pieno di personaggi antisociali; ovvero a chi tacciava l'idea di un West World di immoralità. Oggi voglio affrontare un discorso diverso, di quelli che mi hanno fatto dire che Westworld è un telefilm psicologico-filosofico: l'onnipresenza ideale di William Shakespeare.

SHAKESPEARE E IL VECCHIO WEST
Westworld è ricco di citazioni tratte da drammi shakespeariani. Questo lo si nota in particolare nei primi episodi. Le citazioni emergono generalmente a segnalare i momenti di svolta del processo attraverso cui gli androidi raggiungono l'autocoscienza, o perlomeno la consapevolezza di loro stessi. Il primo personaggio che cita Shakespeare è Peter Abernathy, padre della protagonista Dolores. Cita in particolare La Tempesta ("L'inferno è vuoto, e tutti i diavoli sono qui!") e il Re Lear ("Farò cose tali - quali saranno non so ancora, ma saranno il terrore della terra"). Queste citazioni hanno in sé qualcosa di terribile, perché sembrano svelare sia l'orrore di Abernathy nei confronti della propria condizione sia la rabbia che prova verso i suoi creatori. I programmatori liquidano la cosa come se fosse un glitch: Abernathy ricorda un vecchio personaggio che aveva interpretato, un professore in una linea narrativa horror che sembra omaggiare l'Hannibal di Anthony Hopkins (che in Westworld interpreta il direttore e ideatore del parco, Robert Ford).
Aperta parentesi. Non c'era bisogno di tirare in ballo un professore, per spiegare il fatto che Abernathy conoscesse Shakespeare. Riporto una citazione in merito - chi volesse leggere l'articolo completo, lo trova qui. In breve, Shakespeare era conosciuto in lungo e in largo nel west; anzi, forse dopo la Bibbia quella shakespeariana era l'opera più conosciuta in assoluto.
What these portentous allusions don’t seem to register, however, is the actual role that Shakespeare played in the American West. Far from missing his cues, the robot homesteader who hisses Ariel’s line could have been any number of settlers who performed Shakespeare from Missouri to San Francisco on the 19th Century frontier, where gold-miners queued up to land a plum part in favorites like the bloodthirsty Macbeth or Richard III. Traveling through America in the 1830s, Alexis de Tocqueville observed: “There is hardly a pioneer’s hut that does not contain a few odd volumes of Shakespeare. I remember that I read the feudal drama of Henry V for the first time in a log cabin.” An army scout in Wyoming traded a yoke of oxen for an edition of Shakespeare; mines named Cordelia, Ophelia, and Desdemona dotted the Colorado mountains. 

L'ultima citazione shakespeariana, e la più altisonante, è tratta dal Romeo e Giulietta. "Questi violenti piaceri hanno violente conclusioni", dice Abernathy (e poi Dolores, e Maeve, e molti altri). Ancora una volta, quello a cui sembrano riferirsi i personaggi di Westworld è qualcosa di terribile. I "violenti piaceri" sono quelli che i visitatori si concedono all'interno del parco e a spese dei robot: lo stupro, il furto, l'assassinio. La "violenta conclusione" sembra riferirsi al massacro del film originale, che forse sarà il punto d'arrivo di tutta la serie. La citazione è però leggermente inesatta: è una battuta di Frate Lorenzo a Romeo, e "violento" qui non va inteso nel senso di "sanguinario", ma nel senso di "improvviso", "impetuoso". Frate Lorenzo cerca di mettere in guardia Romeo dall'amore improvviso per Giulietta. Certo, sapendo come il dramma finisce, questo ammonimento assume un altro tono, molto più fosco.

LA TEORIA DELLA MENTE BICAMERALE
Torneremo subito a parlare di Shakespeare, ma adesso preparatevi a una piccola digressione. Nel 1976 lo psicologo statunitense Julian Jaynes pubblicò il rivoluzionario saggio Il crollo della mente bicamerale e l'origine della coscienza. Il libro, che credo si possa ancora trovare in libreria o negli store online, è molto bello e vi consiglio di leggerlo. Qui faremo un breve riassunto della teoria in questione.
Jaynes afferma che, fino al 1000 a.C., gli esseri umani non possedevano una mente cosciente. Possedevano invece un surrogato di coscienza, una o più voci che parlavano loro incessantemente, spesso mimando un'autorità, e che li guidavano nella vita di tutti i giorni. L'origine delle voci si trova nelle zone cerebrali dell'emisfero destro preposte al linguaggio, in particolare l'Area di Wernicke (perlomeno nei destrimani, la cui lateralizzazione emisferica è in genere associata al predominio delle aree linguistiche sinistre). Gli esseri umani interpretavano tali voci come le voci degli dèi, anche se all'inizio erano poco più sofisticate di un istinto verbalizzato. Jaynes offre, a sostegno di questa ipotesi, tra le tante prove anche un'interessante disamina dell'Iliade: sembra che nel testo originale non si faccia mai uso di parole appartenenti al lessico psicologico (riguardo i sentimenti, ad esempio). Sembra inoltre che le intromissioni del numinoso siano molto simili alle esperienze di pazienti che oggidì soffrono di allucinazioni uditive e visive. Gli eroi seguirebbero quindi le decisioni che arrivano loro dall'emisfero destro: una divisione tra emisfero decisionale ed emisfero esecutivo che ricorda un parlamento a struttura bicamerale.
La marcata divisione emisferica che darebbe origine alla mente bicamerale è scomparsa dal nostro retaggio, sia per motivi storici (la narrazione, non per parlare sempre delle stesse cose, è un dialogo che intratteniamo con noi stessi, e che rende superfluo un terzo interlocutore), ed evolutivi (una mutazione delle nostre strutture cerebrali), lasciandoci la speranza che là fuori ci sia qualcuno che si preoccupa per noi, le forme base della nostra società e i profeti. Al suo posto l'essere umano ha sviluppato una coscienza vera e propria, individuale e interna. L'Odissea invece, molto più tarda dell'Iliade, è ricca di lessico psicologico in senso proprio.


WESTWORLD BICAMERALE
Arnold e Ford sono i due ingegneri-filosofi che hanno costruito il parco divertimenti di West World. Ford desiderava solo creare un mondo dove inscenare le proprie fantasie solipsistiche, ma Arnold intendeva ricreare il miracolo della coscienza umana. E, per farlo, si è affidato alla Teoria della Mente Bicamerale di Jaynes.
Nella versione beta del parco i robot sentivano in continuazione la sua voce dentro le proprie teste, come quella degli dèi dell'Iliade, che li guidava nelle loro azioni. Questo esperimento in larga parte fallì: i robot rimanevano paralizzati dalle informazioni in entrata e non riuscivano a capire da dove venissero. Entravano in uno stato catatonico. Ford allora sostituì questo metodo con uno più pratico, un dettagliatissimo programma installato nel robot. Ma, esattamente, cos'è che Arnold voleva, e come si aspettava che la sua voce diventasse coscienza nelle macchine?
Credo che quello che Arnold voleva fosse che i robot dialogassero con lui. Che la loro fosse una coscienza nata dialetticamente e stuzzicata da input preprogrammati. Un po' come un bambino che interiorizza la voce dei genitori (o un paziente che interiorizza la voce dello psicoterapeuta), sperava che un giorno i suoi robot potessero fare a meno della sua presenza. Sperava che riuscissero ad ascoltare se stessi: sperava che fossero liberi e coscienti di se stessi.

AMLETO CHE ORIGLIA SE STESSO
In questo articolo avevo cercato di dare una spiegazione della natura inafferrabile dei personaggi shakespeariani, tanto veri da strabordare dai loro drammi. Harold Bloom ha una teoria che unisce psicodinamica e dramma shakespeariano: che i personaggi di Shakespeare origlino se stessi - cioè, banalmente, si ascoltino durante i propri soliloqui - e attraverso questo origliare, questo riconoscersi e questo comprendersi, cambino se stessi. Come dicevo nell'articolo, l'unico modo in cui i personaggi di Shakespeare cambiano sembra essere attraverso l'ascolto delle proprie parole.
Io penso che sia questo quello che Arnold intendeva. Una coscienza nata dialetticamente. Voleva che i suoi robot parlassero a se stessi più che a lui, che la sua voce fosse solo un pretesto, e così cambiassero liberamente, senza interferenze. Lo dimostra il fatto che
Dolores, l'unico robot che riesca a svegliarsi completamente, quando alla fine visualizza la fonte delle voci che sente dentro la testa, scopre che non si tratta di Arnold ma di se stessa.

C'è adesso da chiedersi se sia questo il segreto della grandezza dei personaggi di Shakespeare. Origliando prima la voce del drammaturgo che parla per loro, poi la propria stessa voce, è così che hanno raggiunto una forma di coscienza all'interno della coscienza di Shakespeare? Può darsi sia, perlomeno, uno dei motivi. Ma ecco qui: ora sembrano più vivi del loro creatore.


IL TELEFILM
Io capisco le persone a cui Westworld non è piaciuto. Spesso è lento, a volte sembra poco pensato, ed è sicuramente molto confuso. Si ha anche la spiacevole sensazione che tralasci molti buoni spunti. Al contrario io credo che sia proprio questo il segreto di Westworld: l'ellissi. La deliberata mancanza di un lavoro dettagliato di approfondimento, sia riguardo il mondo al di fuori del parco sia riguardo le implicazioni del risveglio della coscienza nei robot. Un'ellissi che mi permette di proiettare, pur dentro le solide strutture del telefilm, interpretazioni personali. Come quella di cui ho parlato qui sopra. Ma è stato Westworld a mettermela in bocca, e solo guardandolo l'ho potuta pensare.
Quindi, non c'è da dirlo, io aspetto trepidante la seconda stagione!

mercoledì 14 dicembre 2016

Questi violenti piaceri

Westworld è una serie HBO del 2016, liberamente tratta dal film Il mondo dei robot del 1973. Il film è stato sceneggiato e diretto da Michael Crichton, che, come saprete, ha scritto anche lo spielberghiano Jurassic Park. E Il mondo dei robot è molto simile a Jurassic Park: entrambi ruotano attorno a un parco giochi pieno di attrazioni futuristiche, meta di ricchi annoiati, che diventa un inferno quando le attrazioni decidono di ribellarsi ai loro creatori (/divorarli). La differenza è che qui le attrazioni non sono dinosauri ma robot, virtualmente indistinguibili dagli umani. Cosa fanno questi robot? Sono programmati per impersonare cowboy, prostitute, sceriffi, e tutto quello che ci viene in mente quando pensiamo al vecchio west. Ci sono altre sezioni del parco, ad esempio Medieval World, ma il focus dell'azione, sia nel film che nel telefilm, è il West World.
Il telefilm, dicevo, parte dalla stessa premessa del film, il campo di divertimenti, ma ha un'evoluzione molto diversa. Senza fare spoiler, per me Westworld è uno dei migliori prodotti di quest'anno; non perché sia un telefilm senza sbavature (di sbavature ne ha e tante), ma perché riesce a sollevare e a esplorare tante importanti tematiche. Insieme a pochi altri lavori - True Detective, pur nella sua ingenuità e nel suo continuo parlarsi addosso, e il sottovalutatissimo Sense8 - dà praticamente il via a un filone del tutto nuovo: il telefilm psicologico-filosofico. Lo fa con abbondanza di domande e concedendo pochissime risposte*.


Vorrei scrivere una serie di articoli su Westworld, perché se ne potrebbe parlare per anni. Inizio con questo sulla clientela del parco.

CLIENTI O CRIMINALI?
Conosco molte persone a cui Westworld non è piaciuto per dei validi motivi. Come dicevo, non è una serie perfetta.
Il motivo principale che le persone adducono, però, è che i clienti del parco passano la maggior parte del loro tempo ad ammazzare, spesso brutalmente, e a stuprare i robot. C'è chi dice: io non farei mai una cosa simile, e non conosco nessun altro che lo farebbe. In Westworld sembra che i clienti siano tutti degli antisociali gravissimi. E spinte da questo disgusto o da questa incredulità (di caso in caso), spengono la televisione e passano ad altro.

Io credo che Westworld sia più intelligente di così. Queste persone sembra che considerino l'intelletto, diciamo la sede delle funzioni cognitive superiori tra cui la morale, come qualcosa di statico, dato una volta per sempre; io invece lo immagino come qualcosa di dinamico. Qualcosa di adattabile. Facciamo un esempio.

Tutte le persone che conosco che hanno sollevato il problema dell'eccessiva violenza, se interrogate, risponderebbero con un certo sussiego sull'effetto dei videogiochi violenti sui bambini. Bene: io credo che, in un futuro con una tecnologia tanto avanzata da creare degli androidi come quelli del West World, il solo fatto che esistano quegli androidi abbia portato a un'ulteriore sofisticazione dei processi che distinguono il reale dal gioco, o, se volete, il virtuale dal vero. Passare un giorno nel parco di Westworld non sarebbe, in quel vicino futuro, molto più estraniante che passare un pomeriggio a giocare a GTA, rubando macchine, sparando sulla folla o uccidendo le prostitute per riprendersi i soldi. Ma cosa direbbe un uomo di inizio '900 se ci vedesse mentre lo facciamo?

QUESTI VIOLENTI PIACERI HANNO VIOLENTE CONCLUSIONI
Badate, non sto dicendo che rubare, stuprare e ammazzare robot in Westworld non abbia conseguenze negative. Ma questo non chiude la questione. Benché molti si tappino le orecchie e facciano le pernacchie quando si solleva l'argomento, ad esempio, neppure i videogiochi sono senza colpe. Riporto una citazione da La Devianza in Adolescenza della Prof.ssa Ripamonti (che ho avuto la fortuna di avere come insegnante durante i miei furbuffissimi anni universitari):
[Si parla di videogiochi] La letteratura sull'argomento evidenzia aspetti diversi del fenomeno: a fronte di chi sottolinea che i videogiochi possano essere non solo un valido strumento per acquisire nuove competenze, ma anche un modo non pericoloso per permettere l'espressione delle pulsioni aggressive o per soddisfare la ricerca di sensazioni forti frequente negli adolescenti sensation seeker (Steinberg, 2008), c'è chi ne sottolinea la potenziale influenza negativa sul comportamento, aggravata dal fatto che il giocatore, avendo il controllo sul protagonista del gioco, tende a identificarsi con esso. Il processo di identificazione e la conseguente aggressività esplicita sono rinforzati dalla personalizzazione del protagonista, a cui è possibile attribuire le caratteristiche fisiche desiderate; il comportamento aggressivo è inoltre accentuato da altri fattori, quali la vincita di punti, di "nuove vite" o dall'interludio musicale che segue una vittoria (Fischer, Kastenmuller e Greitemeyer, 2010). Gli adolescenti che manifestano alti livelli di aggressività non solo guardano più frequentemente trasmissioni violente, ma sono anche maggiormente coinvolti dai videogiochi violenti. In particolare, gli adolescenti aggressivi utilizzano prevalentemente i giochi in cui i personaggi possono subire numerose ferite. La violenza presente nei giochi elettronici sembra avere maggiori ripercussioni sul comportamento di quanto non ne abbia quella trasmessa dalla televisione.
[...] I videogiochi, come altre forme violente di media, agiscono sull'individuo a più livelli:
  • attraverso l'apprendimento fanno conoscere ai fruitori cos'è l'aggressività;
  • attraverso l'imitazione e il modellamento, l'attivazione di strutture cognitive preesistenti, le associazioni emotive e gli script comportamentali relativi all'aggressività insegnano possibili modi di agirla (Fischer, Kastenmuller e Greitemeyer, 2010).
Non sono discorsi campati per aria: vediamo alcune prove sperimentali.
[...] Il processo di desensibilizzazione è facilitato anche dal fatto che le vittime nei videogiochi sono de-umanizzate. [...] in una situazione sperimentale basata sul paradigma di Milgram, è emerso che i ragazzi partecipanti a un videogioco violento, una volta terminata la sessione, tendevano a somministrare alle vittime un maggior numero di stimoli rumorosi e di scosse elettriche (Anderson e Dill, 2000) e si aspettavano livelli di aggressività più elevati da parte dell'ambiente sociale (Bushman e Anderson, 2002). Questi giochi possono quindi indurre la percezione di se stessi come aggressivi, aumentare l'arousal e di conseguenza l'autoattivazione, stimolare l'identificazione con i contenuti aggressivi del gioco e lo sviluppo delle credenze relative all'autoefficacia rispetto al comportamento aggressivo (Anderson et al., 2004).
Un pattern del tutto paragonabile a quello che ci si aspetterebbe se il West World esistesse davvero, giusto?
Non sono un censore né un moralista, anche se credo di avere una tendenza a comportarmi moralmente. Questo perché riesco a controllare la mia paranoia, so che ogni effetto psichico è mediato, e soprattutto so che la mente umana è abbastanza elastica da non cadere nell'abisso dell'antisocialità solo per aver sparato a un'imitazione di persona. So che gli eventuali problemi causati dall'evoluzione tecnologica non devono essere affrontati con comportamenti da luddisti, ma affinando le nostre capacità di adattamento. Per fare un esempio, il fatto che i film violenti (non per forza da bollino rosso) abbiano conseguenze spiacevoli sui bambini sia verissimo, non significa che dovremmo censurare i film violenti. L'effetto in questo caso è annullato da un adulto che funga da mediatore tra bambino e medium. Semplicemente, un genitore deve fare compagnia al proprio figlio se vuole vedere un film violento, e poi discuterne con lui.
Vero, partecipare al West World comporta senza dubbio un'immedesimazione superiore di quella comportata dalla televisione o dai videogiochi, e quindi effetti più profondi; ma non dobbiamo dimenticare che i clienti del parco sono tutti adulti, quindi con una struttura di personalità meno mutevole e un senso della morale già formato. Poi sì, ci sono casi come quello di
William, ma sono veramente casi-limite, praticamente degli outlier.


WESTWORLD IS THE NEW LOST
Molti hanno pensato che Westworld potesse essere l'erede diretto di Lost, e anzi un nuovo Lost lui stesso. L'ideatore di Lost è J.J. Abrams, che è stato anche produttore di Westworld, e c'è chi ha riconosciuto il suo tocco dietro i primi episodi. I continui cliffhanger e l'abbondanza di misteri (molti dei quali, anche a fine stagione, sono rimasti irrisolti) riportano naturalmente alla memoria un Lost d'annata. Ma io credo che ci sia una differenza fondamentale tra Lost e Westworld.
In Lost, i misteri avevano il solo scopo di tenere lo spettatore incollato allo schermo: gli sceneggiatori volevano vendere un prodotto e non gli importava di nient'altro. In Westworld invece c'è - o, almeno, mi sembra che ci sia - una maggior consapevolezza. I misteri di Westworld hanno un'idea dietro, o più idee dietro. Sì, si vuole vendere un prodotto, ma non un prodotto vuoto. Dentro la scatola c'è qualcosa.

Concludo. Se ancora non lo avete fatto, guardatevi la sigla che ho postato qui sopra, che è un autentico gioiellino. Noi invece ci diamo appuntamento a settimana prossima, quando ci sarà un nuovo articolo su Westworld e su cosa c'entri Shakespeare con lui. Fino ad allora... bring yourself back online.


...

*Westworld è un telefilm ricco di rivelazioni e spiegoni, ma in qualche maniera riesce sempre a evitare di rispondere alle domande davvero importanti.

lunedì 5 dicembre 2016

Shakespeare e Lear - ovvero i pensieri di un giovane scrittore

I festeggiamenti per il quattrocentesimo dalla morte di Shakespeare non sono ancora terminati, ma io non ho quasi portato avanti il mio progetto di divulgazione sul blog. Questi sono, per ora, gli unici contributi che ho dato col mio piccolo studio del Bardo. Oggi vedremo di rimediare con qualche parola, sempre in piccolo, sempre in proporzione alle mie capacità.


Tempo fa stavo leggendo un articolo sul Re Lear. Fino a qualche anno fa condividevo l'opinione non proprio lusinghiera di Tolstoj sul Re Lear, ma nel frattempo l'ho cambiata in maniera radicale. Ora credo - come la maggior parte delle persone - che si tratti di uno dei massimi drammi di Shakespeare.
Nell'articolo che stavo leggendo, dicevo, si discuteva della misteriosa scomparsa del Matto. Chiunque veda per la prima volta la tragedia rimarrà stranamente confuso (almeno, io sono rimasto confuso) dalla scomparsa del Matto, da un atto all'altro, così, senza spiegazione. Dov'è il Matto? continuavo a chiedermi. Solo verso la fine, mi pare, Lear dice che il suo povero matto è stato appeso - col che la maggior parte dei critici pensa che Lear voglia dire impiccato. Ma non solo questa morte avviene fuori scena, il che già di per sé confonderebbe il pubblico, addirittura non viene neanche discussa. Cosa che stride con quello a cui Shakespeare ci ha abituati, con i suoi dialoghi brillanti e le sue vivide descrizioni. Non è l'unica morte di cui Shakespeare non parla, basti pensare a quella di Rosencrantz e Guildenstern alla fine dell'Amleto, ma in genere riusciamo comunque a ricavarci un'immagine abbastanza precisa dell'evento. Qui, solo l'ellissi.
Bene, l'articolo sosteneva che il Matto avesse una funzione di sostegno per Lear, e quindi sparisse allorché in scena riappariva l'altro sostegno di Lear, Cordelia. Il Matto non serve più e Shakespeare lo mette da parte. Si dà cioè un'interpretazione psicologica della scomparsa del Matto. Cosa che mi ha sorpreso molto, dato che il Matto sparisce quando arriva Cordelia perché l'attore che lo interpretava era lo stesso che interpretava lei! Shakespeare si è trovato a dover affrontare un problema meccanico, interno alla rappresentazione stessa, non qualcosa di metaforico o trascendentale. Sì, il Matto è un sostegno per Lear, ma non è per questo che sparisce improvvisamente (forse è il motivo per cui è stato creato in primis, dopo la partenza di Cordelia per la Francia).
Spesso dimentichiamo, e ci piace dimenticare, che le opere d'arte nascono da fatti materiali. Quando Freud parlava del Complesso d'Edipo nell'Amleto, sapeva che Shakespeare aveva tratto il suo dramma da una storia vera o perlomeno da una tragedia precedente di Thomas Kyd, e non dalla propria fantasia? Onestamente non ho trovato nulla che me lo faccia pensare. Ma senza quel tassello, tutta la teoria resta un po' fantasmatica.

SHAKESPEARE E I SUOI PERSONAGGI
Nessuno - la dirò grossa - ricorda Shakespeare per le sue trame. Quando il Bardo di Stratford-upon-Avon non saccheggiava dai suoi predecessori Chaucer, Marlowe, Ovidio..., non credo abbia mai prodotto una storia degna della sua fama. Shakespeare viene ricordato, anzi viene osannato, e a ragione, come centro del canone letterario anglosassone, per la sua intelligenza (qualunque cosa noi intendiamo con intelligenza, siamo certi che Shakespeare ne avesse in abbondanza), la sua maestria mai eguagliata come poeta lirico e dialoghista, e soprattutto per i suoi personaggi.
Io, da scrittore più che da psicologo, mi sono spesso interrogato sulla natura dei personaggi shakespeariani. Borges una volta scrisse che, in un romanzo, la trama è una scusa per mostrarci i personaggi: non so se dire lo stesso delle opere di Shakespeare, ma la sensazione che lasciano è proprio quella. 
Prendiamo Iago o Edmund, ad esempio, i due antagonisti meglio riusciti di tutta la produzione shakespeariana (come dire, di tutta la produzione mondiale). Le loro motivazioni sono, se non proprio vuote, comunque nebulose: vendicarsi di Cassio e di Otello che lo ha preferito a lui, Iago; affermare una sorta di dignità del bastardo, Edmund. Noi pubblico ci accontentiamo di una spiegazione alternativa: fanno il male perché sono malvagi, agiscono con astuzia perché sono machiavellici. Ma in fondo cosa ci importa ciò che li muove? Sono personaggi straordinari e questo ci basta. Se dobbiamo sopportare la loro povertà di motivazioni per godere della loro compagnia, direi che siamo dispostissimi a farlo.
(Lo stesso si può dire dei personaggi positivi, o meglio dei protagonisti, di Shakespeare. Harold Bloom ha osservato, a ragione, che una semplice storia di vendetta è qualcosa di troppo meschino per un personaggio come Amleto).


PRIMA I PERSONAGGI, POI LE DONNE E I BAMBINI
Io credo che i personaggi di Shakespeare preesistano alle sue storie. Nelle storie vengono plasmati, ma quello che è il cuore del personaggio è già vivo nella mente di Shakespeare. Suona più romantico di quanto io non intenda. Ecco, facciamo un esempio: Edgar, sempre del Re Lear, così rimaniamo in tema. Io immagino che Shakespeare avesse bisogno di un Tom o'Bedlam per esigenze drammaturgiche, di una guida per i suoi matti e i suoi ciechi. Non c'è motivo per cui Edgar avrebbe dovuto interpretare un Tom o'Bedlam (e che Edgar, figlio di Gloucester, scelga di diventare il povero Tom sorprende ancora oggi molti critici). Non c'è neanche motivo per cui il buon Edgar si comporti in maniera tanto atroce con suo padre, e non è neanche chiaro come alla fine egli riesca a trovare la forza per sfidare e uccidere suo fratello Edmund. Ma se noi per un momento riuscissimo a dividere la funzione narrativo-dialogica di Tom o'Bedlam da Edgar il personaggio, come potremmo dividere un uomo dai suoi vestiti, e pensassimo che è per comodità (comodità non intesa in senso dispregiativo, come qualunque scrittore potrà capire: a volte una trama necessita di una data azione, o di un dato oggetto, o di un dato dialogo, che noi lo si voglia o meno) che Shakespeare ha trasformato Edgar in Tom, direi che abbiamo risolto il problema. Tenendolo a mente, quando assistiamo a una rappresentazione di Shakespeare, la maggior parte di quelle che potremmo considerare strane incongruenze nei personaggi diventano non chiare ma perlomeno comprensibili. Il comportamento esiste indipendentemente dal personaggio, e quel personaggio esiste indipendentemente dal suo comportamento (e lo psicologo che è in me si contorce). Noi conosciamo i personaggi di Shakespeare in primo luogo dai loro monologhi e dai loro soliloqui, e non dalle loro azioni o dalla loro funzione all'interno dell'architettura del dramma. Il comportamento appartiene alla trama, ma il resto del personaggio appartiene all'eternità.


Non mi viene in mente un solo momento in cui un personaggio di Shakespeare cambi se stesso a seguito di un dialogo. Il massimo che fa, come nel caso di Otello, è svelare se stesso a seguito di un dialogo. Le uniche parole che sono in grado di cambiare un personaggio shakespeariano sono quelle che lui stesso pronuncia, spesso in un soliloquio. A livello psicologico, tra i personaggi di un dramma shakespeariano quasi non c'è contatto: Edgar soffre per Gloucester, e Gloucester soffre per Edgar, ma queste sono caratteristiche intrinseche dei personaggi. Non c'è reale contatto tra i due uomini. Ognuno segue la propria strada anche quando si tengono per mano. Un pensiero che è magnificamente rappresentato da Shakespeare stesso, allorché Gloucester, una volta accecato, non riconosce suo figlio.
I personaggi di Shakespeare preesistono alle trame ed esistono quasi al di là degli altri personaggi, se capite il mio pensiero. Che sia questo spazio di libertà assoluta, nel quale potersi sviluppare appieno, ciò che li rende tanto meravigliosi? Tanto veri? Che permette ad Amleto di essere Amleto e non solo un malinconico principe danese, o a Falstaff di essere Falstaff e non solo un grasso cavaliere pieno di sé? Credo sia così. O, comunque, che sia uno dei motivi principali.

Se esistono casi paragonabili a quello dei personaggi shakespeariani, nel resto della letteratura, non saprei dirlo, ma ne dubito. Raskolnikov non è solo un assassino, certo... ma esisterebbe senza l'assassinio, al di là dell'assassinio? Esisterebbe per noi, esisterebbe per Dostoevskij, senza quell'atto creativo, demiurgico, che è l'assassinio che compie? Chi lo sa.

CONCLUSIONI
Amiamo Shakespeare perché amiamo i suoi personaggi, in particolare noi stranieri che raramente apprezziamo la sua scrittura senza intermediazioni. Sono, tra le maschere della letteratura, le più vive in assoluto, tanto che suona orribile definirle "maschere".
Forse solo Dante riesce a eguagliare l'abilità di Shakespeare; ma la libertà di cui godono i personaggi shakespeariani, la libertà di esistere a prescindere da tutto quello che succede in scena, che succede a loro e attorno a loro, è un risultato davvero unico del Bardo. 

lunedì 28 novembre 2016

Imparare a scrivere creativamente

Giovedì ho tenuto la mia prima lezione di Scrittura Creativa. Da docente, non da discente. Dove? Presso l'Università della Terza Età della mia città. Ho presentato curriculum, piano del corso e lezione di prova, e il Consiglio ha accettato di farmi tenere il corso. 
La nostra Università è una realtà importante, di cui dovremmo essere orgogliosi: quest'anno contiamo circa 1000 iscritti e quasi 80 corsi, di cui circa 40 laboratori (di inglese, francese, tedesco, ebraico, computer...). Io credo nell'istruzione, anche per i pensionati. Per parlare da neuropsicologo (che palle, lo so!), ogni minuto di studio è un muro alzato che ci difende dal decadimento cognitivo. Per non dire che serviamo anche molti non-pensionati, persone che cercano di reinventarsi e acquisire skill per il mondo del lavoro. Il tutto con un costo annuo di iscrizione di 50 euro che dà libero accesso a tutti i corsi.

Magari insegnassi in un'aula del genere!
I miei alunni si sono mostrati da subito interessati al mio corso. Alcuni non seguono per imparare a scrivere (o a scrivere meglio), ma solo per curiosità, semplicemente per ampliare il proprio bagaglio culturale. Alcuni vengono per imparare a leggere meglio, il che è molto saggio. Sono molto soddisfatto della mia classe.

Ho diviso il corso in sette lezioni, e sono già in ritardo sulla tabella di marcia. Pazienza, vedrò di recuperare. Per adesso voglio condividere con voi (così mi direte il vostro parere) un piccolo estratto della lezione di giovedì. Parlavamo della metafora e della similitudine, e di come dovrebbe usarle uno scrittore. Ecco quello che ho detto, più o meno parola per parola:

« [La metafora/similitudine] assolve alla funzione di
  1. Spiegare un concetto difficile;
  2. Rendere più viva una scena con l’utilizzo di un’immagine alternativa;
  3. Mostrare il virtuosismo dell’autore nella scelta della stessa.
Dato che il nostro tempo sta per finire, eviterò lunghi giri di parole e vi dirò direttamente come realizzare delle buone metafore. Innanzitutto la metafora dev’essere originale. In secondo luogo dev’essere funzionale. Scrivere

Anna aveva gli occhi come zaffiri.

è una brutta metafora perché è frusta. L’hanno usata così tanti che è stata svuotata della sua naturale bellezza. D’altra parte, dire

Anna aveva gli occhi come bezoar.

è poco funzionale, perché in pochi sanno cos’è un bezoar, e quindi niente è stato chiarito. Se però il vostro personaggio-punto di vista (cioè il narratore, ammesso che sia in prima persona, oppure il personaggio dietro al quale vi nascondente, nel caso di una terza persona limitata - torneremo in seguito, nella terza lezione, a parlare del punto di vista) è un alchimista, e quindi sa cos’è un bezoar, potreste anche usare questa metafora. Non per spiegare al lettore qualcosa degli occhi di Anna, ma per spiegargli qualcosa del vostro alchimista - un grande studioso, ossessionato dall’Opera, non riesce a pensare fuori dagli schemi dell’Arte - o, comunque, per lui è diventata tanto familiare che attinge a essa anche per parlare di cose di tutti i giorni.
I formalisti russi dicono che la metafora, per essere buona, deve essere stravagante. Deve, cioè, sorprendere il lettore. Qui mi viene in mente Tolstoj. Il loro è un discorso sensato sotto un certo punto di vista, ma consideriamo per un attimo l'affermazione che la metafora debba essere stravagante. Io, da scrittore, questa affermazione non la posso condividere: appartengo, diciamo così, a un’altra scuola. Credo che la stravaganza sia solo un portare all’estremo la regola dell’originalità, ma raramente rispetta la regola della funzionalità. E quand’anche la rispettasse ha lo sgradevole effetto di far ricordare al lettore che, tra lui e il testo, c’è l’autore. Flaubert (sempre lui!*) scrisse in una famosa lettera che l’autore in un’opera dev’essere come Dio in natura: presente ovunque, visibile da nessuna parte. La metafora stravagante ha l’effetto di rendere visibile l’autore. Interrompe il sogno vivido della narrazione solo affinché i lettori possano accorgersi della sua bravura. Ѐ, cioè, al servizio dell’autore e non del testo.
(Torneremo meglio a parlare della questione dell’invisibilità dell’autore nel corso della terza lezione, ma, sul vostro ipotetico quadernetto degli appunti, già ora potete scrivere che un bravo scrittore non è quello che vuole essere un bravo scrittore ma quello che vuole scrivere un buon testo. Perlomeno, è una frase a effetto). »

Siete d'accordo? Se lo siete, cliccate mi piace e condividete l'articolo; se non lo siete, fatemi sapere dov'è che sbaglio.
Be', questo era solo un esempio di quello che sto cercando di fare in classe. Spero di poter scrivere altri articoli sulla mia esperienza come insegnante. Fino ad allora ciao a tutti, e ricordatevi sempre di leggere e scrivere ogni volta che ne avete l'occasione!


*Avevamo già parlato di Flaubert precedentemente, a proposito dell'attenzione per il dettaglio rivelatore.

martedì 22 novembre 2016

Il Collegio Invisibile

Sabato ho partecipato a un incontro, organizzato dalla Dott.ssa Mossa e dalla Dott.sa Volpi, sul ruolo dello storytelling in terapia (un argomento a cui sono particolarmente interessato). Non è il primo incontro che faccio su questo tema, ma finora è stato il più interessante.
Nel corso del pomeriggio passato assieme, io loro e altri cinque partecipanti, un'ora e mezza è stata impiegata a scrivere una storia. Ho mostrato a un gruppo di persone conosciute da poche ore soltanto il mio privatissimo metodo di scrittura (TM): camminare avanti e indietro in una stanza, borbottando tra me e me fino a quando non ho trovato la soluzione giusta. Per dire!
Questa è la storia che ho scritto quel pomeriggio. La parte di Scrittura in Psicologia e Scrittura. Non è, al contrario di quello che hanno fatto gli altri partecipanti, un racconto autobiografico - nei limiti in cui qualunque testo possa non essere autobiografico. Questo perché io sono fatto al 70% di resistenza. Non vi dico il tema della storia: non è difficile da indovinare.
Si intitola Il Collegio Invisibile.





P.S. Siate misericordiosi con me. L'ho scritto sotto pressione in un'ora e mezza, e per mantenerla spontanea non l'ho corretta prima di condividerla 😅

lunedì 14 novembre 2016

Cosa leggo questa settimana: Crisi sulle Terre Infinite

Non voglio saltare l'articolo del lunedì, ma mi rendo conto di non avere abbastanza tempo per elaborarne uno da zero. Crisi totale. La soluzione? Facile: torna il Cosa leggo questa settimana, l'appuntamento di Vivere (d)i libri in cui vi dico cosa io sto leggendo in questo periodo, e quale idea mi sono fatto dei libri che sto leggendo. Ma dato che, come dicevo, sono sempre abbastanza impegnato, sappiate che stavolta sto anche leggendo poco (STRAGULP!).


Per l'esattezza, sto leggendo

MARY POPPINS
di Pamela Lyndon Travers
Come potete vedere qui, sono un rispettabile lettore di libri per bambini. C'è un'onestà, o almeno è richiesta un'onestà, nei libri per bambini, che difficilmente trovo in quelli per adulti. E poi c'è sempre tanta tanta meraviglia - che è poi quello che cerco in un'opera di narrativa. Qualche giorno fa mi sono reso conto di non aver mai letto Mary Poppins, e sono subito corso ai ripari. Ci mancherebbe, un libro tanto importante!
Per ora Mary Poppins è una lettura deliziosa, in particolar modo il primo capitolo (parlo del primo libro). Consiglio di recuperarlo, soprattutto se avete dei bambini che ancora non sanno leggere. Così avrete la scusa - e senza dubbio il piacere - di leggerglielo voi.

IL SIGNORE DEGLI ANELLI
di John Ronald Ruel Tolkien
Questa sarebbe la terza volta che leggo Il Signore degli Anelli. Lo consiglio a tutti, anche a chi non è appassionato di fantasy (del resto, si sa, gli italiani sognano pecore realiste). Da un punto di vista stilistico è probabilmente il romanzo migliore che io abbia mai letto. Mi spiace che sia una cosa di cui non si parla mai, quando la gente lo tira in ballo.

e questo è quanto. Poche cose, lo so, ma come vi dicevo prima il tempo è tiranno. E non ne ho più a disposizione come quando frequentavo l'università.

A venerdì, Veri Credenti, con la ripubblicazione di uno dei vecchi articoli scelti tra quelli che mi piacciono di più. Oppure anche prima, se siete abbastanza furbi da iscrivervi al gruppo Facebook del blog (questo qui) per rimanere sempre aggiornati su quello che succede nel mondo della Psicologia e della Scrittura!




lunedì 7 novembre 2016

Teresa Hagendorfer

Torna una rubrica storica di questo blog, le Interviste Psicologiche. Per chi non lo sapesse, sono dialoghi che instauriamo con artisti e in cui cerchiamo di indagare i punti d'incontro tra arte (Arte) e psicologia (Psicologia con la maiuscola la posso mettere? Be', in fondo il mio corso di laurea ce l'aveva maiuscola. Non vedo perché non dovrei metterla anche io).
Oggi intervisteremo la scrittrice Teresa Hagendorfer. Analizzeremo con attenzione particolare un suo racconto, Irish, nato durante un percorso psicoterapeutico. Vamos a cominciar!

La scrittrice Teresa Hagendorfer

Questa è la prima volta che, nelle nostre interviste, ci rivolgiamo a un artista che non sia anche psicologo (o che non abbia fatto studi specialistici di psicologia). Quindi ti chiedo una breve presentazione: il tuo nome - proprio come se non fosse il titolo di questa intervista -, i tuoi studi, cosa fai nella vita e come sei arrivata alla scrittura. Nell'ordine che preferisci!
Mi chiamo Teresa Hagendorfer e sono nata il 3 ottobre 1969. Fotografa, formatrice, mi occupo anche di comunicazione e social media… e altro. Scrittrice da sempre.
“Ma io ti scrivo” . Così ho rassicurato mia mamma, a due anni, quando volevo andare a casa di un'amica di famiglia, e lei invece, dolcemente, voleva tenermi con sé.
Ma io scrivo. Ho iniziato con gli articoli che davo alla mia maestra al posto dei temi, ho proseguito con accenni di poesia che man mano si sono limati fino a diventare il mio primo libro Dialoghi Scarabocchiati, edito da 011. Bisognosa di compensare la vanità con il riconoscimento, ho partecipato a diversi concorsi letterari. Sono stata inserita in undici antologie e ho vinto diversi premi letterari locali e internazionali, sempre partecipando con scritti poetici. Avventurata da un paio d’anni nella prosa, micro prosa come dico io, mi sono tuffata nelle parole scritte, nei dialoghi e nei personaggi che via via aumentano di numero nei miei racconti. Aiutata da chi con sapienza e severità mi aiuta con la correzione dei miei testi, ho dato forma migliore ai miei pensieri scritti.
“La tua è una scrittura sensoriale, si è nei luoghi che racconti, si respirano aria e profumi” è la critica che più gelosamente tengo nel mio cuore.
I sensi sono la chiave del mio lavoro. Prima del dialogo vengono il dove e il come del racconto. Abituata spesso al linguaggio fotografico, dipingo immagini con le parole e accenno la voce degli attori.

Uno dei tuoi racconti più apprezzati è Irish. Prima si diceva come è nato. Ti va di parlarcene un po' tu? Della genesi e della trama? E dei riconoscimenti che ha ottenuto?
Irish è un miniracconto a cui sono particolarmente legata. È stata la prima volta che mi sono spinta così in là con il numero di pagine. La mia microprosa era sempre contenuta in una cartella, in un flash narrativo. Irish è una storia. La genesi è particolare perché sorge da una serie di sedute psicologiche (EMDR) in cui ho dovuto trovare il mio “posto sicuro”. In seguito a un forte trauma, la morte di mio marito, mi sono rivolta a una psicoterapeuta per essere sicura di affrontare nel modo migliore la situazione, vista anche la responsabilità che sentivo nei confronti dei miei due figli piccoli. Dopo la seconda seduta, tornata a casa, mi sono trovata a scrivere. Al termine degli incontri ho consegnato alla terapeuta il racconto.
Irish non è un racconto autobiografico, è ambientato un posto dove non sono mai stata (ma che esiste). I personaggi sono densi di me, ovviamente, ma non è la mia storia. Molti dettagli mi appartengono, e alcuni di essi li ho “incontrati” nel racconto senza rendermene conto.  Irish è la storia di un nuovo inizio. Esorcizza una delle mie più grandi paure: quella di perdere ciò che ho.
È un racconto crudo, come crudi sono i colori di quell’angolo di terra.
Nel settembre scorso, Irish è stato premiato al Premio Letterario Il viandante. Nelle motivazioni, la giuria ha parlato di viaggio interiore ed esteriore, di un racconto intimo e non definito. La storia non è chiusa e questo è piaciuto molto. Io sono stata molto onorata, oltre che del riconoscimento, della motivazione che mi è parso cogliesse bene il senso di Irish.

Sotto le istruzioni per ricevere una copia gratuita di Irish

Adesso parliamo un po' di letteratura e psicologia. Cos'hanno in comune, secondo te? E come si influenzano a vicenda - se si influenzano? Mi raccomando, rispondi senza sbirciare le interviste precedenti!
Non sbircio, prometto! Parto da ciò che per me è scrivere. Per me è riordinare i pensieri, scoprirli a volte, dare loro un senso. La scrittura autobiografica ha sicuramente una valenza più pregnante. Le mie pagine non sono autobiografiche, alcuni tratti sì, ma sono i personaggi a compiere le azioni, non io.
Ecco: la scrittura, per me, è depositare in un racconto un vissuto o meglio frammenti di vissuto. È talmente coinvolgente la scrittura che al termine di una pagina o di un brano mi trovo spossata fisicamente. Arrivo addirittura a non ricordare le storie che scrivo, perché una volta buttati lì i pensieri non sono più miei. È una sorta di “liberazione”. Nel mio ebook, Il Cugino dello Zingaro e suo Cugino, ho messo a fuoco qualcosa che forse è (era) il mio tallone d'Achille: la sindrome di abbandono. Mi sono “trovata lì” una frase che spiegava il perché (secondo il personaggio) si abbandoni. Un bel frutto di un lungo cammino.
Ogni scrittore mette qualcosa di sé nelle proprie pagine, anche quando scrive il contrario di come è. Spesso non sono solo le storie a toccare le corde, ma soprattutto i modi in cui vengono narrate. Un legame forte dunque che parte forse dal perché si scrive, fino alla scelta dell’ultima virgola.

Una domanda personale: stai lavorando a qualche progetto, attualmente?
Come dicevo, è appena uscito Il Cugino dello Zingaro e suo Cugino, un ebook edito da Astragalo. È un libro nato a Olera,  in una valle bergamasca sopra ad Alzano Lombardo, nel settembre del 2015, e che ha viaggiato fino a Novara e Piacenza. È il mio primo libro di narrativa e ne sono molto innamorata. I personaggi sono reali, esistenti, vivi, la storia è un intreccio di sentimenti e percorsi che ho creato io. Come mi ha detto chi ha avuto la bontà di leggerlo, io sono in tutti i personaggi.

Sto lavorando ad altri due progetti. Uno è un libro sull’uso dei social media nel lavoro. Un progetto ambizioso, richiestomi dall’editore, che sta volgendo al termine. Un vero e proprio passo passo sulla scelta e l’uso dei social media, con strategie ed esempi pratici. Linguaggio efficace e ricerca continua sono la caratteristica del libro che uscirà a breve.
L’altro è un libro di narrativa, La Barbiera, a cui lavoro da un paio di anni e che sta finalmente prendendo forma in modo chiaro, ma che è ancora lontano dall’essere completo, anche se l’ultima pagina è già stata scritta.

Ultima cosa e ti lascio andare. Hai qualche consiglio da dare ai giovani scrittori che ci stanno leggendo?
È difficile dare consigli. Io so che la mia scrittura continua a evolversi. Ricerco, studio, curo con più attenzione. La scrittura di getto, sebbene sia assolutamente nella mia indole, non mi basta più. Ora prendo carta e penna (a mano) quando ho “l’estro”, ma poi rileggo, correggo, scelgo il termine giusto e sfoltisco. Bisogna avere il coraggio di scrivere un progetto, e seguire un metodo per raggiungerlo. Il metodo Writing Way di Alessandra Perotti, che io seguo, è un valido supporto per imparare e allenarsi a scrivere bene. Questo è il consiglio che mi sento di dare.

...

Teresa invierà Irish in omaggio a chiunque abbia acquistato (o acquisti in futuro) una copia de Il cugino dello zingaro e suo cugino (qui e qui i link all'acquisto). Basterà scriverle due parole all'indirizzo hagendorfer_tere@hotmail.com per riceverlo.
Ora, cari lettori, se siete interessati ad altri articoli sulla poesia, cliccate qui. Se invece siete interessati ad altri articoli sulla scrittura di prosa o sulla scrittura in generale, cliccate qui. Se siete interessati a farmi contento, infine, cliccate qui e iscrivetevi al nostro gruppo Facebook. A presto, speriamo, con altri articoli sulla Psicologia e sulla Scrittura!


lunedì 31 ottobre 2016

Mamma RAI e la parità

Ieri, domenica 30 ottobre 2016, la puntata di Uno mattina in famiglia si apriva con un servizio sulla preoccupante demascolinizzazione degli uomini italiani. Lo spunto per il servizio lo offriva un articolo dell'Huffington Post. Nell'articolo appare un intervento molto intelligente della sessuologa e psicoterapeuta Maria Claudia Biscione e, a seguito, un elenco di sei "mosse" per "gestire gli uomini che si comportano da donne" di Veronica Mazza, che invece non definirei affatto intelligente. Tra i consigli per le donne che non si accontentano di uomini demascolinizzati ci sono "non trasformatevi in un uomo: attente a sovrapporvi a quello che dovrebbe fare lui" e "ponete un limite al suo lato femminile". A me suona un po' come "l'uomo deve fare l'uomo e la donna deve fare la donna, la parità va bene fuori dal letto e i ruoli in una relazione devono rimanere stabili e ben chiari".
Mi sbaglierò.


Uno mattina in famiglia, dicevo, ha parlato della demascolinizzazione dell'uomo nella società contemporanea. Il conduttore Tiberio Timperi stuzzica l'ospite di turno, Massimo Ciavarro, lì in rappresentanza della virilità italiana e a rimpianto dei tempi andati, dicendogli "ora sei tu la donna". L'ospite alza gli occhi al cielo e non risponde, ma accusa il colpo. Una battuta stupida, però: non dovrebbe essere una presa in giro essere chiamato donna perché non è vergognoso essere una donna. Avrebbe potuto dirgli "ora sei tu il frocio" e sarebbe stata la stessa cosa.
Lasciamo stare. Si passa adesso al collegamento con Maurizio Bossi, andrologo e sessuologo, che, pur contento che gli uomini stiano acquisendo alcune caratteristiche femminili (come, dice lui, la preoccupazione per l'igiene intima. Sic!), denuncia anche il pericolo che essi possano abdicare alle caratteristiche più tipicamente maschili. Ne cita due su tutte: la maggior pacatezza e la maggior razionalità.
Perché le donne, si sa, sono poco razionali. Lo dicono gli studi, non ce n n'è. Complimenti per avercelo ricordato, Dr. Bossi. E complimenti anche a Timperi per (non) averlo corretto. Le donne sono meno razionali degli uomini: per questo non dovrebbero mai avere ruoli di responsabilità in azienda o nel governo.

Fonte: questa.
Voglio essere chiaro. Questo blog sostiene la posizione che, a parte le più evidenti diversità fisiologiche, le differenze tra uomo e donna siano di origine sociale. Sostiene anche la posizione che queste differenze debbano appartenere al passato; non perché solo così potremmo avere accesso a un radioso futuro - io non sono un profeta, non lo so -, ma solo perché è giusto che sia così. Non mi sposterò di un centimetro da questa posizione.
Sulla pagina Facebook del blog capita spesso che io condivida articoli o interventi riguardo il femminismo. Sul blog vero e proprio, però, non mi è mai capitato di pubblicare articoli in merito. Questo fino a settimana scorsa, quando ho pubblicato un articolo sulla validità linguistica della parola "femminicidio". L'articolo ha aperto la categoria Femminismo. Ora sarà mio piacere riempirla.

Un'ultima nota. Non voglio accusare la RAI di essere una rete reazionaria. Questo non è vero. La RAI è una realtà complessa e, come tale, sottoposta a molte spinte diverse. Di pochi giorni fa è la notizia, ad esempio, che durante un episodio di Un medico in famiglia (quindi una delle serie più longeve e di successo della RAI) gli spettatori hanno potuto assistere a un bacio omosessuale tra un protagonista e un personaggio secondario. Non seguo Un medico in famiglia, ma credo di aver capito che non si tratta di personaggi caricaturali. Come si può vedere qui, l'evento ha avuto molta risonanza.
Metto a confronto il servizio di Uno mattina in famiglia e la puntata di Un medico in famiglia e mi viene da pensare. La TV generalista, in Italia, ha molta strada da fare, per raggiungere una posizione più illuminata sul rapporto uomo/donna e sulla parificazione sessuale. Ma la sta percorrendo. Lentamente, con anni di ritardo rispetto al resto del mondo e con continue marce indietro... ma la sta percorrendo. Penso ci sia addirittura una speranza che, superata una certa resistenza iniziale, acceleri.
Incrociamo le dita.

lunedì 24 ottobre 2016

C'è chi non vuole sentir parlare di femminicidio

Nel grande mondo dei social, ormai, è qualche tempo che si discute sulla legittimità della parola "femminicidio". Del resto sui social siamo un po' tutti studiosi di linguistica.
C'è ad esempio una corrente di pensiero che sostiene che "femminicidio" sia una parola priva di valore. Già la parola "omicidio", che deriva da "homo" nel senso di "umano" e non di "uomo maschio", conterrebbe in sé il significato di femminicidio, cioè di assassinio di donna. Alcuni affermano quindi che la parola "femminicidio" sia femminista (spregiativo), voluta dalle lobby femministe (sempre spregiativo) per sviare l'attenzione del pubblico verso il mondo circoscritto della violenza sulle donne. O qualcosa del genere.
Fonte Facebook
Altri, un po' più sensatamente, sono preoccupati all'idea che usare una parola a parte, come dire laterale, possa far pensare a una differenza di gravità tra essa e un qualunque altro tipo di omicidio. O che la parola possa venire sfruttata per stigmatizzare non tanto il fenomeno del femminicidio quanto le sue vittime. Purtroppo vediamo ogni giorno che la loro non è una paura infondata:

Il Giornale. Qui un articolo in proposito.
Per parte mia sostengo che femminicidio sia una parola valida e che meriti di essere utilizzata. A quelli che credono che bisognerebbe sostituire "femminicidio", ovunque appaia, con un più generico "omicidio", faccio notare che in Italia, vivaddio o purtroppo, esistono molte parole il cui significato è di "assassinio di una particolare categoria umana". Patricidio, matricidio, fratricidio, uxoricidio... Vogliamo eliminarle tutte?
Ci si concentra su "femminicidio" e non su "parricidio", ad esempio (cioè l'omicidio di un parente), nonostante si possano muovere a entrambe le stesse accuse. Il che è stranissimo. Tanto più che la Treccani ci assicura che la parola "femminicidio" è legittima, nella sua costruzione, e non infrange nessuna regola italiana.
Con quelli che invece temono che "femminicidio" possa portare a una ghettizzazione del problema mi trovo d'accordo... in parte. Tuttavia dovremmo concentrarci sul significato esatto della parola, e non su quello che certi media e un certo tipo di opinione pubblica cercano di far passare. Sempre secondo la Treccani (riporto la definizione) il femminicidio riguarda l'eliminazione fisica o l'annientamento morale della donna e del suo ruolo sociale. Per femminicidio si intende quindi l'uccisione di una donna in quanto donna. Se un pazzo entra in un locale con un fucile e uccide sei uomini e cinque donne, non si parla di "sei omicidi e cinque femminicidi", perché l'attacco non è stato causato dal loro essere donne ma dal loro trovarsi in quel bar in quel momento. Ma se un uomo uccide una donna perché lei ha deciso di lasciarlo, per difendere il suo diritto di "possederla", allora sì, quello è un femminicidio, ed è giusto chiamarlo in questo modo.

Otto croci per otto cadaveri di donne trovate a Ciudad Juàrez nel 1998.
Il numero delle donne uccise a Ciudad Juàrez dal 1993 al 2005 è stimato attorno a 370.
La cosa peggiore, qui, è che a volte ci dimentichiamo che non è la parola "femminicidio" a essere sbagliata. È la condizione della donna in Italia - così come in molti altri Paesi -, che richiede addirittura l'invenzione di una parola apposita per definirne l'omicidio, che è sbagliata. La semantica non c'entra.


(Per approfondire l'argomento, vi rimando a questo articolo dell'Accademia della Crusca, che a suo tempo condivisi sulla pagina Facebook del blog.)

lunedì 17 ottobre 2016

Vivere (d)i libri (aprile 2016 - ottobre 2016)

E rieccoci finalmente, Veri Credenti, con la rubrica Vivere (d)i libri(TM). Quella vera, mica i Cosa leggo questa settimana che usavo per riempire il vuoto esistenziale. Sono mesi che ve la prometto, arriva, vi giuro che arriva, ma prima per una cosa (l'Esame di Stato) poi per un'altra (l'estate) ho continuato a rimandare. Be', adesso basta. Adesso torniamo a fare sul serio.
Per l'occasione vi voglio proporre una rubrica tutta speciale: dedicata solo ai fumetti.


di AAVV.
Come aveva già fatto lo scorso anno con la Marvel, nel 2016 la Comicon Edizioni ha dato alle stampe questa raccolta di articoli e tavole ispirata alla mostra del Salone Internazionale del Fumetto di Napoli. Il tema naturalmente è la DC, la Distinta Concorrenza della Marvel, una delle più grandi Case Editrici di fumetti al mondo.
Il libro è ricco di curiosità, e le tavole, come già quelle della Marvel, da sole valgono il costo del volume (che è di 24 euro - considerate che è a colori), ma gli articoli sono vistosamente di parte. Non leggermente di parte, come ci si sarebbe aspettati da un prodotto del genere. Sembra infatti che l’unico scopo degli autori fosse di far passare l'immagine di una DC industria perfetta, ma che dico industria, praticamente una famiglia, piena di persone gentili e geniali che dal 1938 - anno di nascita di Superman - non ha mai commesso un solo errore, quale che sia il medium che ha scelto di esplorare. Per fare un esempio, si lascia intendere che i rapporti tra Siegel, Shuster (inventori di Superman) e la Casa Editrice siano sempre stati, dal momento in cui i due consegnarono le prime bozze in redazione, a dir poco idilliaci. Si dimenticano cioè di citare gli anni di cause legali e di mobilitazione di fumettisti per far riconoscere ai due autori, sfruttati e poi abbandonati, quel minimo di diritti sul loro remunerativo personaggio.

A tratti questa tendenza all’idolatria diventa ridicola - nel senso che mi ha proprio fatto ridere. Non una sola parola di critica è stata spesa per lavori oggettivamente indifendibili come i film Superman IV: The Quest for Peace e Batman & Robin di Schumacher. Ogni frase è una frase di elogio: se non c’è nulla da elogiare, allora è meglio non scrivere nulla. L’unico articolo che viene meno a questo perentorio diktat è l’ultimo, riguardante le trasposizioni videoludiche dei personaggi. Del resto, si sa, questi videogiocatori non hanno rispetto per nulla!


OMAC
di Jack Kirby
Ho aspettato alcune settimane, dalla fine della lettura di questo volume (che raccoglie per intero l'Omac di Kirby) prima di buttare giù la mia recensione. Questo perché avrei voluto dire tante di quelle cose che non ci sarebbero state in un solo articolo. Ora invece che il tempo è passato, posso guardare alla cosa con più distacco.

Omac è un capolavoro. Più ancora di Quarto Mondo, in queste pagine possiamo godere del talento senza limiti di Kirby, sia come disegnatore (preferisco sempre i bianchi e neri di Kirby, ma le chine di Bruce Barry e di Mike Royer sono molto rispettose del materiale originale) sia come scrittore.
Omac è nato dalla stessa idea che ai tempi generò Capitan America. Un uomo qualunque viene trasformato in un supersoldato per difendere la Giustizia e la Pace nel mondo. Solo che le storie di Omac sono ambientate nel futuro, e permettono a Kirby di mostrarci una fantascienza più sottile di quella di un comic tradizionale. Fantascienza, beninteso, usata non come mezzo per predire il futuro, ma come strumento per interpretare il presente.
La prima storia della raccolta è forse la più bella. Si apre in medias res, con la figura a tutta pagina di una scatola piena di polistirolo da cui spuntano le gambe nude, le braccia e la testa di una donna che ci assicura, con espressione vacua, che se vogliamo sarà nostra "amica". Vediamo confusamente il dolore del supereroe con la cresta, Omac, che la riconosce ("Lila... LILA!" urla). A questo punto parte il flashback.
Omac ci viene presentato nella sua forma umana, pre-trasformazione: un uomo gentile e solo, incapace di farsi largo nel mondo e schiacciato dal peso dell'esistenza. L'unica gioia della sua vita sono le chiacchiere scambiate con un'amica un po' misteriosa che si chiama Lila. Con lei si apre, parla, e capiamo che un po' si innamora. Finché non scopre la verità: Lila è un robot progettato per scopi sessuali, e lui la cavia su cui venivano testate le sue capacità di mimare un vero essere umano.
Proprio la figura dell'uomo prima di Omac, chiamato (non a caso) Buddy Blanc, è la più tragica della raccolta: Buddy viene semplicemente cancellato dall'arrivo di Omac. Un uomo così dolorosamente solo che lo si uccide senza pensarci due volte, solo per fare spazio a un eroe che è tutto il contrario: forte, coraggioso, amato da tutti.
L'ultima nota voglio spenderla per Brother Eye, l'onnipotente satellite che è la seconda incarnazione di Omac. Eh sì, perché Omac è un progetto formato da due parti: una umana e una artificiale, in orbita attorno alla terra. Brother Eye ricorda molto da vicino quel VALIS di Dick, quella vasta intelligenza divina a forma di satellite, che è un'altra pietra miliare della fantascienza americana.


LANTERNA VERDE: ORIGINI SEGRETE
di Geoff Johns e Ivan Reis
Da anni si fa un gran parlare di Geoff Johns, Sommo Demiurgo dell'Universo DC, ma io non mi ero mai avvicinato alle sue opere. Questo finché non mi è giunta eco di quello che sta succedendo a Superman & Co. dopo l'ultimo recentissimo reboot. Sembra si stia cercando di integrare l'universo DC classico con quello iperrealista di Watchmen. Se il colpo riuscisse, si potrebbe dare un senso a tutto quello che è successo alla DC dal '38 in poi. Questo progetto è il più ambizioso dai tempi di Crisi sulle Terre Infinite e ha come architetto lo stesso Johns. Perciò ho deciso di recuperare qualcosa di suo, per farmi un'idea delle potenzialità del progetto. Così, quando in fumetteria ho trovato Lanterna Verde: Origini Segrete (nella collana DC Best della Lion RW, storie classiche in volumi di piccolo formato e a poco prezzo), mi sono detto "Perché no?" La raccolta rinarra le origini della seconda Lanterna Verde, Hal Jordan.
Origini Segrete è un bel fumetto. Moderno, pieno di citazioni e con qualche puntata nostalgica alla Silver Age. In una parola, un fumetto ispirato. Ora posso stare tranquillo: so che la DC è in buone mani, e con Geoff Johns al comando seguirò con piacere le sue future evoluzioni.


LA SAGA DEI BOJEFFRIES
di Alan Moore e Steve Parkhouse
Ogni tanto la Bao Publishing fa il sorpresone e distribuisce un fumetto che neanche sapevi esistesse, ma di cui avevi bisogno. Ne avevi bisogno perché lo ha scritto Lui, il Bardo di Northampton, il Magus, il più grande sceneggiatore e sosia di Babbo Natale vivente, Alan Moore.
Nato sulle pagine della mitica Warrior, La Saga dei Bojeffries è un fumetto comico, un po' I Mostri e un po' Little Britain. I Bojeffries sono la tipica famiglia proletaria inglese, solo che il nonno è un mostro immortale fatto di muschio, la figlia maggiore è un irascibile energumeno con la forza di fare a braccio di ferro con un buco nero, e in cantina è rinchiuso un bebè termonucleare. Ci sono vampiri, licantropi e stranezze di ogni tipo nella famiglia Bojeffries. Per questo la amiamo.
L'idea (come tutte le idee di Moore) era ottima, e il fumetto è ancora genuinamente divertente. L'unico problema è che le storie dedicate ai Bojeffries sono troppo poche. Moore e Parkhouse, il disegnatore, non hanno fatto in tempo a esplorare appieno il potenziale del loro lavoro prima che la collana chiudesse. Ci sono dei capitoli finali di commiato, scritti anni dopo, a intervalli, ma fanno uno strano effetto, perché sembrano numerosi tanto quanto i capitoli originali. Per questo, pur essendo un fumetto di qualità, La saga dei Bojeffries rischia di lasciare un po' l'amaro in bocca ai lettori. Tuttavia consiglio spassionatamente a tutti gli appassionati di Moore di comprarla.


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