venerdì 30 ottobre 2015

Che schifo, la tripofobia!

C'è qualcosa di più terrificante dei video di Slender su YouTube. C'è qualcosa di più nauseante del minestrone la domenica. C'è qualcosa di grande fra di noi. Sto parlando, naturalmente, di piccoli buchi posizionati a intervalli regolari che ci fanno venire la voglia di grattarci.

Il termine che state cercando è "pruriginoso"

La tripofobia è, letteralmente, la fobia dei buchi. Ma non fobia tipo l'omo-fobia, che poi andate in giro a picchiare i buchi (AHAHA CHE SATIRA SOCIALE PUNGENTE LA MIA). No, è piuttosto assimilabile a una sensazione di repulsa o addirittura di terrore nei confronti di piccoli e profondi buchi reiterati a intervalli regolari. È anche detta, infatti, "fobia dei pattern ripetitivi". Non so se voi, amici lettori, siate o meno tripofobici, ma una cosa ve la posso dire: di certo, in determinate situazioni (di cui parleremo tra un attimo), nemmeno a voi fanno piacere i buchi piccoli e profondi posizionati a intervalli bla bla.

Vai a fare il buco piccolo e profondo da qualche altra parte

Non è di molto tempo fa la ricerca, pubblicata dapprima su Psychological Science (e citata anche qui e qui), che sembra attestare le basi evolutive (e universali?) di questa fobia. A me questa cosa dell'evoluzione in psicologia è sempre piaciuta molto: basta osservare un comportamento nella razza umana e dire "L'abbiamo sviluppato perché ai nostri antenati faceva comodo". Ad esempio, ché voglio venire incontro anche ai distratti, perché i cibi, se sono troppo salati, ci disgustano? Facile: perché elevate dosi di cloruro di sodio nuocciono gravemente alla salute. Quindi i nostri diretti antenati, belli come il Sole, a cui il sale faceva schifo, hanno vissuto più a lungo di quelli che invece ne erano ghiotti.

Avevano l'occhio lungo, loro

Quindi di cosa dovevano aver timore, per sviluppare il disgusto tripologico? Sembrerebbe del polpo dagli anelli blu, del cobra reale, dello scorpione giallo e in generale delle api e dei loro alveari. Insomma, di tutti quegli animali velenosi o più in generale allergenici che infestavano e infestano tuttora il nostro meraviglioso mondo, e che hanno a che fare, vuoi per la livrea vuoi per le abitudini architettoniche, coi pattern ripetitivi.

Tutto molto sensato, fin qui; ma c'è il fatto che la forza repulsiva dei buchi viene moltiplicata quando essi sono applicati a del materiale umano.

C'è la galera, per chi usa così Photoshop

Perché? Anche stavolta la spiegazione evolutiva ci viene in aiuto: probabilmente è perché li interpretiamo come il segno visibile di una patologia pericolosissima (e dolorosissima) da cui è meglio stare alla larga.

Personalmente, appena ho scoperto che questa fobia esiste per davvero (e che non ero io quello strano) ho subito passato tutto il pomeriggio e la sera a cercare foto a parola-chiave "tripofobia"su Google Immagini. Direte, perché l'ho fatto? Mi ha forse dato di volta al cervello?

Come si vede che non avete studiato, o villici

Sì, infatti. È stato come sottoporsi a una terapia di desensibilizzazione, ma fatta male (come sapranno bene i miei colleghi cognitivo-comportamentisti). Risultato? Ho avuto addosso una sensazione di febbre per circa due giorni. Poi, per una settimana circa, sono stato immune alla tripofobia "umana"... Ma senza un percorso fatto bene, o almeno una terapia di mantenimento, ora naturalmente sono punto e a capo. E i piccoli buchi profondi ripetuti a intervalli regolari mi fanno di nuovo un disgusto del diavolo.


NOTA: Naturalmente le immagini di buchi su esseri umani, in questo articolo, sono tutte photoshoppate. Fortunatamente, che io sappia, non esiste nulla di simile in natura.

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