giovedì 23 novembre 2017

Jack Hurt - La prima stagione completa (eBook gratuito!)


Premessa, prima di tutto. Alcuni anni fa, nell'ormai lontanissimo 2013, io e un gruppo di scrittori wannabe decidemmo di iniziare un... non chiamiamolo romanzo a puntate, ché sarebbe sbagliato, ma una serie di racconti strutturati a mo' di telefilm. I telefilm di una volta, con una forte presenza di trame verticali negli episodi e appena un accenno di trama orizzontale; quel tipo di telefilm insomma di cui non si occupa più nessuno, ma che ha accompagnato la nostra infanzia e anche la nostra adolescenza e che io mi porto sempre nel cuore. Così, per farla breve, nacque il progetto Jack Hurt, col suo blog dedicato.

Uno dei bellissimi tarocchi creati apposta per Jack dalla nostra collaboratrice Sofia  Buratti

Jack è un mago e un investigatore dell'occulto. Tutta la serie si configura come una lunga lettera d'amore ai telefilm e ai fumetti che adoravo quando ero ragazzo, e di cui avremo modo di parlare in seguito. Ma, a causa delle scarse visualizzazioni registrate nel blog (che è ancora online, e che potete trovare digitando jackhurt.blogspot.it), il progetto morì dopo appena sedici racconti, la cosiddetta "Prima stagione di Jack Hurt". Qui arriva la notizia.
Da oggi i sedici racconti sono disponibili gratis negli store online, raccolti e in formato .mobi, .epub e .pdf., da leggere comodamente sui vostri eReader. Aspettano solo che voi li scarichiate. Ve li ho presentati nella loro nudità, senza ritocchi posticci: cambiarli avrebbe forse significato tradire le persone che, all'epoca, li avevano scritti.

La copertina di Jack Hurt - La prima stagione completa
Insieme ai racconti veri e propri, al libro ho aggiunto gli editoriali del blog, quei momenti che ci prendevamo per commentare il nostro lavoro, e attraverso cui scoprirete tutti i dietro le quinte del progetto, dalla nascita delle idee alle tensioni interne. Gli editoriali hanno un valore storico, per così dire, e onestamente non riesco a immaginarmi Jack Hurt senza di loro. Sono diventati parte integrante della serie.
Scrivere racconti a dieci mani è la cosa più simile al suonare in una band che un autore possa provare, con tutto quello che ne consegue. Quando iniziai a lavorare a Jack avevo in mente uno stile asciutto, parodistico dell'hard-boiled; poi venne Marco, il secondo scrittore, col suo stile favolistico; e poi Riccardo, maestro dell'agghiacciante, e infine Sara e Federico, che dettero il loro prezioso contributo alla serie. Jack Hurt divenne molto diverso da quella che era la mia idea originale; ma divenne, lo capivo già allora, qualcosa di migliore. Credo che sarete d'accordo con me quando lo leggerete.
Fermiamoci qui, tanto il resto lo troverete negli editoriali. Concludo dicendo che spero che questo libro, così atipico nella sua natura, possa piacervi e spingervi a chiedere quella seconda stagione di Jack che ormai sono quattro anni che noi poveri autori continuiamo a rimandare.


Le coordinate, adesso. Potete leggere l'eBook, GRATUITAMENTE, su GOOGLE BOOK STORE;
oppure scaricarlo sulla vostra libreria e poi sincronizzarlo col vostro dispositivo Kobo su KOBOSTORE;
oppure, se avete un altro dispositivo eReader, andate su STREETLIB e scegliete se volete scaricarlo in formato .epub, .pdf o .mobi (compatibile con Kindle) - naturalmente sempre tutto gratis;
presto spero che sarà disponibile anche su Amazon, ma mi ci vuole del tempo per capire come fare;
e, alla fine, LEGGETELO.

giovedì 16 novembre 2017

Questo è il mio BASTONE DI TUONO (2017)


L'ho sempre desiderato. Davvero. Almeno, l'ho sempre desiderato da quando ho scoperto che esiste. Parlo naturalmente del premio col nome più bello della blogosfera, la statuetta inventata da Germano "Hell" Greco sul suo blog Book and Negative, l'immarcescibile BOOMSTICK AWARD (scritto tutto maiuscolo per far sentire la viuleensa).


Non ci sono regole per meritarsi il Boomstick, quindi non la faccio lunga: basta avere un blog "cazzuto". E a quanto pare Psicologia e scrittura lo è.
Ringrazio la sempre ottima Kara Lafayette per l'assegnazione del premio e vi invito a visitare il suo blog, che tra pause e riprese rimane tra i più interessanti della blogosfera italiana (personalmente lo apro tutti i giorni per vedere se ha pubblicato qualcosa di nuovo, che è sempre un piacere).

Ora, in quanto vincitore sarebbe mio diritto nominare altri sette blog per il Boomstick: non uno di più e non uno di meno. Sette come i giorni della settimana, gli Spiriti Celesti cinesi, le correnti del Rig-Veda e gli apostoli di Gesù se ne eliminassimo cinque, magari quelli meno simpatici. Il che potrei benissimo fare (nominare i blog, non eliminare gli apostoli); non fosse che, frequentando le stesse coordinate internettiche di Hell e Kara, quasi tutti quelli che ho in mente sono già stati premiati, e ne rimarrebbe soltanto uno fuori dalla lista, ringrazio e rinuncio a questo mio diritto (del resto, per usare le parole di Hell, "Questo è il Boomstick, ca**o, non un premio per signorine. Viene assegnato solo quando serve").

Allora ciao, Veri Credenti. E ricordatevi che, se avete un premio che vi cresce, io sono sempre ben disposto a riceverlo. Sarà che da piccolo non sono stato allattato al seno. Face front!

...

PS: Kara si chiedeva se e quando potrà finalmente leggere il mio romanzo. Le rispondo qui: per il romanzo c'è ancora da aspettare, ma tranquilli che sotto Natale una sorpresa ve la faccio.

lunedì 6 novembre 2017

Due libri da premio Nobel

Proprio ieri, mentre pensavo all'articolo da scrivere sul noto, notissimo falsario duecentesco Severo Arconzio (che quindi slitta, ahimè, a data da destinarsi), mi è capitato di leggere su Tuttolibri un'intervista a Eric R. Kandel. Ho quindi deciso di trasformare questo post in una segnalazione di due suoi libri che, più che consigliarvi di leggere, vi avviso che ho io intenzione di recuperare as soon as possible. A parte questo, visto che questo blog si occupa principalmente di arte e psicologia credo che possano interessare anche a voi, che ne siete i lettori. Il primo è l'ormai classico L'età dell'inconscio, l'altro il più recente Arte e neuroscienze.


L'ETÀ DELL'INCONSCIO - Eric Kandel

DESCRIZIONE: Il premio Nobel Eric Kandel usa le sue doti di divulgatore per portarci nella Vienna del Novecento, dove le figure più eminenti della scienza e dell'arte diedero l'avvio a una rivoluzione che avrebbe cambiato per sempre il modo di considerare la mente umana. Nei salotti viennesi dell'epoca si discutevano idee che avrebbero segnato una svolta nella psicologia, nella neurobiologia, nella letteratura e nell'arte. Tali idee portarono a progressi che esercitano ancora oggi la loro influenza. Sigmund Freud sconvolse il mondo mostrando come l'aggressività e i desideri erotici inconsci si esprimano simbolicamente nei sogni e nel comportamento. Arthur Schnitzler rivelò la sessualità inconscia delle donne con l'innovativo ricorso al monologo interiore. Gustav Klimt, Oskar Kokoschka e Egon Schiele diedero vita a opere di grande evocatività che esprimevano il piacere, il desiderio, l'angoscia e la paura. "L'età dell'inconscio" aiuta a capire i meccanismi cerebrali che rendono possibile la creatività nell'arte e nella scienza, aprendo una nuova dimensione nella storia intellettuale.
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ARTE E NEUROSCIENZE - Eric Kandel

DESCRIZIONE: Arte e scienza possono trovare un terreno comune? In questo nuovo libro, il premio Nobel Eric Kandel sostiene che la scienza può plasmare il nostro modo di assaporare le opere d'arte e aiutarci a comprenderne il significato. Il riduzionismo, che mira a riportare i concetti scientifici o estetici complessi a componenti più semplici, è stato usato dagli artisti moderni per distillare il loro mondo soggettivo in colore, forma e luce. In particolare, ha guidato la transizione dall'arte figurativa alle prime manifestazioni dell'arte astratta, di cui si vede il riflesso nelle opere di Monet, Kandinsky e Mondrian. Kandel spiega come nel dopoguerra Pollock, de Kooning e Rothko abbiano utilizzato un approccio riduzionista per arrivare al loro espressionismo astratto e come Warhol e altri, partendo dai risultati della "scuola di New York", abbiano reimmaginato l'arte figurativa e minimale. Arricchito da esplicativi disegni del cervello e illustrato da riproduzioni a colori dei capolavori dell'arte moderna, questo libro mette in evidenza i punti di contatto fra scienza e arte e il modo in cui esse si illuminano a vicenda.


lunedì 30 ottobre 2017

Grandezza di Dante nell'immaginario collettivo

Qualche anno fa (sette per l'esattezza, quando avevo vent'anni e il mondo era giovane) scrissi queste brontolose considerazioni letterarie, paragonando il nostro Dante Alighieri all'inglese John Milton, l'autore - ma già lo sapete - del Paradiso Perduto:
Milton aveva vergato, su un foglio, i vari argomenti da cui avrebbe potuto trarre un poema, e infine si era deciso per la cacciata dal Paradiso, considerandolo forse il più patetico e universale di tutti. E proprio qui, credo, sta la differenza tra i poeti: Milton ha dovuto elaborare i suoi versi su un canovaccio preesistente, grandioso e ampiamente conosciuto; Dante invece su uno nuovo (seppure ispirato a certi precedenti viaggi nell'oltretomba: ricordiamo Ulisse, che non poté leggere direttamente, Enea, Beda il Venerabile*...). Il personaggio Dante, al contrario del personaggio Lucifero, insomma, è creato ex novo: la sua grandezza (una delle sue grandezze) sta nel fatto che la storia di Dante, oggi, non ci sembra meno reale di quella di Milton.

Con reale intendevo qualcosa di diverso dal dato di realtà, ma credo che mi abbiate capito tutti.

Sapete una cosa? Avevo perfettamente ragione. Dante ha contribuito a formare la nostra mentalità, e la mentalità del mondo intero, a un livello che, dopo di lui, forse solo Freud, con le sue topiche, le sue nevrosi e il suo Edipo, è riuscito a eguagliare.
Dante fu insuperato come poeta (sfido chiunque a trovare qualcosa di più bello della Commedia: personalmente mi sembra che possano reggere il confronto solo alcuni passi di Whitman), cosmopolita come intellettuale, e fondò una tradizione linguistica che servì a unificare la sua terra (perciò il suo valore non è secondo, anche se si tratta di percorsi linguistici sostanzialmente diversi, a quello di uno Shakespeare). Eppure tutte queste cose passano in secondo piano quando pensiamo alla sua capacità di scolpire la nostra mente. La "nostra" nel senso di "razza umana", ben al di là del mondo occidentale. Chaucer subì l'influenza di Dante, la traduzione della Commedia da parte di Longfellow è una pietra miliare nella storia della letteratura americana, e persino oggi, in Giappone, le rappresentazioni popolari dell'inferno cristiano si rifanno alla suddivisione di Dante. I gironi, il contrappasso, Paolo e Francesca, il Conte Ugolino, il Lucifero tripartito, il primum mobile non sono forse invenzioni dantesche, ma sono entrate nella nostra mente, e quasi ereditate per virtù propria da una generazione all'altra grazie all'abilità di Dante.


Un esempio molto piccolo varrà forse più di tutti questi grandi. Pensiamo invece a un Pier delle Vigne. Ci verrà in mente l'immagine di un uomo sostanzialmente giusto, ingiustamente accusato, che decide di togliersi la vita perché non può sopravvivere alla propria ignominia, alla caduta in disgrazia. Ma questa è l'immagine che ne ha Dante. Storicamente, anzi, gli studi di settore riconoscono che Pier delle Vigne fu veramente un uomo corrotto. Forse Dante scrisse il canto dei suicidi in buona fede, o forse volle esagerare l'innocenza del suo personaggio, vedendo in Pier delle Vigne un'ombra, un simbolo del proprio stesso destino, e quindi per rinforzare l'immagine della propria innocenza**; ma il fatto resta. La verità storica  - questo si può dire anche di Shakespeare, quando si pensa che storicamente Macbeth fu un re mite, e di tanti altri grandi autori - vale per noi meno della parola di Dante. A dire il vero, quando si pensa alla struttura dell'Inferno, l'intera teologia cristiana vale un po' meno dell'interpretazione che ne dà Dante. E questo vale a tutti i livelli: non occorre aver studiato la Commedia per immaginarsi l'Inferno diviso in gironi. Non so a voi, ma a me, che sono scrittore wannabe e appassionato di letteratura, questa cosa lascia senza fiato.


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* Naturalmente gli antecedenti al viaggio di Dante sono molto più numerosi di quelli che mi vennero in mente a vent'anni: aggiungiamoci pure Il Libro della Scala, Il Libro delle Tre Scritture... Il senso della contrapposizione, comunque, mi sembra che rimanga invariato. Nessuno di questi viaggi mistici sarebbe ricordato da qualcuno, al di là dei circoli accademici, se non grazie a Dante, e all'influsso che essi ebbero su Dante.
** L'impressione, che ebbi la prima volta che lessi il canto XIII, è sostenuto dalle tesi di Leonardo Olschki.

lunedì 23 ottobre 2017

La donna prodigio


Ogni volta che guardo un cinecomic mi preparo a una nuova, cocente delusione. Alcuni cinefumetti sono buoni, anzi molto buoni, lo so: i primi due Superman, i Batman di Burton, gli Spider-Man di Raimi, Il Cavaliere Oscuro di Nolan, il primo The Avengers firmato Whedon e l'Ant-Man di, possiamo dirlo? sbagliamo? Wright. Persino l'ultimo Spider-Man: Homecoming non era per niente male. Sono questi esempi di qualità di cosa possa essere il cinefumetto, a metterci un po' di cervello, un po' di mestiere e un po' di passione. Ma non posso negare che la maggior parte dei cinefumetti anneghi nella propria stessa melma.
Qualche giorno fa ho visto Wonder Woman. Non sono riuscito ad andare al cinema, quindi ho aspettato che le edicole si riempissero del DVD. E Wonder Woman mi è piaciuto. È  un film con dei cattivi da operetta, con piani malvagissimi ma senza particolari motivazioni, pieno di cliché (ma davvero tanti), di parentesi comiche pochissimo riuscite, e di colpi di scena telefonati. Ma è anche un film che, nei suoi momenti migliori, attraverso gli occhi innocenti di Diana di Themyscira, Principessa Guerriera delle Amazzoni, riesce a mostrarci con sincerità quel qualcosa che è al centro della figura originale del supereroe, più in Superman che in Wonder Woman, ma che i film di Superman di Snyder avevano del tutto mancato di rappresentare: la compassione per l'essere umano.


Diana non ci deve niente. Parlo di noi umanità. Diana fa parte di una civiltà chiusa e autosufficiente, una civiltà perfettamente felice. Ma una volta che le vengono mostrate le tragedie del mondo lei, una dèa, non può rimanere indifferente. Per giustizia, per senso del dovere, e sopratutto per la compassione che noi le suscitiamo - un sentimento che non ci sminuisce, cristianamente, ma che nobilita lei - combatte le nostre battaglie per salvarci.
Wonder Woman non è un film perfetto. Ma in certi momenti, come quando Diana decide di uscire dalla trincea e andare a liberare il villaggio dietro le linee nemiche tedesche, sia per l'ottima regia, sia per la bravura di Gal Gadot interprete, sia per il background creato fino a quel momento, sembra davvero di capire cosa significhi essere un semplice uomo, un mortale, e trovarsi d  fianco a un supereroe... di fianco a Wonder Woman.

martedì 17 ottobre 2017

Manifesto della psicoantropologia...

... o all'antropopsicologia?
Ebbi modo, qualche tempo fa, di scrivere sul blog a proposito della psicologia e dell'antropologia:
Se dovessi distinguere il campo d'indagine di queste due discipline, purtroppo studiate separatamente, direi che se l'antropologia studia cosa sia l'umanità, allora la psicologia studia cosa sia l'uomo.
Ecco, voglio seguire questo pensiero. La psicologia si occupa di studiare l'individuo, o le relazioni affettive o sociali instauratesi tra gli individui*; l'antropologia (quella che qui io intendo per "antropologia" non è, limitatamente, l'antropologia di stampo medico. Piuttosto sono le scienze demo-etno-antropologiche) si occupa dei gruppi di individui in quanto manifestazioni - la definizione è coraggiosa, e temo debole - dell'umanità. Ho già detto che brutta abitudine sia studiare indipendentemente queste discipline, quando esse sono invece così inestricabilmente legate, come certo chiunque potrà rendersi conto.
La divisione non è e non poteva essere assoluta. Ricordo ad esempio di aver studiato il lavoro di antropologi sia durante l'esame di Filosofia della Mente, Logica e Lingue Naturali, sia durante l'esame di Psicologia Sociale (e l'Adolescenza in Samoa, di Margaret Mead, rimane uno dei miei libri di testo preferiti del percorso triennale). Tuttavia esami di antropologia vera e propria non li ho mai sostenuti, e sospetto che, allo stesso modo, in un Corso di Laurea in Antropologia non siano contemplati esami di psicologia. Lo stesso si può poi dire della sociologia, se vogliamo, una disciplina che ha avuto origine nel Settecento, e che quindi può vantare origini più antiche della psicologia moderna (la psicologia è una scienza bambina: la sua nascita si fa tradizionalmente coincidere con la fondazione, da parte di Wundt, di un laboratorio di psicologia sperimentale a Lipsia in quel fatidico 1879), ma che è fin troppo spesso tenuta ai margini del percorso accademico di uno studente di psicologia o di antropologia. Esistono sì degli esami in questa disciplina, ma solitamente non più di uno per Corso di Laurea.
Il problema di questa divisione innaturale - naturalmente - ha radici profonde in tutte e tre le discipline. Io intanto posso parlare per la mia categoria. È noto che Freud, che per quanto possa sembrare strano, visto da fuori, fu senz'altro figlio di quel positivismo ottocentesco che vedeva nell'individualismo la strada da percorrere per la realizzazione dell'uomo e del potenziale umano, divise concettualmente individuo e società, e fondò gran parte della sua opera mettendo, abbastanza poco sorprendentemente, queste due istanze in contrapposizione. L'ho detta in breve, e priva di qualunque sfumatura: ma questo, stringi stringi, è un concetto radicato all'interno di tutto il pensiero psicologico.
Questa idea è assurda, e mi affido alle parole di Edward Carr (Sei lezioni sulla storia) per dimostrarlo:
C'è chi distingue la psicologia, scienza dell'individuo, dalla sociologia, scienza della società, e si è definito "psicologismo" la concezione secondo cui tutti i problemi sociali sarebbero riconducibili, in definitiva, all'analisi del comportamento individuale. Ma lo psicologo che evitasse di studiare il contesto sociale [e, aggiungo io, antropologico] in cui l'individuo vive, non potrebbe andare molto lontano.

Lo scisma tra psicologia e antropologia (e sociologia, sebbene questa venga più frequentemente assorbita nel corso di studi) viene in qualche modo risanato all'arrivo, se mai ci si arriva, delle scuole di specializzazione in psicoterapia. Alcune, come il Centro Studi Sagara, mi pare facciano dell'incontro tra queste due discipline uno dei cuori del proprio programma didattico e umano. Ma la scuola di psicoterapia è già uno step tardo. In futuro, e lo dico così, dal basso, senza avere credenziali, penso sia necessario una maggiore presenza dell'antropologia in un corso di laurea di psicologia, triennale o magistrale. Anzi, penso sia auspicabile la fondazione di un Corso di Laurea Integrato, che purtroppo sarà complessissimo, che riesca a coniugare i due corsi di Psicologia e di Antropologia in una visione unica.



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* Questa definizione basta, come si vedrà, per i fini del mio articolo, anche per designare quelle correnti psicologiche più comprensive come la Scuola Sistemico-Relazionale.

lunedì 9 ottobre 2017

Posso parlare di ciò che non conosco?


La prima regola della scrittura, a detta di tutti, è "parla solo di ciò che conosci"*. Be', non è esattamente la prima, ma di certo è sul podio. Molti scrittori ne derivano la massima di dover parlare in modo esclusivo della propria quotidianità, più o meno romanzata, e di dover scrivere personaggi a loro volta scrittori, o aspiranti tali. In verità la regola ha un significato leggermente più comprensivo: significa che, se finite per parlare di cose che non conoscete, allora dovete fare delle ricerche finché non le conoscete a menadito. Leggete libri, giornali, cercate persone che ne sanno qualcosa e intervistatele. Se scrivete di un pescatore dovete sapere come si pesca, cosa si pesca e possibilmente parlare prima con qualche pescatore di vecchia data. Questo a meno che voi non siate a vostra volta dei pescatori: cosa che, ovviamente, garantisce in modo automatico che queste tre condizioni siano soddisfatte.
Io faccio ricerche. Faccio un sacco di ricerche. Quando pensavo di scrivere un romanzo ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, ho recuperato una rassegna di giornali del 1940. Solo per entrare nel mood, diciamo, e naturalmente per sapere quali informazioni il regime passasse ai suoi cittadini (un bell'investimento, anche se alla fine non farò quel romanzo). Eppure esistono un'infinità di dettagli che semplicemente non posso sapere, anche con internet a portata di mano. Da qualche parte, in una storia a cui ancora non ho pensato, potrei trovarmi nella situazione di dover descrivere lo stato delle strade - manutenzione, erosione, buche - tra Kilkenny e Thomastown nel 1800. Ecco, forse ci sono alcuni libri che si occupano di ricostruire questi dettagli - esistono libri per ogni cosa -, ma onestamente non saprei dove reperirli. Quindi dovrei iniziare a inventare. Non dimentichiamoci che è questo che fa uno scrittore: inventa. Inventa dettagli. Un esperto di urbanistica irlandese del XIX secolo si accorgerà immediatamente del mio errore, ma uno non può scrivere tenendo a mente tutti i possibili mestieri di questo mondo, e l'opinione delle persone che li svolgono (Eco parlerebbe di "lettore modello", e il lettore modello di ben pochi scrittori è un esperto di urbanistica irlandese di qualunque secolo). Certo sarebbe bello scrivere un libro perfetto, un libro senza errori circostanziali, ma allora ci ridurremmo davvero a scrivere la storia della vita che conduciamo giorno per giorno, perché lì sui dettagli non potremmo nutrire dubbi. Ma non si può scrivere fissando sempre il proprio ombelico, vero?
Eco parlava solo di posti in cui era stato: che fossero Torino, Parigi, Praga, o una nave abbandonata che poteva o non poteva essere ferma vicino alla linea del cambiamento di data. Io d'altra parte (non mi sto paragonando a Eco: solo, lo usavo per illustrare un metodo ossessivo di raccolta di informazioni che non è il mio) ho visitato raramente i posti di cui parlo, perciò tendo a inventare molti dei dettagli secondari. Non me ne preoccupo perché non cerco di scrivere romanzi realisti: a me piace il genere fantastico, e un bravo scrittore di narrativa fantastica riesce a dare solidità a mondi inventati attraverso l'utilizzo di dettagli parimenti inventati.
In ultima analisi, l'unica cosa che importa è che il lettore si convinca che tu abbia scritto qualcosa di vero. Certo, questo risulta decisamente più facile quando scrivi qualcosa di vero (da qui la regola del "parla solo di ciò che conosci"), ma, se sai fare il tuo mestiere, non è impossibile neanche quando scrivi qualcosa di completamente falso. In altre parole: se si può è sempre meglio scrivere qualcosa di giusto; ma dato che questo non è sempre possibile, ogni tanto si deve anche scrivere qualcosa che sia più convincente del giusto.


Altri articoli sulla scrittura (secondo me):
  1. Ma gli italiani sognano pecore realiste?
  2. Svelato il segreto per diventare grandi scrittori
  3. Imparare a scrivere creativamente
  4. Meglio tre parole

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* Naturalmente non esiste un decalogo della scrittura creativa. Quelle che si definiscono "regole" sono in realtà consigli per minimizzare il rischio di scrivere male. Chi li voglia infrangere lo faccia pure; ma a proprio rischio e pericolo, e solo in virtù della propria genialità.