lunedì 16 aprile 2018

E se fosse una persona?

Ogni volta che si parla di uno stupro, di una violenza, o di una generica ingiustizia di impronta sessista, escono sempre fuori, da addetti ai lavori o meno, frasi insensibili come: "E se fosse tua madre?", "E se fosse tua figlia?", "E se fosse tua sorella?" Mi sembra di ricordare una campagna pubblicitaria che aveva uno slogan del genere, anche se al momento non riesco a trovarla su internet. Ecco, questo maldestro tentativo di umanizzare la vittima mi fa arrabbiare. Non basta esistere perché una donna abbia dignità di persona: bisogna che sia tua parente in qualche modo. Altrimenti non conta. Che logica da tribù, anzi che logica da clan! Poi capisco che serva a spingere un troglodita a empatizzare con le donne, ad avvicinare il generico "donne" alle donne che lui conosce come individui, che sono della  sua famiglia, che è quindi spinto a proteggere (perché, in un certo senso, sono di sua proprietà), ma è desolante che si debba ricorrere a trucchetti tanto bassi, che fanno appello a sentimenti di giustizia tanto meschini. Non so neanche se, sul lungo periodo, questa logica del "donna mia, donna tua" abbia un impatto positivo: si limita a rinforzare il ruolo subalterno e bisognoso di protezione della donna, e non a riconoscerla come persona.

Qui però condivido la scelta: un fascista bisogna aiutarlo, a considerare le donne esseri umani... anche se trattarle come oggetti di proprietà patria avrebbe sortito lo stesso effetto. Anzi, forse è proprio questa la ratio.

Quindi, la prossima volta che state per dire "E se fosse tua sorella?", pensateci un attimo. Io questo articolo lo stavo per intitolare "E SE FOSSE L'ANIMA DE LI MORTACCI TUA?", ma poi ho voluto puntare su qualcosa di meno sensazionalistico. Voi comunque ripetetelo come mantra.

lunedì 9 aprile 2018

SUSPENSE!

Questo mi è venuto in mente quando un'amica mi ha scritto dicendomi, ed era molto stupita, che "cracker" si scrive cracker, e lei per tutta la vita lo aveva scritto sbagliato*. Al che mi sono ricordato di un altro mio amico, che ora è avvocato, molto colto, che però era convinto che "scotch" inteso come liquore e "scotch" inteso come articolo da ufficio si scrivessero diversamente (invece è un semplice caso di polisemia come ce ne sono tanti, in italiano)**.
Probabilmente tutti abbiamo dei vuoti linguistici, delle isole sconosciute, dei flaw a volte insospettati quando si parla di grafia. Anche io, naturalmente. Ne sono sicuro perché uno di questi flaw lo conosco: per quanto ci provi a ricordarmelo, per scrivere in maniera corretta "suspense" devo sempre prima controllare sul dizionario. È più forte di me: pistola alla testa, lo sbaglierei. L'unica è imparare a conviverci. In fondo per molte lingue il rapporto grafia/fonetica è meno trasparente che in italiano, e con l'aumento dei prestiti e dei forestierismi diventa più difficile non sbagliare. Accettiamolo, e non stupiamoci troppo la prossima volta che scopriamo di aver sempre sbagliato a scrivere qualcosa!





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*Adesso mi chiedo come lo scriveva 😁
**E, chissà, magari alla lunga avrà ragione quel mio amico, che sosteneva che "scotch" nastro adesivo si scrivesse "scoc". Pare quasi una prima avvisaglia di integrazione in una lingua-replica, l'italiano, come shoeshine inglese che diventa sciuscià; o, ancora meglio, come shock che, informalmente, è attestato anche nella variante integrata (e acclimatata?) scioc.

martedì 3 aprile 2018

Tre modelli di giustizia nel mondo DC

Quando sono sotto esami aumento il consumo di fumetti. Non perché siano più leggeri, ma perché per me è una gioia leggerli - e, sotto esami, si sa, le gioie son preziose. Tra le cose che ho recuperato e ho letto con piacere c'è anche Crisi Infinita di Geoff Johns e Phil Jimenez, il sequel di quella Crisi sulle Terre Infinite che, nel 1985, rimodellò l'Universo DC e decise di prepotenza un nuovo modo di scrivere fumetti. Tra gli appunti di Johns (che, per quanto riguarda la DC, è l'Autorità indiscussa, roba che persino Grant Morrison si toglie il cappello quando passa) alla saga, ce n'era uno sugli atteggiamenti della Trinità DC (Superman - Batman - Wonder Woman: vergognatevi se non lo sapete) riguardo il supereroismo. Questo post approfondisce e cerca di generalizzare i tre atteggiamenti suddetti, riferendoli però all'ambito più universale della "giustizia". Credo che il dilemma morale per antonomasia sia il dilemma morale tra questi tre atteggiamenti: almeno, io l'ho sempre vissuto così.



SUPERMAN
Superman è, tra i tre dèi DC, quello che più di tutti si impegna per preservare lo status quo della società americana/umana. Il che forse spiega perché sia tanto disprezzato da chi, in effetti, i fumetti non li legge. 
Superman non riscrive le leggi: si limita a rispettarle. Perché lo fa? Perché non è umano. Sa, a causa dei suoi poteri divini (anzi, sovradivini), di non capire cosa significhi davvero essere un uomo. Questo è il limite dell'ultimo figlio di Krypton. Quindi non può scegliere, al posto nostro, cosa sia la giustizia, perché la sua sarebbe una giustizia inumana: può però servirla. Il più grande superpotere di Superman, la sua innata capacità di distinguere il bene dal male, è anche quello che è più riluttante a usare (come testimoniato, ad esempio, in Kingdom Come di Mark Waid e Alex Ross). Se Superman decidesse da sé cosa è giusto e cosa non lo è, diventerebbe quel tiranno che Luthor lo ha sempre accusato di essere (tra gli altri, in All Star Superman di Grant Morrison e Frank Quitely). In altre parole Superman non si può concedere il lusso di decidere da sé dove sia il giusto. Facciamo un esempio inverso. Prendiamo Oliver Queen, Freccia Verde: che egli infranga le leggi fa poca differenza, quindi può anche farlo e noi possiamo tifare per lui quando lo fa. Il punto di vista di Freccia Verde è umano. Superman, proprio a causa della sua moralità superiore, non può osare infrangere quelle leggi. 

WONDER WOMAN
Diana di Themyscira, ça va sans dire, ha un approccio alla giustizia diverso da quello dell'Uomo d'Acciaio. Del resto si differenzia doppiamente da Superman perché 1) i suoi poteri, seppur divini, sono notevolmente inferiori a quelli del ragazzone rosso e blu; 2) lei è nata e cresciuta sulla Terra, e ha lo stesso diritto di chiunque altro di deciderne le sorti*. 
A parte questo, ciò che molte persone non sanno è che Diana non è primariamente una guerriera: è una diplomatica. Il suo ruolo (spesso dimenticato, spesso tralasciato, eppure sempre al cuore del personaggio) è di Ambasciatrice delle Amazzoni nel mondo. Lo scopo della sua missione è di promuovere la pace nei Paesi dei mortali, sul modello amazzone. Capirete allora che Diana nasce come rivoluzionaria. Questo è il suo approccio alla giustizia. Diana sa cos'è la giustizia, vede che il sistema ne è carente, e allora cerca di cambiarlo, perché non c'è nulla di più importante della pace e della giustizia per tutti gli uomini. Se non è un'idea degna di Wonder Woman, questa...!

BATMAN
A Batman, invece, ultimo nella nostra analisi, non interessa nulla del sistema per se. Il più umano (biologicamente) della Trinità DC, è anche quello che ha meno rispetto della giustizia umana. Batman sa, o è convinto di sapere, cos'è e dove si può trovare la giustizia. Non la si può trovare a Crime Alley, metaforicamente parlando nel vicolo dove sono morti i suoi genitori. 
Batman ha un codice morale imperniato su un numero limitato di assiomi: il primo è che non si uccide. Il suo codice lo salva dal diventare un mostro, esattamente come quello di Superman salva lui dal diventare un tiranno. Ma fatto salvo il codice, Batman non si fa scrupoli a infrangere tutte le leggi di Gotham. Non a caso, spesso la polizia gli dà la caccia come fa con gli altri criminali. Nella Trinità DC, Batman non è l'unico a vedere le falle nella legge; ma è l'unico che si considera superiore a essa, e agisce solo in base alla propria idea idiosincratica idea di giustizia.


Concludiamo il post. Cosa ne penso io? Io ho un debole per Superman (e infatti è quello a cui ho concesso più spazio), ma credo che l'atteggiamento giusto sia - è una risposta facile, lo so - una summa dei tre. Dovremmo cercare di cambiare un sistema che ci sembra ingiusto (come fa Wonder Woman), ma senza mai considerarci al di sopra delle sue leggi (come Superman). Non ridete: Socrate beve la cicuta in ottemperanza alle leggi di Atene. Non è un insegnamento da poco.
Eppure, eppure... esistono dei momenti storici in cui la legge è ingiusta e il sistema è immutabile: pensiamo alla natura stessa delle dittature, al nazismo e al fascismo e al comunismo. In quei momenti, l'unica scelta morale è quella di essere Batman.


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*Non voglio fare della politica: Superman è stato più volte nominato terrestre onorario. Ma è indubbio che sia lui a sentirsi molto poco terrestre.

lunedì 26 marzo 2018

Trigger warning, L'oceano in fondo al sentiero, Cose fragili

Nuovo appuntamento con Vivere (d)i libri, la rubrica che ospita le mie brevi, brevissime, anzi telegrafiche recensioni. Rubrica che, tra l'altro, ha ormai assunto un carattere tematico: e il tema di oggi è Neil Gaiman. Neil è il mio scrittore vivente preferito, ma chissà perché ne ho parlato sempre poco nel blog. Prenderemo in considerazione non il suo Sandman - che è la cosa migliore che io abbia mai letto, aperta e chiusa parentesi -, perché con Sandman ci vorrebbero altro che brevi recensioni, ci vorrebbe un blog dedicato; bensì alcuni suoi lavori più o meno recenti.

TRIGGER WARNING
Una raccolta di racconti pubblicata nel 2014 e che dimostra che Gaiman ci sa ancora fare. Eccome. Non so voi, ma negli anni ho avuto l'impressione che, qualunque cosa scrivesse, a prescindere dal suo valore, le giurie le assegnassero a tavolino una carriolata di premi. Il che ci sta anche, visto che Sandman ha già vinto tutti i premi possibili ma non per questo ha esaurito il suo valore.
Trigger Warning è l'unico libro di cui parlo in questo articolo che ho letto per la prima volta in queste settimane. Tutti i racconti e le poesie (in numero minore, mi pare, di quelle raccolte in Cose Fragili) sono di buona qualità, e i racconti più lunghi sono quelli di qualità maggiore. Se molti racconti mi hanno lasciato positiviamente indifferente (si può dire? ha un senso?), "La verità è una grotta sulle montagne nere..." e L'addormentata e il fuso mi sono davvero davvero piaciuti.
Libro quindi che non solo vi consiglio, ma che, vi dico, fate un torto a voi stessi se non acquistate.

L'OCEANO IN FONDO AL SENTIERO
L'oceano in fondo al sentiero, come il suo autore non si stanca mai di ripeterci, nasce dapprima come racconto da antologia e poi espandersi fino ad assumere la stazza di un romanzo breve. Lontano dai suoi picchi (il romanzo migliore che Gaiman abbia scritto, secondo me, è Stardust, con buona pace di American Gods), rimane comunque un buon prodotto di narrativa.
Se devo essere sincero, L'oceano in fondo al sentiero è un libro che trovo terrificante. È, tra le cose, un tentativo di rappresentare quelle paure assolute che animano i bambini. Prima di saper razionalizzare, prima di saper mettere le distanze giuste tra sé e la fonte del proprio terrore. La paura di essere annientato (che è ben peggiore di quella di morire), la paura dei genitori che dovrebbero difenderci e di cui siamo alla mercé, la paura del mondo adulto, tanto misterioso e così profondamente irrazionale. Quest'ultimo aspetto, Gaiman l'ha affrontato meglio in La tragica commedia o la comica tragedia di Mr. Punch (coi disegni dell'amico Dave McKean). Il tema gli è caro, e quando ne parla è sempre una garanzia di qualità.

COSE FRAGILI
Questa raccolta di racconti è stata pubblicata nel 2006: io la lessi all'ultimo anno di Triennale, in inglese, mentre preparavo Criminologia; in Italia è stata pubblicata solo nel 2014, parecchi anni dopo. È una raccolta bellissima, di molto superiore a Trigger Warning, e sarei stupito se qualcuno sostenesse il contrario. Mi spiace dirlo, perché mi sembra ci sia stato un peggioramento progressivo nei lavori di Gaiman in questi ultimi anni. Ma cerchiamo lo stesso di essere positivi.
Elencare in questa sede i racconti migliori della raccolta è un lavoro lungo. Diciamo Uno studio in smeraldo, Spose proibite degli schiavi senza volto nella casa segreta la notte del desiderio e del terrore (la prova che un racconto rifiutato due volte può in realtà essere un ottimo racconto), Il sentiero dei ricordi, Caffè amaro, Gli altri (uno dei racconti più agghiaccianti di sempre), Arlecchino a San Valentino, Il problema di Susan (commovente, per chiunque, come me, sia un ammiratore della saga di Narnia), Quindici arcani dei tarocchi vampiri, Come parlare con le ragazze alle feste, Il sovrano del Glen (sequel di American Gods, e prequel di qualcosa che Gaiman non ha ancora scritto). Anche i peggiori - lasciatemi fare il fanboy - sono migliori della maggior parte dei racconti che leggereste altrove. Persino le poesie, che di solito lasciano l'amaro in bocca quando a scriverle sono autori di narrativa senza particolari inclinazioni liriche, in questa raccolta sono perlomeno... meritevoli: Istruzioni è molto bella, e Il giorno dei dischi volanti, oltre a essere spassosa, ha una chiusa memorabile. Ma forse la parte migliore della raccolta - e questo è un tratto distintivo di Gaiman - è l'Introduzione, in cui ci viene raccontata la genesi e l'odissea editoriale di ogni singolo racconto (in più ci viene regalato un racconto gratis, di cui su questo blog avevo parlato qui). Per chi, come moi, lo scrittore lo vorrebbe fare, sono aneddoti gustosi assai.
Una piccola nota. Alcuni di questi racconti avevano già visto la pubblicazione, in Italia, in Il cimitero senza lapidi e altre storie nere, un piccolo compendio di racconti gaimaniani che, suppongo, aveva lo scopo di tastare il terreno in vista di nuove pubblicazioni... in particolare del perlopiù deludente romanzo per ragazzi Il figlio del cimitero.


La produzione gaimaniana è sterminata, ma, a parte qualche eccezione (Smoke and mirrors, dannazione! Lo recupererò presto), me la sono goduta tutta. Ogni tanto pesco un volume dal suo scaffale e rileggo qualcosa di vecchio. Stavolta è toccato a questi tre: sto anche accarezzando l'idea di rileggermi (per la quinta? la sesta?) volta Sandman itself. Chissà che non ne esca un bell'articolo per il blog.
Alla prossima volta, Veri Credenti. E, mi raccomando, dopo aver condiviso l'articolo mettetevi immediatamente a leggere qualche Gaiman 😁

lunedì 19 marzo 2018

Sulla relazione tra vero e giusto

Questa modalità di legittimazione per autonomia della volontà privilegia, come appare evidente, un gioco linguistico del tutto differente, che Kant definiva imperativo, e che i contemporanei chiamano prescrittivo. Importante non è, o non è solo, legittimare enunciati denotativi, fondati sul vero, quali: La Terra ruota attorno al sole, ma (legittimare) enunciati prescrittivi, fondati sul giusto, quali: bisogna distruggere Cartagine, oppure: bisogna fissare il salario minimo a x franchi. In questa prospettiva, il ruolo del sapere positivo è esclusivamente quello di informare il soggetto pratico della realtà in cui dev'essere inscritta l'esecuzione della prescrizione. Esso deve consentirgli di circoscrivere ciò che può essere eseguito, ciò che si può fare. Non gli appartiene invece la definizione del dover eseguire, di ciò che si deve fare. Che una azione sia possibile è una cosa, che sia giusta è un'altra. Il sapere non si identifica più col soggetto, è al suo servizio; la sua legittimità consiste esclusivamente (ma non è poco) nel consentire alla moralità di divenire realtà.
[...] Nulla prova che, se un enunciato che definisce una realtà è vero, l'enunciato prescrittivo, che dovrà necessariamente modificare la realtà, sia giusto.
Consideriamo una porta chiusa. Fra La porta è chiusa e Aprite la porta, non esiste rapporto di consequenzialità nel senso della logica proposizionale. [...]

[Jean-François Lyotard, La condizione postmoderna: Rapporto sul sapere]




Dal che consegue, mi pare, che la ricerca della verità più esatta possibile sia un passo fondamentale non solo nella definizione/conquista della libertà, ma anche nella definizione/conquista della giustizia.

lunedì 12 marzo 2018

Esistono gli individui e poi esistono le donne

Settimana scorsa, la Festa della Donna (Giornata internazionale della donna). La ricorrenza è bella e utile, perché è l'occasione, scandita dal calendario, di fare il punto dei traguardi raggiunti nel campo dell'uguaglianza, di riflettere su ciò che è stato fatto e soprattutto su ciò che ci resta da fare. Ecco perché mi sembra strano sentir dire, magari da delle femministe, "Oggi non festeggio perché la Festa della Donna dev'essere tutti i giorni". Si, anche il Giorno della Memoria dovrebbe essere tutti i giorni, ma averne almeno uno preciso aiuta a focalizzare l'attenzione. Dà l'occasione per discuterne.
Ma non è questo il punto dell'articolo. Quello che m i preme scrivere oggi (siate d'accordo oppure no: questo è un blog personale) è che per la Festa della Donna gira sempre una caterva di frasi fatte che trovo non solo insopportabile, ma anche controproducente per la causa dell'uguaglianza tra sessi (dicasi femminismo). Non so se le avete presenti. Qualche esempio veloce trovato su internet:





Sono frasi condivise con lo scopo senz'altro sincero di celebrare "l'essenza femminile". Ma, ecco, la cosa che mi ghiaccia è che i riferimenti (sono certo che vi verranno in mente altri esempi) sono sempre a un generico "donne". Non si pensa sia una cosa brutta, dato che son tutte caratteristiche positive, o viste positivamente, quelle che circolano. Come se le donne fossero una categoria omogenea. Il che, tra le altre cose, è la visione di un ingroup nei confronti di un outgroup: come dire, gli inglesi sono introversi, o i neri hanno la musica nel sangue*. La verità è che sono tutti stereotipi, per quanto positivi (o, almeno, non propriamente negativi), che però rendono più difficile l'idea che non esistano "le donne", "gli inglesi" o "i neri": esistono le singole persone, che tra le loro caratteristiche hanno anche il fatto di essere donne, inglesi o di colore. Di nuovo, dire "le donne sono la parte migliore dell'umanità" è sottintendere che l'umanità sia divisa in due gruppi, e che da una parte ci siano gli uomini e dall'altra le donne. Significa che c'è una competizione - dato che basta l'idea di un ingroup per scatenare in noi la competizione nei confronti dell'outgroup. Questa è psicologia sociale di base. Alla lunga, è rafforzare la disuguaglianza tra sessi (dicasi sessismo, in particolare maschilismo).
La cosa che mi fa venire i brividi è che è pieno di donne che, molto orgogliosamente, condividono queste frasi. Vuol dire che hanno acquisito la mentalità del gruppo maschile - che è la mentalità padrona, storicamente, tanto forte da essere diventata l'unica mentalità non marcata, cioè che non ci sembra strana quando la sentiamo, che non ci sembra rivoluzionaria: l'idea che le donne, alla fine, siano tutte uguali**. 
Pensiamoci la prossima volta che diciamo "Le donne sono forti perché devono partorire" o "Le donne sono più accoglienti degli uomini". Perché la strada verso l'uguaglianza dei sessi, che è una vera e propria rivoluzione sociale, nel senso che tende ad azzerare le strategie sociali che garantiscono l'omeostasi nel rapporto tra i sessi, è lunga, e non passa di certo attraverso le generalizzazioni più o meno benevolenti.


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* Al contrario, l'ingroup è ricco di sfumature: noi italiani siamo tutti diversi, no? Non siamo gli stereotipi che ci dipingono nei film, giusto? Per la precisione, ingroup significa "il gruppo a cui apparteniamo"; tutti gli altri gruppi sono "outgroup", cioè gruppi esterni.
** Quando non sono addirittura oggetti buoni, se va male, per far figli; e se va bene per essere cantate dai poeti. In fondo che importano le differenze tra due comodini? Son tutti uguali, alla fine.

martedì 27 febbraio 2018

Professor X, o dei Meccanismi di Difesa

Il Professor X e i suoi incredibili Uomini-X

Charles Francis Xavier, aka Professor X, è il leader della squadra di mutanti degli X-Men.
Nel 1963 la Marvel era in fermento. La richiesta di nuovi fumetti, per sfamare un pubblico via via sempre più entusiasta, era in costante aumento. Servivano nuovi albi, e parecchio in fretta. Ripensando al successo dei Fantastici Quattro, Stan Lee e Jack Kirby decisero di creare un nuovo supergruppo di eroi; e ripensando all'altro successo, quello dell'Uomo Ragno (1962, co-creato da Lee e Steve Ditko), decisero di riempirlo di ragazzini. Nascevano gli X-Men[1], in seguito noti come Gli Incredibili X-Men.
L'idea alla base degli X-Men è abbastanza semplice, e Lee, sempre occupato a non inimicarsi l'opinione pubblica (e a giurare il contrario nelle sue interviste), non l'ha mai sfruttata appieno. In breve, per quei pochi tra voi che non seguono le notizie d'attualità al telegiornale, le sperimentazioni atomiche hanno causato un innalzamento del livello di radioattività del pianeta; gli esseri umani hanno iniziato a dare alla luce figli con mutazioni genetiche. Invece di condannarli, queste mutazioni li hanno dotato di strani poteri che li rendono diversi e superiori al resto dell'umanità... come il potere di volare o di avere una pettinatura perfetta. I poteri sono a loro volta attivati da un gene mutante, il cosiddetto "gene X" (da cui il nome di X-Men, che non c'entra nulla con la "X" di Xavier).
I mutanti formano una sottospecie umana, l'Homo Sapiens Superior, diversa dal Sapiens Sapiens come quest'ultimo lo è dal Neanderthalensis. Come ci ricordano fino allo sfinimento i film di Bryan Singer, «la mutazione è la chiave della nostra evoluzione». Il che è corretto, sebbene per ogni mutazione riuscita ce ne siano centinaia di milioni scartate. Il processo è lento e poco efficiente... tranne che negli albi Marvel.
Quando l'umanità si rende conto che sulla Terra è apparsa una nuova specie, inizia subito una campagna di persecuzione. Questo è realistico. I cattivi della serie arrivano a proporre una registrazione preventiva di tutti i mutanti d'America: ricordano Donald Trump.

La famiglia allargata degli X-Men di Claremont

Il tema dell'uguaglianza e la critica al razzismo sono lontane da quello che de facto accade durante la prima avventura degli X-Men. Al loro debutto veniamo giusto a conoscenza delle loro identità e dei loro poteri; poi li vediamo scappare a Cape Canaveral per battere il criminale di turno, un cattivo abbastanza stilizzato che si chiama Magneto e che vuole conquistare il mondo in nome della razza mutante. Solo anni dopo, durante la brillane gestione Claremont, veniamo a sapere che Magneto è un sopravvissuto dei campi di concentramento nazisti, e che nell'odio della specie umana per i mutanti vede una eco di quello dei razzisti nei confronti degli ebrei. Magneto acquista così una profondità di carattere che gli vale il primo posto nella classifica del sito IGN per i 100 migliori supercattivi dei fumetti.
Il Professor X, controparte ideologica di Magneto, che ha riunito e addestrato gli X-Men per aiutarlo a realizzare il suo sogno di pacifica convivenza, è il più potente telepate del pianeta - e forse dell'intero universo. Magneto vuole conquistare la pace per i mutanti attraverso la guerra con gli umani; Xavier vuole realizzare un mondo in cui sia possibile la convivenza tra le due specie.

Le vendite dei primi albi degli X-Men non vanno bene. Alla fine degli anni '60 la testata viene chiusa. Sopravvivono solo le ristampe, che sono più economiche da produrre[2]. Solo nel 1975, con l'albo Seconda Genesi di Len Wein e Dave Cockrum, gli X-Men tornano in edicola con nuove storie. Una squadra inedita, ricca di minoranze razziali per soddisfare le esigenze del pubblico della Marvel, viene assemblata dal Professor X e mandata a salvare il gruppo originale catturato dallo stile roboante della Casa delle Idee... volevo dire da Krakoa, «l'isola che cammina come un uomo!».
L'albo ebbe un enorme successo. Poco dopo la serie passò nelle mani di uno sceneggiatore inglese appassionato di poesia e drammi esistenziali, Chris Claremont, che le impresse una svolta decisamente fantascientifica e al contempo molto umana.
Claremont parla di avventure spaziali, di viaggi nel tempo (Giorni di un futuro passato, la storia in due parti del 1981 disegnata da John Byrne, che ha ispirato i grandi capolavori del genere, rimane una pietra miliare), dimensioni parallele, tensioni soapoperistiche tra personaggi e lotta al razzismo. Nei fumetti di Claremont la questione mutante è l'archetipo di ogni discriminazione. In una graphic novel particolarmente ispirata, Dio ama, l'uomo uccide (1986, disegni di Brent Anderson), il nucleo del razzismo si arricchisce di riflessioni riguardanti la religione e il rapporto tra mass media e pubblico.
Non ci stupiamo che, sotto la gestione Claremont, le testate dell'universo mutante siano diventate le più vendute d'America. Anche quando X-Chris lasciò la Marvel a causa di tensioni con la (miope) redazione, gli albi X rimasero a lungo in testa a tutte le classifiche di vendita. Nessuno scrittore che venne dopo Claremont poté o volle ignorarne l'eredità.
Il successo degli X-Men sembra ancora oggi inarrestabile. In questo nuovo millennio, sono stati loro i primi supereroi ad apparire al cinema (X-Men di Bryan Singer, 2000), e hanno aperto la strada a quella invasione di cinefumetti che è tuttora in atto. Successivamente, sceneggiatori del calibro di Grant Morrison e di Joss Whedon hanno raccolto il testimone di Claremont, e hanno alzato sempre di più la qualità delle storie di quello che è forse il supergruppo più complesso di Terra-616[3].

Copertina della prima parte di Giorni di un futuro passato 

Pensieri disturbanti

Xavier, nonostante il sogno di integrazione specista che ha coltivato nel corso della sua lunga vita, non è il personaggio innocente che potrebbe sembrare a una prima lettura. In particolare è Claremont a sollevare i primi dubbi sulla sua figura. Senza mezzi termini accusa Xavier di aver riunito un esercito di baby soldati. In Somalia, sostiene, sarebbe stato considerato un signore della guerra.
«Sai qual è la differenza tra te e Magneto, Charles? Lui cammina» dice Wolverine in una storia mai realizzata di X-Chris[4]. Ma l'oscurità all'interno dell'anima del Professore ha radici più profonde...

Inquietante
Tanto per iniziare la lista di oscenità, Charles Francis Xavier era innamorato della sua alunna minorenne, Jean Grey. È lo stesso Xavier a rivelarcelo, in una vignetta famosa del quarto numero degli X-Men (1964, di Lee e Kirby).
Le parole di Xavier (anzi i suoi pensieri, dato che apprendiamo di questa passione da una nuvoletta tutta curve e sbuffi) non dovrebbero sorprenderci più di tanto. Lee le inserì nel bislacco tentativo di creare nuove tensioni all'interno della squadra, per incentivare in qualche modo le vendite degli albi. Già il buon Warren "Angelo" Warrington III nutriva un certo interesse nei confronti di Jean, in competizione con il fidanzatino storico - e futuro marito di lei - Scott "Ciclope" Summers.
Lee lasciò cadere l'idea. Forse qualcuno gli fece notare che era una mossa di cattivo gusto, o forse semplicemente se ne dimenticò. Ma non se ne dimenticarono i lettori, che, una volta cresciuti e diventati a propria volta scrittori, si chiesero se questo significasse che Xavier fosse un pedofilo. E riservarono alla questione largo spazio all'interno dell'universo mutante.

Lo stesso Xavier si rese conto che i suoi sentimenti per Jean erano inappropriati. Bene, diciamo noi. Ma cosa fece per superarli? Di pagarsi una terapia non se ne parlava proprio. Già così, dopo aver comprato un aereo personale e averlo nascosto sotto un campo da calcio, le finanze della famiglia Xavier dovevano essersi ridotte all'osso. Il Professore decise di estirpare il proprio sentimento telepaticamente. Un piano che, come c'era da aspettarsi, finì male.
Il sentimento per Jean non venne cancellato, solo archiviato in una sezione del cervello che la mente di Xavier non poteva raggiungere. Non visto, crebbe fino a diventare un cancro, un conglomerato che attirava il peggio di Xavier, tutti i dubbi riguardo i propri metodi, la tentazione di cedere alla facile retorica di Magneto... la preoccupazione per l'aumento della tensione tra umani e mutanti, il senso di sconfitta dovuto ai propri fallimenti come leader della specie. Con le risorse del telepate più potente dell'universo a sua disposizione, il ricordo diventò qualcosa di immenso: finalmente, dopo anni, si rivelò al mondo per quello che era. Il nome che si era dato era Onslaught, ed era deciso a distruggere tutto ciò che Xavier aveva costruito.

Flash Fact: Nel 1996 la Marvel era pronta a pubblicare un maxievento che avrebbe cambiato per sempre le sorti di Terra-616: la saga di Onslaught. L'idea era semplice: Onslaught avrebbe dovuto far piazza pulita degli eroi meno commerciali, che sarebbe rinati in un universo tascabile creato da Franklin Richards e scritto da autori di grido[5]. A pensarci col senno di poi l'idea era decisamente stupida, e infatti il progetto Heroes Reborn non ebbe il successo sperato. Ma ormai il danno era fatto.

Si scrive "mutie" ma si legge "negro" o "giudeo" o "frocio" o...
Quando Xavier si accorse della presenza di Onslaught nella propria mente, lo espulse (o forse, a secondo dei punti di vista, fu lo stesso Onslaught a scappare). La sua parte oscura, finalmente libera, unì i propri poteri con quelli della coscienza fluttuante di Magneto, diventando de facto il supercattivo più pericoloso mai affrontato dagli eroi Marvel... con buona pace di Galactus e Ultron. In fondo Xavier era abbastanza potente da spingere interi pianeti al suicidio solo pensandolo, e Magneto controllava una delle quattro forze fondamentali dell'universo. A questi poteri Onslaught assommò quelli di Franklin Richards (manipolazione della realtà) e di Nathaniel Grey, una versione alternativa di Cable[6] (telecinesi e telepatia), più altri propri. Solo l'attacco combinato di Hulk, Thor, Fantastici Quattro e Vendicatori non-mutanti riuscì a fermarlo... Fino alla rinascita del 2006 (avvenuta a opera di Joph Loeb e dell'onnipresente Rob Liefeld). Fortunatamente questo non ci interessa, e possiamo tornare a parlare del Professor Xavier.


Pedofilia

Si definisce pedofilia l'attrazione sessuale, fantasmatica o agita, nei confronti di bambini prepuberi - cioè che ancora non sono entrati nell'adolescenza e non hanno sviluppato attributi sessuali maturi. È una parafilia, cioè un comportamento sessuale atipico e patologico - quello che una volta, per intenderci, in maniera abbastanza stigmatizzante veniva chiamata perversione sessuale.
Il problema nel definire la parafilia è che spesso si pone su un continuum ininterrotto rispetto alla sanità: ad esempio, per quanto riguarda il feticismo, è normale che un essere umano si ecciti alla vista di indumenti intimi appartenenti all'altro sesso (non si spiegherebbe il fiorire della biancheria di pizzo, altrimenti). Questo però non significa che siamo tutti feticisti delle mutande. Per essere definito patologico, un comportamento sessuale deve essere sia compulsivo che non adattivo: deve cioè essere ricorrente, fuori dal controllo di chi lo attua, e arrecante un danno (può essere semplicemente disturbante o addirittura illegale) alla vita del malato e/o di chi gli sta attorno. Spesso, ma questo è un criterio non necessario, deve essere fondamentale all'eccitazione sessuale del soggetto... Sculacciare il vostro partner ogni tanto è normale; ma se quello afferma di non riuscire a raggiungere l'orgasmo senza prima essere picchiato, allora è possibile che vi troviate di fronte a una parafilia.
Fortunatamente la pedofilia non è una parafilia dubbia, e quando la si diagnostica si è sempre sicuri. Pur ponendosi all'estremo di un continuum (è normale essere attratti da persone giovani), se l'attrazione è rivolta a ragazzi prepuberi allora è pedofilia, senza possibilità di errore[7].
Si badi che stiamo parlando di pedofilia psicologica, non giuridica: nello Stato di New York (dove abita Xavier) un trentenne può essere accusato di pedofilia se ha rapporti sessuali con una sedicenne, ma tecnicamente non può essere definito pedofilo da un punto di vista clinico.

Dobbiamo chiederci se il Professor X sia davvero un pedofilo. In effetti, con le informazioni che vi ho fornito dovrebbe essere facile rispondere. No, checché voglia farci credere Onslaught, il Professor X non è un pedofilo. Jean, all'epoca del loro primo incontro, aveva già un'età compresa tra i quindici e i diciassette anni: era cioè nel pieno della sua adolescenza. Se vogliamo vederla da un altro punto di vista, che questo sia morale o meno, Jean era biologicamente pronta ad avere rapporti sessuali con Xavier.
Il Professor X non è neanche un pedofilo da un punto di vista giuridico, perché non ha mai agito su Jean[8]. Non potendo controllare il suo sentimento, ha controllato le sue azioni. Non ha mai detto a Jean quello che provava, figuriamoci toccarla. Il che, anche nel caso di una maggiorenne, sarebbe stato deontologicamente inappropriato (e legalmente perseguibile): Xavier era l'insegnante, il preside, e anche l'allenatore della squadra di Jean. Quindi possiamo chiudere questo e passare a un altro argomento.


Dissociazione e proiezione

Spesso, nella vita di tutti i giorni, si parla di "meccanismi di difesa" per indicare che abbiamo incontrato una resistenza in un'altra persona. Ora, se è vero che la resistenza, almeno in un rapporto terapeutico, è la manifestazione di un meccanismo di difesa, siamo sicuri di sapere cosa questo significhi?
Nella mia professione si è soliti definire il meccanismo di difesa un'attività di compromesso tra un impulso inaccettabile e un Super-Io[9] giudicante. Il soggetto, cioè, subisce un impulso (libidico[10] per Freud) che, scontrandosi con le norme morali e culturali a cui ha aderito, gli provoca un'intollerabile sensazione di angoscia. La sua mente, lavora e lavora, riesce a trovare un compromesso, e soddisfa l'impulso in maniera diversa, mascherata, si spera più accettabile. Questo è il meccanismo di difesa.
Per definizione, in origine il meccanismo non è patologico; può però diventare disadattivo quando interferisce con la felicità e la tranquillità del soggetto. È il caso dei meccanismi di difesa cosiddetti primitivi, contrapposti a quelli maturi come l'altruismo, l'ironia e la sublimazione. Dobbiamo comunque ricordare che, soggettivamente, il meccanismo di difesa è sempre preferibile al senso di angoscia provocata dal desiderio inaccettabile; ecco perché è tanto difficile abbandonarlo.
Propongo un esempio, per chiarirvi le idee. Un uomo affetto da un forte impulso di tipo edipico[11], pur di non confrontarsi con l'angoscia di desiderare sessualmente la madre, potrebbe sviluppare la compulsione di contare uno per uno i granelli di sale grosso prima di gettarli nell'acqua della pasta, nell'ossessione di proteggere la madre dai pericoli di una dieta ipersodica. In questo caso l'oggetto dell'impulso, la madre, rimane invariato; cambia invece il contenuto manifesto dell'impulso, che diventa un'irrazionale preoccupazione riguardo le sue condizioni di salute.

Il doppiamente potente Onslaught
Per analizzare quello che è successo al Professor X dobbiamo prima analizzare due tipi di meccanismo di difesa: la dissociazione e la proiezione. La risposta della mente al senso d'angoscia nel caso della dissociazione è la creazione di una "sacca isolata" in cui spostare l'elemento ingestibile[12]. L'individuo affronta così il conflitto emotivo con alterazioni temporanee delle funzioni integrative della coscienza o dell'identità[13]. Capisco che si tratta di una definizione complessa, ma vi posso dire che, a livello base, un osservatore dovrebbe notare che il soggetto affetto agisce in netto contrasto con quella che è la sua personalità "solita", senza peraltro mostrare particolare interesse quando glielo si fa notare. Un convinto pacifista che scatena risse nei bar una volta al mese e quando è messo di fronte alla questione non sembra capire il problema, potrebbe avere in atto una difesa di tipo dissociativo.
Chi fa uso del meccanismo della proiezione risolve il conflitto attribuendone ad altri l'elemento scatenante. Vengono così proiettati sugli altri i propri sentimenti, i propri impulsi e i propri pensieri non riconosciuti; non è il soggetto ad averli, ma qualcuno nel mondo che sta attorno a lui. Sempre per semplificare, la proiezione più evidente si ha nel caso di un soggetto paranoico: egli vede il male fuori di sé, mai all'interno, e deve agire continuamente contro gli altri per proteggersi da esso. Ad esempio, costruendosi un cappellino di alluminio per nascondere i propri pensieri ai telepati mutanti di Westchester.

Arrivati a questo punto, chiarita ogni cosa da un punto di vista teorico, vi farà piacere sapere che non mi sono dimenticato di Xavier. Analizziamo il procedimento che lo ha portato a creare Onslaught.
Il Professore ha tentato di cancellare dalla propria mente sia un sentimento (l'amore per Jean) che un suo ricordo (quello di aver provato amore per Jean); ma in realtà è riuscito solo a dissociarsi. In seguito, una volta riconosciuto che il sentimento era ancora lì, lo ha proiettato fuori di sé per proteggere l'integrità del proprio Io. Già questo sarebbe preoccupante; ma nel nostro caso Onslaught è riuscito addirittura ad assumere forma fisica... Da qui alla completa ristrutturazione dei piani editoriali della Marvel, capirete, il passo è breve.
Tale è il potere della psicologia.

X-Men: First Class (quello vero)

Ulteriori note cliniche: violenza sessuale, guerra del Vietnam e rapporto con la sorella

Gabrielle Heller, che fa la sua prima apparizione su Uncanny X-Men 161 (1982, di Chris Claremont e Dave Cockrum), è una sopravvissuta ai campi di sterminio nazista. Catatonica, sta a un giovane Charles Xavier usare i propri poteri per farla svegliare. I due iniziano una relazione e Gabrielle, che in futuro diventerà ambasciatrice di Israele negli Stati Uniti, rimane incinta[14]. Qui il problema è che Xavier usò i poteri per manipolare i sentimenti di Gabrielle e spingerla a innamorarsi di lui: a pensarci, non è un atto molto diverso da uno stupro.
Lo stupro non è considerato una parafilia; questo perché, più che dall'eccitazione sessuale, gli stupratori sono spinti dall'ostilità nei confronti delle donne. Spesso sono affetti da personalità antisociali[15], cioè caratterizzate da una certa dose di impulsività, aggressività, scaltrezza manipolatoria, irresponsabilità e soprattutto carenza di rimorso (non sono interessati all'effetto delle proprie azioni sugli altri, in poche parole). Xavier non è antisociale: la coercizione è sottile, esercitata sui sentimenti prima che sul corpo, scatenata da una profonda solitudine e subito soffocata da un forte senso di colpa. Il Professore avrà modo di dire che Gabrielle rappresenta il più grande rimorso della sua vita; la sua ostinazione nel non voler interferire col libero arbitrio degli altri, se non in situazioni di immediato pericolo (e.g., qualcuno che cerca di sparargli), potrebbe essere dovuta proprio al ricordo di ciò che fece a Gabrielle.

I possibili disturbi psichici di Xavier, di certo amplificati dalle sue capacità mutanti, si potrebbero far risalire a due particolari eventi della sua vita (questi eventi non lo scusano, ma ci aiutano a capirlo). Il più recente, la partecipazione alla Guerra del Vietnam (stando alla sua prima apparizione sarebbe più sensato pensare alla Seconda Guerra Mondiale o alla Guerra di Corea; ma Claremont sostiene che si tratti della Guerra del Vietnam, e noi di Claremont ci fidiamo come del Papa), può avergli causato un Disturbo da Stress Post-Traumatico. In effetti, la classificazione stessa del disturbo deriva dagli studi condotti sui soldati della Prima Guerra Mondiale, mentre lo sviluppo di un approccio terapeutico si deve ai tentativi coi veterani della Seconda e della Guerra di Corea. La Guerra del Vietnam, tanto lunga quanto rovinosa, ha portato a un picco delle schiere di affetti da DSPT.
Xavier, a dire il vero, non dà segni visibili di essere affetto dal disturbo; tuttavia non ci sarebbe da stupirsi se si scoprisse che la guerra ha avuto conseguenze drammatiche sulla formazione della personalità del Professor X.
Non è tutto. L'altro evento, quello  più antico, è guarda caso il suo primo incontro con un mutante. Si tratta proprio di Cassandra Nova... Xavier, la gemella di Charlie, dotata anch'essa di straordinari poteri telepatici. Saranno state tutte quelle radiazioni, ma Cassandra aveva decisamente qualche rotella fuori posto, e Xavier lo ha capito sin da quando si son trovati insieme nella pancia della mamma. Ricerche empiriche[16] sembrano suggerire che i soggetti affetti da disturbo antisociale di personalità abbiano un volume ridotto della materia bianca e grigia prefrontale, associata a una rilevazione di tassi più bassi di conduttanza cutanea (una misura dell'ansia) durante le interazioni sociali stressanti... In pratica, per queste persone tirarvi un pugno in faccia non è più stressante che aprire una lattina di birra. Coi denti.
Non sappiamo se Cassandra soffrisse di questa riduzione della materia cerebrale, ma sappiamo che in lei vi era una componente di malignità che, data l'assenza di esperienze infantili, è francamente inspiegabile da un punto di vista dinamico, ma non da un punto di vista neurologico. Cassandra attaccò Charles prima ancora che i due nascessero, nel tentativo di ottenere tutto lo spazio dell'utero per sé. Charles rispose all'attacco uccidendola. Anni dopo Cassandra sarebbe tornata come uno dei più pericolosi avversari che gli X-Men e gli Shi'ar[17] si fossero trovati a fronteggiare (forse dopo Onslaught), ma per il momento venne abortita. La madre, non immaginando cosa avrebbe fatto se fosse sopravvissuta, avrebbe facilmente potuto idealizzarla (un caro morto non è in grado di deluderci, e diventa un ricettacolo perfetto per le nostre speranze e le nostre fantasie), e di converso pretendere troppo da Charles. Il rapporto coi genitori, non dico rovinato, ma sarebbe di certo stato compromesso; e l'effetto risultante si sarebbe fatto sentire nell'arco della vita adulta di Xavier. Come avrebbe potuto sviluppare una personalità sana se il suo primo incontro con l'Altro, con sua sorella e i suoi genitori, è stato tanto distruttivo?

Lo strano rapporto che lega Xavier a Magneto
Conclusioni

Alla fine della nostra analisi saremmo tentati di liquidare Xavier come un mostro, uno stupratore e un assassino. Sarebbe molto facile. Ma io non mi trovo d'accordo con questa diagnosi. A me pare che Xavier sia un uomo malato, con sistemi difensivi disadattivi e tratti caratteriali patologici; ma che sia anche un uomo che desideri ardentemente essere buono. Per tutta la sua vita, il Professor X non ha fatto altro che combattere i propri demoni e cercare di rendere il mondo un posto migliore. Noi possiamo vantarci di aver fatto lo stesso?
Xavier è un esempio e una fonte di ispirazione per tutti, e uno dei più grandi eroi dell'universo Marvel, se ancora so cosa significa la parola "eroe".
Noi non possiamo essere ritenuti responsabili per gli impulsi che muovono la nostra mente, ma dobbiamo essere ritenuti responsabili per cosa decidiamo di fare con la nostra vita. Xavier ha deciso di offrirla al prossimo, umano o mutante che sia, e di non arrendersi mai. Il fatto che riesca a rispettare questo voto nonostante tutti i suoi problemi e i suoi limiti dovrebbe al massimo farcelo ammirare di più.




[1] Nello stesso anno nasceva un altro supergruppo di eroi reietti guidati da un professore in carrozzella: la Doom Patrol della DC Comics. Tuttora si discute se fosse lo zeitgeist, o se Stan Lee avesse semplicemente "preso ispirazione" dalla sua Distinta Concorrenza.
[2] All'epoca la maggior parte dei personaggi dei fumetti era di proprietà esclusiva della Casa Editrice, così per le ristampe nessuno doveva pagare gli autori.
[3] Nel multiverso Marvel, Terra-616 è la sigla che identifica quella dimensione in cui sono avvenute tutte le storie pubblicate negli albi classici. Questo almeno fino alla recente Guerre Segrete.
[4] La sceneggiatura era quella dell'atto finale della Saga di Fenice Nera. Secondo il copione originale, Jean Grey, ex-Marvel Girl, dopo essersi macchiata di orrendi genocidi nei panni dell'entità cosmica nota come Fenice, all'improvviso rinsaviva, le venivano tolti i poteri e veniva poi rilasciata. Ai supervisori della Marvel non piacque l'idea che Jean non venisse punita (immaginiamo un Hitler a cui, dopo la sconfitta della Germania, fosse concesso di ritirarsi a vita privata) e fecero pressioni affinché fosse uccisa.
[5] A Jim Lee e Rob Liefeld, ex disegnatori di punta della Marvel che poco prima l'avevano abbandonata per fondare una propria Casa, la Image Comics, venne data "in appalto" la gestione del progetto. Il che mandò su tutte le furie i fedeli impiegati che, nonostante tutto, erano rimasti alla Casa delle Idee a fare la fame. C'è qualcosa della parabola del figliol prodigo, in questa vicenda.
[6] Cable è un'altra creazione di Liefeld. Figlio di Jean e Ciclope, Nathan Summers ha ereditato i poteri della madre, che però è costretto a impiegare per frenare l'avanzata del virus tecnorganico con cui l'ha infettato Apocalisse, uno dei cattivi storici degli X-Men. Così combatte principalmente usando un grosso fucile. [...] Mentre rileggevo questa nota, durante la correzione dell'articolo, mi sono accorto di quanto complesso e spesso idiota sia l'universo Marvel. Pazienza, noi l'amiamo lo stesso.
[7] Naturalmente due bambini che all'asilo sono fidanzati non sono pedofili. Qui si fa esclusivo riferimento a soggetti sessualmente maturi.
[8] Né, per quanto ne sappiamo, ha mai posseduto materiale pedopornografico nascosto nei server della Stanza del Pericolo.
[9] Per gli scopi di questo discorso, vi basti sapere che un Super-Io sano si occupa di far rispettare le norme morali e culturali del soggetto. In questo senso si accoppia con un Ideale dell'Io, che invece funge da modello da seguire. Se, cioè, il Super-Io proscrive, l'Ideale dell'Io prescrive. Se, per usare una metafora fumettistica, il Super-Io è Batman, l'Ideale dell'Io è Superman.
[10] La libido è l'impulso umano di natura sessuale, centrale nella teorizzazione psicanalitica di Freud.
[11] Cioè relativo al Complesso di Edipo, per cui il figlio desidera carnalmente la madre e l'uccisione del padre.
[12] Si tratta di una drammatizzazione: naturalmente non esistono "sacche isolate" mentali.
[13] Perry, J.C. (1990). Defense Mechanism Rating Scale.
[14] Il figlio di Gabrielle e di Xavier, David, è un mutante con la capacità di sviluppare continue mutazioni. È anche psicotico, e soffre di disturbo dissociativo dell'identità: non a caso il suo nome in codice è Legione.
[15] Lalumiere, M., & Quinsey, V. (1996). Sexual deviance, antisociality, mating effort, and the use of sexually coercive behaviors.
[16] Raine et al. (2000). Reduced prefrontal gray matter volume and reduced autonomic activity in antisocial personality disorder.
[17] Gli Shi'ar sono una razza aliena di discendenza aviaria che, all'epoca del loro primo incontro con gli X-Men, comandava un impero largo quanto un paio di galassie. La loro Imperatrix, Lilandra Neramani, è stata a lungo amante e moglie di Xavier. Come civiltà venerano la Fenice, quella stessa forza primordiale che si è fusa coi membri della famiglia Grey e ha spesso portato l'universo a un passo dall'annichilimento. E poi ditemi se i fumetti sono cose da bambini!