martedì 20 febbraio 2018

Arduin il Rinnegato

Come vi avevo anticipato, prima di Natale, sulla pagina FB del blog (se ancora non vi siete iscritti presto! ecchevela), ho voluto comprare l'ultimo libro di Silvana De Mari, Arduin il Rinnegato. Avevo già parlato di lei qui e qui.
Che la De Mari, che un tempo amavo come scrittrice e rispettavo come pensatrice, ora sostenga posizioni profondamente opposte alle mie (islamofobia, omofobia, maschilismo, essere pappa e ciccia con Adinolfi), non ne ho mai fatto un mistero. Come non ho mai fatto mistero che la saga dell'Ultimo Elfo sia uno dei miei fantasy preferiti. Quindi, quando ho saputo che la Dr.ssa De Mari aveva pubblicato Arduin il Rinnegato, ufficialmente nuovo prequel della saga, mi sono chiesto se valesse la pena leggerlo - soprattutto dopo le mediocri prove di Haina, suo recentissimo ritorno al fantasy. Mi si era quindi presentato lo stesso dilemma che assilla molti cinefili dopo lo scandalo Weinstein e la successiva pioggia di denunce contro il jet set hollywoodiano: se depreco, anzi disprezzo, il comportamento di una persona, posso comunque usufruire delle opere artistiche che ha prodotto? Non so voi, ma io non so trovare una risposta soddisfacente a questa domanda. Credo che uno degli scopi dell'arte - uno degli scopi principali - sia creare la bellezza, e se un'opera d'arte è bella cosa ci importa chi l'ha creata? D'altra parte, come psicologo (ma neanche tanto come psicologo), penso anche che l'arte sia un'appendice della persona, e che la persona aiuti a interpretare l'opera d'arte: come posso ignorarla?

Una bella copertina, anche se l'artista non deve aver letto le descrizioni degli orchi contenute nei libri della De Mari

Anche stavolta ho ovviato alla domanda perché, semplicemente, il libro non mi è piaciuto. Da un punto di vista "artistico". Ma forse partivo prevenuto. Parliamone.

Trecento anni prima che Yorsh, l'ultimo elfo, incontrasse l'ultimo drago e desse inizio agli eventi che avrebbero posto fine alla spirale di violenza che attanaglia il suo mondo, con un sotterfugio l'Impero degli orchi riuscì a sconfiggere le legioni degli elfi e invase il regno degli uomini. Fu allora che un giovane guerriero orco, Arduink, per amore di una principessa umana tradì il suo popolo e si unì all'esercito nemico. Dotato del dono della preveggenza, Arduink riunì le città degli uomini e guidò le loro armate alla vittoria contro gli orchi. In seguito venne incoronato Arduin, Signore della Luce di Daligar, e ricordato per sempre come il più grande re che gli uomini abbiano mai avuto.
Questa è la trama del romanzo. Non spoilero nulla perché si sapeva già tutto, più o meno, fin dai tempi dell'Ultimo Elfo. Bene, ma com'è il libro in sé, che tra l'altro costa diciannove euro?
Non è male. Qui e là si incappa in ripetizioni che, non dico l'autrice, ma un buon editor avrebbe dovuto individuare prima della stampa. Frasi intere ripetute a distanza di poche pagine, con lo stesso identico senso, magari prima come principali e poi come subordinate di una principale. Una volta passi, due pure, ma alla terza o alla quarta il fastidio sale. Si trovano anche passaggi piuttosto affrettati. Come Arduink sia riuscito, entrando a Daligar a metà di una battaglia, a diventare capo delle truppe stanziate in città e a rispedire al mittente gli innumerevoli orchetti che già l'avevano invasa, rimane molto misterioso, anche perché lo scontro in sé occuperà sì e no un paio di paragrafi. Ma anche questo mi importa poco.
Mi preme segnalare che, nonostante le convinzioni ideologiche della De Mari, la metafora degli orchi come fondamentalisti islamici rimane ben riuscita, né più né meno che nei libri precedenti - e, anzi, è uno dei punti di forza di questa saga, saper parlare del presente senza darci l'impressione che l'autrice ci faccia l'occhiolino e ci dia di gomito di tra le pagine. Forse però qui si annida il problema. Come già avevo detto a proposito di Haina, ho l'impressione che la De Mari non abbia più nulla di nuovo da scrivere. Non c'è nulla qui dentro che lei non avesse trattato prima, e meglio. Se a questo si aggiungono le imprecisioni cui accennavo di sopra, mi capirete quando dico che ho abbandonato la lettura del romanzo a pagina 272 (di 473). Non l'ho buttato da parte con lo schifo in bocca, no. Più semplicemente non vedevo motivi per andare avanti. Il bello stile che la Dr.ssa De Mari aveva, e che mi aveva conquistato, non lo trovavo più (non che il libro in sé sia scritto male: è anzi scritto in maniera... competente), e per quanto riguarda i contenuti già mi sembrava di averli assimilati tutti una manciata di anni fa.


Concludiamo con una stretta di spalle. Arduin il Rinnegato non lo si può definire un brutto libro, ché già sarebbe una soddisfazione scagliarsi contro un brutto libro. Invece niente. Se ce l'avete, dategli una scorsa. Se siete fan della De Mari, provate anche a recuperarlo. Ma se doveste partire da zero, è da irresponsabile preferire questo a L'Ultimo Elfo (e al resto della cosiddetta Saga degli Ultimi: L'Ultimo Orco, Gli Ultimi Incantesimi, L'Ultima Profezia del Mondo degli Uomini). Seguite il mio consiglio: leggete la prima ondata fantasy della De Mari. Fatevi questo regalo.

mercoledì 14 febbraio 2018

Non essere e farcela lo stesso

Stamattina mi è capitato di leggere questo articolo. L'argomento trattato sono i mondi paralleli. Mi ha fatto tornare in mente una cosa a cui, non dico credessi, ma sicuramente avevo immaginato quando ero adolescente.
Non ricordo da dove fosse saltata fuori. Sicuramente non fu niente di che: stavo salendo le scale e avevo perso l'equilibrio o una cosa del genere. La sensazione agghiacciante di vuoto sotto lo sterno. Poi non era successo niente, avevo messo il piede nel posto giusto e mi ero raddrizzato. Mi ero detto: "Ecco, se non l'avessi fatto ora sarei laggiù, in fondo ai gradini, forse con la testa spaccata". E avevo pensato che, da qualche parte, se era vera l'ipotesi degli infiniti universi paralleli, in uno di quelli io ero laggiù, morto. Solo che no, non era del tutto corretto: io non ero laggiù. Non nel senso che ero non laggiù: invece non ero proprio. Non so se è chiaro. Questo pensiero mi suggeriva, tra l'altro, una conseguenza molto interessante: io non ero né sarei mai stato in un mondo in cui sarei morto. Partendo da un'ipotesi unitaria, diciamo di un mondo singolo che poi si biforca in uno in cui sono vivo e uno in cui sono morto, l'unico posto adatto per me, per la mia coscienza (all'epoca dovevo già essere ateo), era quello in cui sarei sopravvissuto. Cioè non avrei mai avuto esperienza di quei mondi in cui sarei morto. Dico "io" ma intendo dire "tutti noi", è un io generico, un Everyman. Avrei sempre messo il piede nel modo giusto, avrei sempre evitato di salire in macchina prima dell'incidente, non sarei mai stato sulla traiettoria di quel proiettile. La mia coscienza avrebbe proseguito tranquilla in quei mondi in cui sopravvivevo, perché non aveva altro posto in cui andare. Forse, nel momento in cui fossi caduto, prima di toccare lo spigolo del gradino, la mia coscienza già non ci sarebbe più stata. Cosa ci sarebbe stata a fare? No, io ce l'avrei fatta, almeno finché tutte le possibilità non si fossero esaurite, e avrebbe cessato di esistere anche solo l'eventualità che io (che noi) potessi(mo) in qualche modo sopravvivere.

La filosofia occidentale è una filosofia dell'ontologia, fin dai tempi di Parmenide. Questo perché si fonda su una confusione importantissima: usare il verbo "essere" come attributo, e in parte dimostrazione, dell'esistenza. La logica invece usa "essere" come stato in luogo, o come copula di un predicato caratterizzante. Da ragazzo naturalmente non potevo conoscere questa differenza. Ancora oggi, ogni tanto - non tutte le volte, ma ogni tanto -, quando sto per cadere e, ecco, sopravvivo, ripenso a quel mio gioco di tredicenne o quattordicenne o giù di lì. Ancora non ho avuto modo di confutarlo.

lunedì 5 febbraio 2018

Catalogo delle Edizioni Barnaba - Sezione Saggistica

Disponibile, per la C.E. Barnaba di Monsalvato, una collana libri andati recentemente fuori catalogo:

Il cannone occidentale: Quali sono i cannoni e le palle da cannone su cui la civiltà occidentale ha edificato la sua struttura? Come conciliare il gusto personale con il bisogno di condividere un campo di battaglia comune? Da Milton a Tolstoj, Harold Boom ha individuato ventisei autori, prosatori e ingegneri balistici che non si può non conoscere, e dedica loro pagine di studio eccezionali.
Cannoneggiare bene è uno dei grandi piaceri che la solitudine può concederci.
Harold Boom

Dal gang bang ai buchi neri: Stephen Fisting ci introduce in una straordinaria avventura, un'emozionante cavalcata... "nel tempo". L'espansione... "dell'universo", il principio di indeterminazione, le particelle elementari e le forze della natura sono le grandi tappe di questo viaggio indimenticabile. Un best-seller da nove milioni di coppie.
Che cosa sappiamo del coito, e come lo sappiamo? Da dove è venuto, e dove sta andando? Il coito ebbe un inizio e, in tal caso, cosa c'era prima?  
Stephen Fisting

Dei delitti e delle penne: Pubblicato nell'estate del 1764 da Beccoria, Dei delitti e delle penne gettava con coraggio le basi dell'attuale organizzazione della tassonomia ornitologica, in contrasto con la Chiesa e la classe dirigente aristocratica. Separare il delitto dal becchime, volere una giustizia volatile, rigorosa e non spennata, considerare gli uccelli come individui liberi e uguali di fronte alla legge: tutto ciò non poteva non suscitare aspre e accese polemiche in ogni aia d'Italia e d'Europa. 
Alcuni avanzi di leggi di un antico popolo conquistatore fatte compilare da un principe che dodici secoli fa regnava in Costantinopoli, frammischiate poscia co' riti longobardi, ed involte in farraginosi volumi di privati ed oscuri interpreti formano quella tradizione di opinioni che da una gran parte dell'Europa ha tuttavia il nome di ornitologia.
Cesare Beccoria 



lunedì 29 gennaio 2018

Due parole sulla scrittura come arte


Qualche giorno fa, il 22 gennaio, moriva Ursula Kroeber Le Guin. Come qualcuno ha notato prima d'adesso, Ursula ha lasciato più di un corpus di libri, a testimonianza del suo passaggio sulla Terra: ha lasciato una moltitudine di persone che ha amato e assimilato quei libri. Da un certo punto di vista, un po' di lei vive in noi che l'abbiamo letta e perciò non morirà mai del tutto; da un altro punto di vista, invece, più triste e senz'altro più vero, Ursula è morta il 22 gennaio 2018 e nessuno riporterà indietro la sua intelligenza, la sua saggezza, la sua capacità nell'uso delle parole.


Qui aggiungo il video della sua premiazione al National Book Award. A presentarla c'è Neil Gaiman, un altro dei miei scrittori preferiti. Se non è una bella accoppiata.

Ora, la cosa che più mi ha sorpreso quando ho scoperto della morte della Le Guin, e ho iniziato a leggere tutti gli articoli in merito*, è che, a dispetto dei miei sentimenti personali (e che il mondo ignori i miei sentimenti personali è sempre fonte di grande frustrazione per me), Ursula non è stata una scrittrice universalmente amata. Certo, tutti riconoscono la sua influenza nel mondo del fantastico moderno, ma una buona metà delle persone che ho letto ha trovato i suoi libri maggiori deludenti o, persino, infantili. Che non si possa ammirare con tutte le proprie forze Il Mago (A wizard of Earthsea), che secondo me è il più bel fantasy mai scritto; o addirittura che si possa trovare noioso I reietti dell'altro pianeta, che con ogni probabilità è il mio libro preferito, non riesco neppure a concepirlo. Al contrario queste persone sembrano apprezzare di più i primi lavori della Le Guin, quelli che appartengono a una fantascienza più spiccatamente pulp (una degnissima fantascienza pulp, se posso dirlo), come Il mondo di Rocannon o Il pianeta dell'esilio. 
Ci ho riflettuto, e credo che il motivo per cui esiste questa divisione lo spieghi bene il video della premiazione.
Nei suoi lavori maggiori, quello che interessava a Ursula Le Guin non era l'ambientazione, o l'azione (le scene di azione vera e propria sono spesso tenute per il finale, qualche pagina dell'ultimo capitolo, e non raramente sono deludenti). Quello che interessava a Ursula Le Guin, e quello di cui voleva parlarci attraverso la narrativa fantastica, era la natura dell'umanità. Non a caso Ursula era laureata in letteratura francese e del Rinascimento italiano; non a caso i suoi genitori erano entrambi noti antropologi; non a caso suo marito è uno storico. Tutto il Ciclo di Terramare e i più importanti romanzi del Ciclo dell'Ecumene - La mano sinistra delle tenebre, I reietti dell'altro pianeta e Il mondo della foresta (The word for world is forest) parlano prima di tutto dell'umanità, e di cosa significhi essere umani. Questo aspetto della sua scrittura ha un'altra faccia. Al centro del suo discorso per la premiazione, che tutti hanno amato ma che forse qualcuno ha capito male, c'è il fatto che per lei la scrittura sia prima di tutto un'arte, e non una merce. Ecco, ho notato - ma forse il pattern è sbagliato, l'ho creato io nella mia mente - che le persone che preferiscono il suo primo periodo, e che liquidano come deludenti i suoi libri più importanti e impegnati, siano anche abbastanza refrattari all'idea che la scrittura possa essere un'arte. Sì, so che King ha parlato della scrittura come di "artigianato" (senza dire nulla di nuovo: e del resto, perché l'artigianato non possa essere arte proprio non saprei dirlo), e conosco come chiunque altro il significato del greco techné, ma rimango dell'opinione che la scrittura debba essere prima di tutto arte. Che scrivere debba avere come scopo creare un'arte. Molti blogger-scrittori che conosco mi mangerebbero vivo - un nome su tutti, Il Duca di Baionette, che non è scrittore ma editore -: per loro scrivere significa essenzialmente vendere (quindi scrivere qualcosa di valido, e da questo non si scappa), ma l'idea di fare arte non passa neanche per l'anticamera del loro cervello. Hanno i loro motivi, e sono tutti giustissimi. Alcuni derivano da un'incomprensione di fondo: fare arte non è facile; anzi, è difficilissimo. Dire che la scrittura è arte è esattamente il contrario di dire che chiunque possa scrivere quello che vuole. Dire che la scrittura è arte alza i livelli minimi per essere considerati scrittori, non li abbassa.
Prendiamo la Le Guin. Il suo lavoro era arte, non merce. Credo sia per questo che molti non lo apprezzano completamente**, e che molti abbiano criticato questo particolare aspetto del suo discorso alla premiazione (che è poi il nucleo del suo discorso). I libri che non hanno incontrato il loro favore sono lenti, meditabondi, quasi del tutto privi di azione, ricchi di parti dialogate e di momenti di riflessione. Eppure sono scritti benissimo. Un'altra cosa: Ursula Le Guin non scriveva letteratura fantastica (solo) per amore della letteratura fantastica: per lei, per la lei matura, si trattava di un mezzo. Eppure i suoi romanzi migliori non avrebbero potuto essere scritti se non con un'ambientazione fantastica. Non scriveva (solo) per intrattenere, non scriveva per vendere, non scriveva per i mondi: scriveva per le persone e per i suoi personaggi. Non faceva arte per amore dell'arte - credo sia la fonte della sua indubbia bravura -: faceva arte per amore dell'umanità.
[...] Avremo bisogno di scrittori che sappiano ricordare la libertà. Poeti e visionari. Realisti di una realtà più grande. In questo momento penso che abbiamo bisogno di scrittori che conoscano la differenza tra un bene di mercato e la pratica di un'arte.
Così diceva Ursula K. Le Guin alla cerimonia del National Book Award; e questo è anche il mio pensiero.


[DISCLAIMER: L'articolo fa parte della rubrica C'era una volta un blog, in cui espongo pareri personali e convinzioni non per forza sostenuti da quell'apparato bibliografico che userei normalmente per un articolo di divulgazione. Siete liberi di dimostrarmi che mi sbaglio.]


_____
*Le fonti giornalistiche sono le più desolanti. Le persone che hanno scritto qualcosa su Ursula Le Guin, critici e giornalisti che si occupano delle pagine culturali, sembra non abbiano mai neanche aperto un suo libro, ma che abbiano cercato informazioni su Wikipedia o su testate giornalistiche straniere, e che da quelle si siano fatte un'idea un po' imprecisa del suo lavoro.
**Fortunatamente, è altrettanto vero che la Le Guin era amata alla follia sia dalla critica che dagli addetti ai lavori che da una grossa fetta di pubblico. Qui prendo in considerazione quella minoranza che, pur conoscendola, non la apprezzava particolarmente, per questo o per altri motivi.

mercoledì 24 gennaio 2018

Addio a Ursula Kroeber Le Guin


Mai più vedremo i draghi volare a occidente di Selidor, mai più ascolteremo i Veri Nomi delle cose pronunciate nelle aule e tra lo stormire delle foglie nel boschetto di Roke, né viaggeremo ai confini della conoscenza, dell'umanità e dell'Ecumene in compagnia di uno scienziato o di un filosofo o di un politico, o di tutte e tre queste cose. Due giorni fa abbiamo perso una delle nostre voci più grandi e una delle nostre menti più acute. Il mondo è già un posto un po' più triste per questo.
Addio a Ursula K. Le Guin, che è stata la mia scrittrice preferita, e che ho amato al di là di quanto un lettore possa amare uno scrittore o un pensatore.

lunedì 22 gennaio 2018

Primato dell'etica sulla fisica e sulla metafisica

[Paragrafo scritto a conclusione dell'articolo riguardante le diverse possibili nature della materia: creata e posteriore a Dio o increata ed eterna.]

Per fortuna, qualunque sistema si adotti, nessuno nuoce alla morale: infatti che importa che la materia sia stata creata od ordinata? Dio resta ugualmente il nostro signore assoluto. Noi dobbiamo essere virtuosi sia in un mondo tratto dal caos che in un mondo creato dal nulla; quasi nessuno di questi problemi metafisici influisce sulla condotta della vita: succede alle dispute come ai futili discorsi che si tengono a tavola: ognuno, dopo il pranzo, dimentica ciò che ha detto e va dove lo chiamano i suoi interessi e le sue predilezioni.

[Voltaire, Materia in Dizionario Filosofico]



lunedì 15 gennaio 2018

La LibrOsteria - Un posto magico in quel di Milano

Qualche settimana fa - prima di Natale, o forse dopo, in quell'interregno tra Natale e l'ultimo dell'anno in cui sembra non dover succedere mai nulla, e invece - ho pranzato con alcuni amici molto acculturati e molto coltissimi in quel di Milano, in un posto che si chiama LibrOsteria. Oggi però non vi parlo dei miei amici davvero molto preparati both in psicologia che in antropologia, ma del posto fisico (e infatti le nostre anime si saranno incontrate perlomeno nell'Iperuranio dell'ultrascienza) in cui abbiamo pranzato... che è, tra l'altro, un argomento parecchio più interessante.
La LibrOsteria di Milano nasce dalla fusione di un'osteria e di una libreria. La libreria è specializzata in libri di seconda mano e in modernariato - e già, se siete come me, vi sarà venuta l'acquolina in bocca. Il clima che si respira è piacevole e le persone che ci lavorano simpatiche e disponibili. Il barista, ad esempio, che dev'essere un enologo leggendario di quarto livello, oltre a saper consigliare sempre l'abbinamento giusto per la pietanza giusta, si è fermato con noi (con me e i miei amici molto scìc) e ci ha raccontato la storia di due cocktail, il Moscow Mule e il Long Island, di come sono nati e del perché abbiano questi nomi. Il proprietario, che ci ha visti interessati, ha tirato fuori un libro ultra-raro e veramente ben curato, una storia dei periodici italiani underground dei gloriosi tempi andati, che costa 250 euro e che è quasi esaurito, e l'ha sfogliato con noi. Non penso sperasse di vendercelo (noi gente intellettuali non abbiamo mai un baiocco in tasca): voleva solo farcelo vedere. Sono quelle cose che ti convincono di essere capitato, capitemi, nel posto giusto.

Una delle pareti tappezzate di libri. Spoiler: lo sono tutte ❤
Rileggo quanto scritto finora e mi pare di voler far uscire un bollettino pubblicitario. Un po' me ne vergogno. Tanto più che mica mi pagano. Ma la LibrOsteria è veramente un posto fantastico, talmente fantastico che ho dovuto scattarci delle foto, perché sapevo che prima o poi ve lo avrei segnalato qui sul blog. Quindi continuo come se nulla fosse, pur di convincervi ad andarci, e voi statemi dietro: tanto per cominciare il cibo è buono

Questo è il cibo, dopo
la scelta dei beveraggi, tra alcolici e analcolici (ma quelli chi li ha considerati?), ottima - soprattutto visto che, grazie a Dio, è assistita da un esperto -, e l'offerta libraria di tutto rispetto, anzi un po' di più.

I miei tre acquisti. Sapete da quanto cercavo una raccolta italiana di Pogo e Un americano alla corte di Re Artù?
Qui e là trovate anche dei simpatici annunci fake che rallegrano l'atmosfera. Prima di sedermi me li sono passati tutti, perché anche io voglio essere simpatico e da qualcuno mi tocca pur imparare. Eccovene una manciata da antipasto:



Dark


Insomma, è inutile che io ci giri attorno: vacci subito, caro lettore. Il locale si trova a Milano, in Via Cesariano 7. Non è per esagerare, ma ti assicuro che lì troverai esattamente quello che ti meriti.

(Questa battuta me l'ha fatta uno dei miei amici di un certo livello che voi proprio non vi meritate)

Magari un giorno ci organizziamo il primo Psicologia e Scrittura raduno! Trovato il posto, adesso mi serve solo un pubblico 😘