lunedì 18 settembre 2017

Sei un cattivo scrittore se

Si sa: le librerie italiane, che siano fisiche o digitali, hanno ormai gli scaffali pieni di romanzi spazzatura. Per ogni Virginia Woolf dell'Einaudi ci sono dieci, venti Stephanie Meyer della Fazi. Credo che questo semplice fatto sia vero oggi come era vero cinquant'anni fa, ma il self-publishing, le strategie poco lungimiranti delle Case Editrici, e lo spazio che sono riusciti a ritagliarsi autori oggettivamente illeggibili grazie al web, rende la consapevolezza più acuta oggi che in passato. WattPad ha permesso ad aborti letterari come After, My dilemma is you e altri (romanzi al cui confronto la saga di 50 sfumature sembra un Thomas Hardy) di raggiungere il cuore di una legione di praticamente analfabeti, e di fatturare cifre esorbitanti una volta pubblicati da C.E. che, per non fallire, sono giocoforza costrette a curare l'edizione cartacea di volumi che in passato non avrebbero neanche usato per fissare i tavoli traballanti.
A questo punto il modo migliore per impedire altri attentati contro il mondo già agonizzante della letteratura di massa non è puntare sugli editori, o Dio ce ne scampi sul pubblico, ma a una progressiva sensibilizzazione dell'autore.


Posto che, una volta scritto un libro, in un modo o nell'altro sia sempre possibile pubblicarlo, quello che uno scrittore deve fare è chiedersi se il suo libro valga la pena di essere pubblicato. Quindi ecco, per vostra comodità miei carissimi autori wannabe, una lista di venti +1 campanelli d'allarme che dovrebbero farvi capire che il vostro libro merita di essere bruciato prima di finire in mani sbagliate o sotto gli occhi di bambini impressionabili*.
Per farla breve, con ogni probabilità siete dei cattivi scrittori se

  1. Il vostro libro ha una protagonista goffa e bellissima, che però si crede brutta, e si trova a dover scegliere tra due ragazzi che farebbero di tutto per lei, egualmente bellissimi.
  2. Il vostro libro ha un personaggio che si chiama "Damian".
  3. Il vostro libro è uno Young Adult.
  4. Spendete più tempo a descrivere il comportamento del vostro protagonista davanti a uno smartphone che a farlo interagire con gli altri personaggi.
  5. Il vostro libro è un fantasy ispirato a Il Signore degli Anelli, ma voi di Tolkien avete visto solo i film di Jackson.
  6. Il vostro libro appartiene a un genere letterario di cui avete letto solo un altro romanzo (e.g. è un fantasy, ma di fantasy avete letto esclusivamente Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. Spoiler alert: non è sufficiente).
  7. Avete scritto un libro basandovi sulle vostre sessioni di D&D con gli amici e non state vivendo negli anni '90.
  8. Il vostro libro è pieno di metafore estranianti, ma voi non sapete cosa sia l'effetto di straniamento e non conoscete neppure i formalisti russi.
  9. La vostra protagonista dice di essere appassionata di letteratura e il suo libro preferito è Orgoglio e Pregiudizio.
  10. La vostra protagonista dice di essere appassionata di letteratura, e per dimostrarlo ritiene che conoscere il secondo nome di Thackeray sia una prova sufficiente.
  11. Per descrivere la vostra protagonista, in un romanzo in prima persona, la fate svegliare e la fate indugiare davanti a uno specchio.
  12. Il vostro protagonista è un vampiro adolescente.
  13. Il vostro protagonista è un angelo caduto (ma in realtà ha fatto solo la cosa giusta).
  14. Il vostro protagonista o la vostra protagonista sa tutto, sa fare tutto benissimo, e riesce a tenere testa/a battere persone con molta più esperienza di lui/lei. Inoltre tratta male tutti, guarda tutti dall'alto in basso, e tuttavia tutti la considerano la persona migliore che esista (in gergo si dice che è un Gary Stu/una Mary Sue).
  15. Credete che scrivere un romanzo "maturo" significhi creare un antieroe interessato solo a sessodenaro&potere, aumentare le morti e moltiplicare fino al limite del parossismo le scene di stupro.
  16. Credete che la scrittura sia una dote naturale, tipo saper piegare la lingua in due.
  17. Il vostro libro si apre con una prolessi (flashforward).
  18. Il vostro protagonista sta per essere ucciso e "prima di morire, non poté fare a meno di pensare a come fosse finito in quella situazione" (il grosso del vostro libro è in effetti composto dal suo ricapitolare gli avvenimenti che lo hanno condotto in quella situazione).
  19. Il vostro protagonista è uno scrittore che soffre di un blocco (spero intestinale).
  20. L'interesse amoroso del protagonista è l'ultima ragazza che non ne ha voluto sapere di voi.
  21. Il vostro protagonista siete voi.


Pensateci bene, amici scrittori. Se vi rivedete in una o più di una di queste affermazioni, ho una brutta notizia per voi. Ma potete sempre ritentare con un secondo romanzo: 


______
*La lista è stata compilata dopo un'attenta indagine condotta dallo staff di Psicologia e Scrittura.

martedì 29 agosto 2017

Una poesia che ami


Il Proemio del Waif di Longfellow, nella traduzione di Ettore Bonessio di Terzet:

Il giorno è finito, e il buio
cade dalle ali della Notte
come piuma persa
da Aquila in volo.

Vedo le luci del villaggio
brillare tra pioggia e nebbia,
e un senso di tristezza mi stringe,
e la mia anima non sa più resistere;

un senso di tristezza e nostalgia,
che non è simile al dolore,
solo gli rassomiglia
come fra loro pioggia e nebbia.

Vieni, leggimi qualche poesia,
qualche canzone semplice e sincera,
che plachi la pena del cuore,
e disperda i pensieri del giorno.

Ma lascia i grandi maestri antichi,
e i bardi sublimi,
i cui remoti passi echeggiano
lungo le vie del tempo.

Lasciali, perché, accenti di musica guerriera,
i loro possenti pensieri evocano
la pena del vivere e l'infinito travaglio;
e stanotte io voglio riposare.

Leggimi qualche oscuro poeta,
i cui canti vennero dal cuore,
come pioggia da nube estiva
o lacrime dal ciglio;

qualche poeta che in lunghi giorni di fatica,
in notti senza sollievo,
udì ancora nell'anima la musica
di melodie meravigliose.

Simili alla benedizione
che segue la preghiera,
questi canti possono calmare
l'inquieto palpito dell'angoscia.

Allora, leggimi dal libro custodito
una poesia che ami,
e unisci alla rima del poeta
l'incanto della tua voce.

E la notte sarà piena di musica,
e l'angoscia che tormenta il giorno,
come gli Arabi, piegherà le sue tende
e scivolerà via silente.

The day is done, and the darkness
Falls from the wings of Night,
As a feather is wafted downward
From an Eagle in his flight.

I see the lights of the village
Gleam through the rain and the mist,
And a feeling of sadness come o'er me,
That my soul cannot resist;

A feeling of sadness and longing,
that is not akin to pain,
And resembles sorrow only
As the mist resembles the rain.

Come, read to me some poem,
Some simple and heartfelt lay,
That shall soothe this restless feeling,
And banish the thoughts of day.

Not from the grand old masters,
Not from the bards sublime,
Whose distant footsteps echo
Through the corridors of time.

For, like strains of martial music,
Their mighty thoughts suggest
Life's endless toil and endeavour;
And to-night I long for rest.

Read from some humbler poet,
Whose songs gushed from his heart,
As showers from the clouds of summer,
Or tears from the eyelids start;

Who through long days of labour,
And night devoid of ease,
Still heard in his soul the music
Of wonderful melodies.

Such songs have power to quite
the restless pulse of care,
And come like the bediction
That follows after prayer.

Then read from the treasured volume
The poem of thy choice,
And lend to the rhyme of the poet
The beauty of thy voice.

And the night shall be filled with music,
And the cares, that infest the day,
Shall fold their tents, like the Arabs,
And as silently steal away.

Poe stesso, del Proemio del Longfellow, scrisse:
Pur privi di grande immaginazione, questi versi sono stati giustamente ammirati per la loro delicatezza espressiva. Alcune immagini sono molto efficaci [...]. Anche l'idea dell'ultima quartina è molto efficace. Tuttavia, nel suo insieme, il testo poetico è da ammirare soprattutto per la graziosa spensieratezza del suo metro, che si accorda così bene con il carattere dei sentimenti, e ancor più per la generale scorrevolezza del suo modo.
Sono certo che non possiamo che dirci d'accordo con questa opinione.

lunedì 21 agosto 2017

Cosa leggo questa settimana: il ritorno

Non si sfugge all'ora di scrittura giornaliera, anche se oggi è dedicata alla rilettura di vecchi lavori e all'aggiornamento del blog. Questa settimana avrei voluto scrivere qualche recensione per la rubrica Vivere (d)i libri, che manca ormai da un po', ma ancora una volta mi scopro a non averne il tempo. E dire che stavo pensando di raddoppiare gli articoli del blog, da uno alla settimana (lunedì) a due (lunedì e giovedì)... ma come pensavo di farcela, a questo punto, proprio non so.
Nel frattempo, e per risolvere almeno in parte i miei problemi, su Psicologia e Scrittura torna l'appuntamento con Cosa leggo questa settimana, la rubrica che mi permette di parlare dei libri che sto leggendo mentre li sto leggendo. Non è una cattiva rubrica. Si offre come una testimonianza dell'esperienza della lettura, per una volta, non a posteriori; e non so dove altro potreste trovarla su internet!

Dunque, in questa settimana di lavoro, questa settimana di caldo intenso, sto leggendo

RACCONTI
di Edgar Allan Poe
Posseggo quattro raccolte di racconti di Poe - alcuni racconti si ripetono, naturalmente -, che da ragazzo lessi e rilessi e che, credo, all'epoca mi influenzarono molto. Durante la mia (meritata) settimana di vacanza parlavo di lui con un amico, ed entrambi concordavamo sul fatto che quelli di Poe sono tra i racconti più perfetti che si possano leggere, almeno nel loro genere. Tanto che, parlandone, mi è venuta voglia di rileggerli daccapo.
Il crollo della casa degli Usher, Re Peste, Hop-Frog, Il pozzo e il pendolo... sfoglio gli indici e mi fermo sui nomi che mi risvegliano maggiori ricordi. E adesso che ho controllato non posso che confermare la mia precedente opinione: nel loro genere, quelli di Poe sono tra i racconti più perfetti del mondo.

IL GIOCO DI ENDER
di Orson Scott Card
Cerco sempre di leggere, quando ne ho l'occasione, a fianco di un classico riconosciuto, un classico moderno, senza riguardi che sia un fantasy, un libro per bambini, un fumetto o un'altra di quelle categorie disprezzate, ma che a me piacciono tanto. E del resto non vedo come potremmo scusare il povero Poe, se tagliassimo fuori queste categorie dall'insieme della letteratura importante. Comunque.
Di recente un mio amico - la cui madre ha una collezione Urania e Nord da far svenire anche quelli tra voi che hanno il cuore più impavido - mi ha prestato Il Gioco di Ender. In effetti era da un po' che volevo leggerlo, ma non mi era mai capitato tra le mani, in libreria o altrove. Ecco quindi cosa ne penso arrivato a pagina centoventi di trecentosettantasette, per punti e senza peli sulla lingua: i personaggi sono dannatamente interessanti, anche se forse non scritti in maniera perfetta (il protagonista, Ender Wiggin, ha sei anni ed è un genio: ma non è un bambino geniale, è un adulto molto furbo in un corpo da bambino); il contesto fantascientifico è classico, senza particolari guizzi, ma proprio per questo funziona; l'ambientazione - la Scuola di Guerra dove le giovani reclute imparano a guidare l'esercito della Terra - è ricca di potenzialità; la prosa dell'autore è scorrevole e a tratti piacevole da leggere. Insomma, non mi sorprende sapere che abbia vinto tanti premi, tra Hugo e Nebula. Mi ha persino fatto tornare la voglia di scrivere anche io qualcosa di fantascienza, e ditemi se non è una prova di valore questa.

CODEX SERAPHINIANUS
di Luigi Serafini
Del Codex avevamo già parlato qui, in uno dei primi articoli di questo blog. Non voglio ripetermi. Vi basti sapere che i miei sentimenti nei suoi confronti non sono cambiati, e per me sfogliarlo si rivela ancora un'esperienza eccitante e meravigliosa.
(Una mia amica, quando ha saputo quanto mi era costato, mi ha chiesto perché non l'avessi preso in ebook. Che strana osservazione!)
...

Due libri da leggere in contemporanea (e uno da ammirare) non sono pochi, quando la maggior parte del tuo tempo la passi a dormire o a lavorare. Entrambe attività sfiancanti, se posso dire la mia.
Per adesso non so se ci risentiremo questo giovedì. Ne dubito. Come dicevo anche prima, il tempo è quello che è. Fiaccante e pure poco. Ma se non ci sentiamo questa settimana ci sentiamo la prossima, giurin giuretta, e nel frattempo potete tenervi aggiornati cliccando "Mi piace" sulla pagina Facebook del blog.
Buone vacanze per chi ancora è in vacanza o per chi ci deve andare, Veri Credenti! Per tutti gli altri, buon rientro.

lunedì 14 agosto 2017

Almeno un'ora al giorno


Per due mesi non ho scritto una riga.
Quello che vi sto confessando per me ha una certa importanza. E una certa gravità. Per anni, diciamo da dieci anni, non sono mai stato tanto a lungo senza aver scritto qualcosa: un racconto, qualche pagina di un romanzo, un saggio breve. Che poi la maggior parte di ciò che ho scritto non fosse granché, bene, lo accetto: ho sempre pensato che finché scrivevo non potevo che migliorare, e la cosa mi sembrava abbastanza. L'atto stesso della scrittura, per me, rappresentava quella che per altri potrebbe essere una palestra, o una corsa mattutina. Era sia una valvola di sfogo, che credo mi abbia mantenuto sano di mente dall'adolescenza fino ad oggi - benché io abbia rarissimamente scritto qualcosa di biografico -, sia un modo per rendere me stesso l'uomo che ho da sempre desiderato essere. Non ho mai perso di vista il mio obiettivo: ogni parola che battevo sulla tastiera del mio computer, anzi dei miei computer visto che ne ho usati almeno quattro, tra fissi e portatili per le vacanze, mi avvicinava un po' di più alla realizzazione del mio sogno. Che è essere uno scrittore. Meglio se pubblicato, col che intendo "retribuito in base ai miei meriti". Quello che voglio, insomma, è creare, e creare cose belle. Lo stesso pensiero che accomuna, credo, pittori, musicisti e ogni genere di artista. Nel mio caso il modo per creare la bellezza non è attraverso un'esecuzione perfetta del Canone in re maggiore di Pachelbel o altro, ma attraverso l'accostamento di parole, l'equilibrio della frase, la verosimiglianza e la tenuta dell'intreccio, la veridicità dei personaggi, il puro e semplice senso di meraviglia che si prova a leggere una storia ben fatta.

Comunque voi godetevelo

Per dieci anni, quindi, si diceva, ho scritto quasi ininterrottamente. Una o due volte la settimana, è vero, che molti considererebbero poco, ma senza mai pause considerevoli tra una sessione e l'altra. E quando non scrivevo in genere leggevo, o studiavo per scrivere meglio. Era tanta la mia foga che spesso i miei progetti si accavallavano, e ne abbandonavo uno per seguirne un altro (anche se non credo di aver mai abbandonato un progetto che non se lo meritasse; tranne forse un paio, che però mi riprometto di riprendere in mano prima o poi). Quando scrivevo entravo in uno stadio che si chiama "flow", in psicologia, flusso se vogliamo, uno stato d'attenzione prolungata che si instaura durante un'attività finalizzata, molto piacevole, e che spesso si raggiunge in situazioni di totale immersione, come ad esempio quando si gioca a un bel videogame. Il semplice atto della scrittura mi ricompensava, e rafforzava il mio desiderio di scrivere.
Poi, all'improvviso, il nulla. Ero come svuotato. Ho finito un lavoro, un racconto lungo, che nel 2018 dovrebbe essere pubblicato in ebook da un Editore di cui, per il momento, non voglio farvi il nome; ho messo giù la penna - anzi, ho chiuso il pc, e non l'ho più riaperto. Ho anche smesso di scrivere il piccolo zibaldone che tengo sulla scrivania, che all'inizio dell'anno avevo iniziato ad aggiornare con pensieri, idee, piccoli paradossi, proposte, e tutto ciò che non trovava spazio qui o nella mia narrativa. Riuscivo giusto ad aggiornare il blog una volta a settimana. Il nuovo lavoro, un lavoro vero, pagato, che non c'entra molto con la scrittura ma che mi serve per mangiare, mi prosciugava le energie, acuiva il mio stress e diminuiva sensibilmente il tempo a mia disposizione per leggere e scrivere. Cercavo di buttare giù qualcosa ma dopo le prime righe dovevo lasciar perdere. E questo quando riuscivo a scrivere qualche riga. 


Prima d'ora non avevo mai sperimentato un blocco dello scrittore, anche se supponevo bene che potesse succedermi. Non riuscivo a uscirne, e già dopo il primo mese iniziavo a sentire che sarei soffocato se non mi fossi... sbloccato. Poi mi sono ricordato una cosa: spesso i grandi scrittori, nei loro consigli, dicono che è importante scrivere almeno qualcosa al giorno tutti i giorni. Prima imporselo come regola, e insistere finché non diventa una sana abitudine. Ancora una volta credo che sia lo stesso principio del jogging. Ho pensato fosse una buona idea; ho recuperato, dal mio schedario, l'idea per un romanzo per ragazzi che avevo avuto tempo fa (non c'è nulla di meglio, per creare meraviglia, che scrivere un bel romanzo per ragazzi. Chiedetelo a C.S.Lewis) e ho iniziato a buttare giù le prime pagine. Questo succedeva una settimana e mezza fa, e da allora mi prendo un'ora al giorno per farlo. Così ho ricominciato a scrivere. Oggi - cioè ieri, domenica 13 - eccezionalmente ho investito la mia ora di scrittura (che poi, a dire il vero, sforo sempre: è un'ora e un quarto, un'ora e venti) per redigere l'articolo che state leggendo. A parte questo ho battuto 47405 caratteri spazi esclusi in dieci giorni. Non so se siano molti o pochi, o se magari, più probabilmente, siano la normalità; ma non sono abituato a fare gare di velocità con nessuno, tanto meno con me stesso. Mi bastano 47405 caratteri. E soprattutto mi basta essere tornato a scrivere, finalmente.




lunedì 7 agosto 2017

Il paradosso della comare

Geoffrey Chaucer iniziò a scrivere I Racconti di Canterbury nel 1388; nel 1400 morì, e non li aveva ancora completati. Dei centoventi racconti che s'era prefissato riuscì a finirne soltanto ventiquattro. Tanti ci bastano per considerarlo il capolavoro del Middle English (anzi, è vero il contrario: il Middle English è quello perché ci scrisse Chaucer. L'autore del Pearl e del Sir Gawain era contemporaneo di Chaucer, ma il suo inglese era completamente diverso).


La cornice dei Racconti è nota a tutti, e ispirata putacaso al nostro Boccaccio, o al più al nostro Dante (Chaucer conosceva bene i poeti italiani). La ricordo comunque: un gruppo di persone decide di raccontarsi delle storie per ammazzare il tempo durante il pellegrinaggio alla tomba di San Thomas Becket.
Nell'articolo di oggi parlerò di uno dei racconti più famosi dei Tales, quello della Comare di Bath, che Harold Bloom riconosce come uno dei grandi antesignani dei personaggi shakespeariani; e in particolare di un paradosso logico che si trova abbozzato al suo interno. Non sono riuscito a trovarne un'altra trattazione nell'internet, quindi fornirò la mia fingendo che sia la prima.
Dei Tales possiedo l'edizione Bur con la traduzione in prosa di Cino Chiarini e Cesare Foligno. Tutte le citazioni che farò vanno cercate in quell'edizione.

Bene, il racconto della comare è all'incirca questo. Ai tempi di Re Artù (già l'ambientazione mi piace) c'era un cavaliere, anzi un baccelliere, che stuprò una ragazza. Artù lo condannò a morte, ma sua moglie, la Regina Ginevra, cuore tenero, gli commutò la pena. Il baccelliere ha tempo un anno e un giorno (come il mio Galvano) per trovare la risposta a una certa domanda, e se non la dovesse trovare si eseguirà la sentenza del re. La domanda in questione è cosa desiderino maggiormente le donne.


Il baccelliere si fa un esame di coscienza e riconosce che delle donne non ha mai capito nulla. Allora parte alla ricerca della risposta, sperando che qualcuno prima o poi gliela dia; ma l'anno è quasi trascorso e lui ancora non l'ha trovata. Certe donne che interroga dicono questo, altre dicono quest'altro, e insomma una cosa certa nessuno la sa dire. Finché non incontra una vecchia, una strega probabilmente, o più probabilmente ancora una fata, che acconsente a dargli la risposta purché il baccelliere le conceda, se è in suo potere, la prima cosa che lei gli chiederà. Il baccelliere accetta.
Alla corte di Ginevra il nostro protagonista fornisce la risposta che la vecchia gli ha rivelato giusto un attimo prima. Le donne, dice,
[...] "bramano d'aver signoria così sul loro marito come sul suo amore e d'aver dominio sopra di lui".
Un attimo di silenzio. Ma il baccelliere può tirare un sospiro di sollievo: la risposta è esatta. A quel punto gli tocca però fare i conti con la vecchia, e non so se avrebbe preferito venire impiccato. Il suo desiderio è che lui la prenda in sposa.
"Ohimè! Ohimè! Troppo ben so che tale fu la mia promessa" - piagnucola il baccelliere - "ma, per amor  di Dio, scegli una diversa richiesta; prendi tutto il mio avere e lasciami la mia persona".
La vecchia è spiaciuta, spiaciuta davvero, ma non può chiedergli altro. Il baccelliere deve capitolare, anche perché tutta la corte di Ginevra è testimone della promessa.
La prima notte di nozze il baccelliere è comprensibilmente angustiato, e si lamenta con la moglie che lei non è né giovane né di alto lignaggio, e che insomma poteva aspettarsi di meglio. Al che la vecchia, che come sappiamo è molto saggia, gli dimostra con l'esempio di Gesù, che è un Dio che ha deciso di farsi povero, che la povertà non è incompatibile con la nobiltà, e che un titolo e una ricchezza non rendono una persona degna di possedere il titolo e la ricchezza. Poi lo avvisa che lei avrebbe anche il potere di tornare giovane, ma gli ricorda che, così com'è, e cioè vecchia, in virtù degli anni e del lordume, corre meno rischi di tradirlo. A lui la scelta: preferisce che lei rimanga vecchia e fidata, oppure che torni giovane e lo roda per sempre il tarlo del dubbio?
Il baccelliere, che, ormai abbiamo capito, è un povero idiota, si arrende: faccia ciò che ritiene meglio.
"Dunque" chiede la vecchia, "ho io ottenuto su di voi signoria, poiché m'è lecito di eleggere e di decidere come mi talenta?"
"Sì, per certo, donna" risponde lui, "questo mi pare il meglio".
La vecchia, che come dicevo o è una strega o una fata, è soddisfatta di come si sono svolte le cose, e premia il suo povero marito tornando a essere una bella figliola.

˜˜˜˜˜

Alla fine della storia la vecchia ottiene dal baccelliere ciò che ogni donna desidera (secondo Chaucer, comunque), che è poi la potestà assoluta sul proprio marito. Ora facciamo un passo indietro. Il baccelliere aveva chiesto alla vecchia di fargli un'altra richiesta, che non fosse quella di sposarlo. Se la vecchia l'avesse fatto allora non avrebbe più avuto un marito su cui esercitare la propria potestà. Chiamiamo F(x) la risposta che il baccelliere dà a Ginevra, ed ∀ x F(x)* il fatto che F sia valido per ogni donna; se la vecchia avesse chiesto qualcos'altro al baccelliere oltre al matrimonio, che il baccelliere poteva concederle, allora avrebbe contraddetto F(x), che non sarebbe più stato valido per ogni donna ma al massimo per alcune donne: ∃ x F(x)**. Se cioè la vecchia avesse preferito qualcos'altro ad F(x), allora l'ipotesi ∀ x F(x) sarebbe stata falsa; il baccelliere non avrebbe potuto dire quello che tutte le donne desiderano, e Ginevra avrebbe dovuto farlo giustiziare... col che, incidentalmente, la vecchia non avrebbe avuto diritto ad esprimere alcun desiderio.
Quello che intendo dire è che, una volta pronunciato, F(x) diventa vincolante per la vecchia e per il baccelliere. Lei non può fare altro che esprimere il desiderio che il baccelliere la sposi, in modo da poter realizzare F(x). Da ciò si vede come la logica abbia catene non meno sottili della magia, e non meno resistenti della nevrosi. Certo il povero baccelliere non doveva essere versato in logica, altrimenti l'avrebbe saputo!


______
* Che si legge "La frase F di x è vera per ogni x".
** Che si legge "La frase F di x è vera per alcuni x".

lunedì 24 luglio 2017

Partenza da Cosmopoli

I più acuti tra voi avranno forse notato che il nome del blog è passato, così, nottetempo, senza dire una parola a nessuno, da Psicologia e Scrittura a Psicologia e scrittura: Liberi pensieri dalla città di Cosmopoli. Forse vi starete chiedendo il perché. Per spiegarlo devo prima dirvi come ho scoperto Cosmopoli.


Nel Dizionario Filosofico di Voltaire, alla voce Ateo, Ateismo, si può leggere la storia tristissima del frate Giulio Cesare Vanini, arso vivo a causa di certe infamanti accuse mossegli dall'altrettanto infame gesuita Garasse. In conclusione dell'articolo Voltaire scrive:
Un secolo dopo la sua morte, lo studioso La Croze e colui che ha assunto il nome di Philalete hanno voluto riabilitarlo [...].
Su questo mi sono fermato. Chi fosse Philalete lo ignoravo, e anche una consultazione agli Pseudonimia di Vincenzo Lancetti (ovvero Tavole alfabetiche de' nomi finti o supposti degli scrittori con la contrapposizione de' veri, ad uso de' bibliofili, degli amatori della storia letteraria e de' libraj) non mi ha schiarito le idee. E io su queste cose ci rimango, perché sono curioso.
Ecco, finalmente una nota di Bouchet al Dizionario mi ha rivelato che
[...] L'autore che Voltaire dice aver preso il nome di Philalete è J-Fr. Arpe [1661 - 1739], al quale si deve l'Apologia pro Julio Caesare Vanino, 1712, sul cui frontespizio si legge Cosmopoli, Typis philaleteis.
Il riferimento all'Apologia è confermata dalla Treccani, col che mi sono messo definitivamente in pace il cuore: eh sì, era proprio lui.


Mi sono messo definitivamente in pace il cuore, certo, tranne che per quell'utopia, quel singolare non-luogo, che è Cosmopoli.


In quel momento ho pensato che Cosmopoli potesse significare sia "città dell'ordine" sia, più semplicemente, "città del cosmo", come in cosmopolita, "colui che considera patria il mondo intero", ma anche "colui che nutre interessi di tipo ampio, universale". Di nuovo la Treccani mi dice che
In stampe clandestine, [Cosmopoli era un] nome fittizio usato talvolta al posto del vero nome del luogo ove il libro era stampato.
Quest'aria avventurosa che all'improvviso ha assunto Cosmopoli, sorta di Tortuga dell'editoria, mi ha subito conquistato. Allora ho pensato che Psicologia e Scrittura non parla più da molto solo di Psicologia e di Scrittura (e di Letteratura), ma anche di Filosofia, di Logica, di Religione, di Femminismo, e di tutte quelle cose che costituiscono la varietà dei miei interessi, che sono tanti e che desidererei approfondire sempre di più. Scrivere questi articoli serve a spiegare le cose ai miei (ipoteticissimi) lettori, ma anche a renderle più chiare a me, a fissarle nero su bianco, per parafrasare un po' ciò che diceva Silvio Orlando in quel bel film che si chiama Auguri Professore.

Quindi non più Psicologia e Scrittura, o meglio non più solo Psicologia e Scrittura, ma anche Cosmopoli, luogo dell'editoria clandestina, luogo degli interessi più vari.