martedì 17 ottobre 2017

Manifesto della psicoantropologia...

... o all'antropopsicologia?
Ebbi modo, qualche tempo fa, di scrivere sul blog a proposito della psicologia e dell'antropologia:
Se dovessi distinguere il campo d'indagine di queste due discipline, purtroppo studiate separatamente, direi che se l'antropologia studia cosa sia l'umanità, allora la psicologia studia cosa sia l'uomo.
Ecco, voglio seguire questo pensiero. La psicologia si occupa di studiare l'individuo, o le relazioni affettive o sociali instauratesi tra gli individui*; l'antropologia (quella che qui io intendo per "antropologia" non è, limitatamente, l'antropologia di stampo medico. Piuttosto sono le scienze demo-etno-antropologiche) si occupa dei gruppi di individui in quanto manifestazioni - la definizione è coraggiosa, e temo debole - dell'umanità. Ho già detto che brutta abitudine sia studiare indipendentemente queste discipline, quando esse sono invece così inestricabilmente legate, come certo chiunque potrà rendersi conto.
La divisione non è e non poteva essere assoluta. Ricordo ad esempio di aver studiato il lavoro di antropologi sia durante l'esame di Filosofia della Mente, Logica e Lingue Naturali, sia durante l'esame di Psicologia Sociale (e l'Adolescenza in Samoa, di Margaret Mead, rimane uno dei miei libri di testo preferiti del percorso triennale). Tuttavia esami di antropologia vera e propria non li ho mai sostenuti, e sospetto che, allo stesso modo, in un Corso di Laurea in Antropologia non siano contemplati esami di psicologia. Lo stesso si può poi dire della sociologia, se vogliamo, una disciplina che ha avuto origine nel Settecento, e che quindi può vantare origini più antiche della psicologia moderna (la psicologia è una scienza bambina: la sua nascita si fa tradizionalmente coincidere con la fondazione, da parte di Wundt, di un laboratorio di psicologia sperimentale a Lipsia in quel fatidico 1879), ma che è fin troppo spesso tenuta ai margini del percorso accademico di uno studente di psicologia o di antropologia. Esistono sì degli esami in questa disciplina, ma solitamente non più di uno per Corso di Laurea.
Il problema di questa divisione innaturale - naturalmente - ha radici profonde in tutte e tre le discipline. Io intanto posso parlare per la mia categoria. È noto che Freud, che per quanto possa sembrare strano, visto da fuori, fu senz'altro figlio di quel positivismo ottocentesco che vedeva nell'individualismo la strada da percorrere per la realizzazione dell'uomo e del potenziale umano, divise concettualmente individuo e società, e fondò gran parte della sua opera mettendo, abbastanza poco sorprendentemente, queste due istanze in contrapposizione. L'ho detta in breve, e priva di qualunque sfumatura: ma questo, stringi stringi, è un concetto radicato all'interno di tutto il pensiero psicologico.
Questa idea è assurda, e mi affido alle parole di Edward Carr (Sei lezioni sulla storia) per dimostrarlo:
C'è chi distingue la psicologia, scienza dell'individuo, dalla sociologia, scienza della società, e si è definito "psicologismo" la concezione secondo cui tutti i problemi sociali sarebbero riconducibili, in definitiva, all'analisi del comportamento individuale. Ma lo psicologo che evitasse di studiare il contesto sociale [e, aggiungo io, antropologico] in cui l'individuo vive, non potrebbe andare molto lontano.

Lo scisma tra psicologia e antropologia (e sociologia, sebbene questa venga più frequentemente assorbita nel corso di studi) viene in qualche modo risanato all'arrivo, se mai ci si arriva, delle scuole di specializzazione in psicoterapia. Alcune, come il Centro Studi Sagara, mi pare facciano dell'incontro tra queste due discipline uno dei cuori del proprio programma didattico e umano. Ma la scuola di psicoterapia è già uno step tardo. In futuro, e lo dico così, dal basso, senza avere credenziali, penso sia necessario una maggiore presenza dell'antropologia in un corso di laurea di psicologia, triennale o magistrale. Anzi, penso sia auspicabile la fondazione di un Corso di Laurea Integrato, che purtroppo sarà complessissimo, che riesca a coniugare i due corsi di Psicologia e di Antropologia in una visione unica.



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* Questa definizione basta, come si vedrà, per i fini del mio articolo, anche per designare quelle correnti psicologiche più comprensive come la Scuola Sistemico-Relazionale.

lunedì 9 ottobre 2017

Posso parlare di ciò che non conosco?


La prima regola della scrittura, a detta di tutti, è "parla solo di ciò che conosci"*. Be', non è esattamente la prima, ma di certo è sul podio. Molti scrittori ne derivano la massima di dover parlare in modo esclusivo della propria quotidianità, più o meno romanzata, e di dover scrivere personaggi a loro volta scrittori, o aspiranti tali. In verità la regola ha un significato leggermente più comprensivo: significa che, se finite per parlare di cose che non conoscete, allora dovete fare delle ricerche finché non le conoscete a menadito. Leggete libri, giornali, cercate persone che ne sanno qualcosa e intervistatele. Se scrivete di un pescatore dovete sapere come si pesca, cosa si pesca e possibilmente parlare prima con qualche pescatore di vecchia data. Questo a meno che voi non siate a vostra volta dei pescatori: cosa che, ovviamente, garantisce in modo automatico che queste tre condizioni siano soddisfatte.
Io faccio ricerche. Faccio un sacco di ricerche. Quando pensavo di scrivere un romanzo ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, ho recuperato una rassegna di giornali del 1940. Solo per entrare nel mood, diciamo, e naturalmente per sapere quali informazioni il regime passasse ai suoi cittadini (un bell'investimento, anche se alla fine non farò quel romanzo). Eppure esistono un'infinità di dettagli che semplicemente non posso sapere, anche con internet a portata di mano. Da qualche parte, in una storia a cui ancora non ho pensato, potrei trovarmi nella situazione di dover descrivere lo stato delle strade tra Kilkenny e Thomastown nel 1800. Ecco, forse ci sono alcuni libri che si occupano di ricostruire questi dettagli - esistono libri per ogni cosa -, ma onestamente non saprei dove reperirli. Quindi dovrei iniziare a inventare. Non dimentichiamoci che è questo che fa uno scrittore: inventa. Inventa dettagli. Un esperto di urbanistica irlandese del XIX secolo si accorgerà immediatamente del mio errore, ma uno non può scrivere tenendo a mente tutti i possibili mestieri di questo mondo, e l'opinione delle persone che li svolgono (Eco parlerebbe di "lettore modello", e il lettore modello di ben pochi scrittori è un esperto di urbanistica irlandese di qualunque secolo). Certo sarebbe bello scrivere un libro perfetto, un libro senza errori circostanziali, ma allora ci ridurremmo davvero a scrivere la storia della vita che conduciamo giorno per giorno, perché lì sui dettagli non potremmo nutrire dubbi. Ma non si può scrivere fissando sempre il proprio ombelico, vero?
Eco parlava solo di posti in cui era stato: che fossero Torino, Parigi, Praga, o una nave abbandonata che poteva o non poteva essere ferma vicino alla linea del cambiamento di data. Io d'altra parte (non mi sto paragonando a Eco: solo, lo usavo per illustrare un metodo ossessivo di raccolta di informazioni che non è il mio) ho visitato raramente i posti di cui parlo, perciò tendo a inventare molti dei dettagli secondari. Non me ne preoccupo perché non cerco di scrivere romanzi realisti: a me piace il genere fantastico, e un bravo scrittore di narrativa fantastica riesce a dare solidità a mondi inventati attraverso l'utilizzo di dettagli parimenti inventati.
In ultima analisi, l'unica cosa che importa è che il lettore si convinca che tu abbia scritto qualcosa di vero. Certo, questo risulta decisamente più facile quando scrivi qualcosa di vero (da qui la regola del "parla solo di ciò che conosci"), ma, se sai fare il tuo mestiere, non è impossibile neanche quando scrivi qualcosa di completamente falso. In altre parole: se si può è sempre meglio scrivere qualcosa di giusto; ma dato che questo non è sempre possibile, ogni tanto si deve anche scrivere qualcosa che sia più convincente del giusto.


Altri articoli sulla scrittura (secondo me):
  1. Ma gli italiani sognano pecore realiste?
  2. Svelato il segreto per diventare grandi scrittori
  3. Imparare a scrivere creativamente
  4. Meglio tre parole

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* Naturalmente non esiste un decalogo della scrittura creativa. Quelle che si definiscono "regole" sono in realtà consigli per minimizzare il rischio di scrivere male. Chi li voglia infrangere lo faccia pure; ma a proprio rischio e pericolo, e solo in virtù della propria genialità.

domenica 1 ottobre 2017

Attraverso uno specchio, in un enigma

Di nessuna grande verità lo spirito medievale era tanto convinto quanto delle parole di San Paolo ai Corinzi: Videmus nunc per speculum in aenigmitate, tunc autem facie ad faciem. Il Medioevo non ha mai dimenticato che qualunque cosa sarebbe assurda, se il suo significato si limitasse alla sua funzione immediata e alla sua forma fenomenica, e che tutte le cose si estendono per gran tratto nell'aldilà. Questa idea è familiare anche a noi, come sensazione non formulata, quando ad esempio il rumore della pioggia sulle foglie degli alberi o la luce della lampada sul tavolo, in un'ora tranquilla, ci dà una percezione più profonda della percezione quotidiana, che serve all'attività pratica. Essa può comparire talora nella forma di una oppressione morbosa che ci fa vedere le cose come già impregnate di una minaccia personale o di un mistero che si dovrebbe e non si può conoscere. Più spesso però ci riempirà della certezza tranquilla e confortante che anche la nostra esistenza partecipa a quel senso segreto del mondo.

Johan Huizinga, Autunno del Medioevo.


martedì 26 settembre 2017

Etica e morale a Nazareth

Ogni tanto torno con la memoria ai tempi felici dell'università, che poi tanto felici non erano, e mi capita di pensare a una certa lezione di criminologia a cui partecipai durante il mio quarto anno. Quel giorno il nostro professore - ho avuto la fortuna di studiare con Adolfo Ceretti - ci domandò che cosa pensassimo della pena di morte. La lezione si svolse come un dibattito. La classe era divisa tra studenti di psicologia e giuristi, ma non mi pare che questa divisione generasse grandi differenze ideologiche, e i pro e i contro si distribuivano equamente tra i due schieramenti. Ora, la discussione procedeva tra alti e bassi, quando un mio collega della Facoltà di Psicologia, contrario alla pena di morte, cercò di parlarne partendo da un punto di vista storico, e tirò in ballo il nome di Gesù. L'aula venne giù per i fischi.


Quello che in quel momento i miei compagni non sono riusciti a fare, naturalmente, è stato scindere l'idea di Gesù da quella di cristianesimo. Ed essendo in Italia, tutti gli studenti tendono a essere suscettibili riguardo le ingerenze della Chiesa nel pensiero pubblico (e neanche di questo capisco il motivo). Ma Cristo non fu cristiano. Il cristianesimo venne dopo la morte di Cristo. Questo semplice fatto lo si scopre alle elementari, ma spesso si tende a non tenerne conto. Io sono ateo, e non penso che le parole e il pensiero di Cristo siano meno importanti perché alla fin fine non è il Figlio di Dio. Credo anzi siano rilevantissime, e mi sforzo di farle mie. Altri prima di lui predicarono lo stesso credo d'amore e tolleranza, e pietà e giustizia, ma nessuno come lui ha avuto un'influenza tanto vasta sulla storia mondiale. Faccio anche notare che, se quel mio compagno avesse citato Buddha invece di Gesù, nessuno avrebbe fiatato. Questo perché, forse, noi siamo abituati a pensare a Buddha più come a un pensatore e a un filantropo che non a un mistico. Bene: lo stesso potremmo fare di Gesù. Sembra che i Vangeli non aspettino altro per essere riscoperti. Le parole di Gesù non sono meno belle di quelle di altri filosofi che si sono occupati del problema della morale, ed è così infatti che chi non crede dovrebbe considerarlo: un filosofo preoccupato del problema della morale. Un radicale, che è venuto e sapeva di essere venuto a portare non la pace ma la spada, a dividere il figlio da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora da sua suocera (Mt 10,34-35), perché sapeva che abbracciare la giustizia e la misericordia sono atti estremi, e che gli atti estremi non sono fatti di compromessi ma di assoluti. Credeva che il compromesso fosse la tomba dell'etica... sebbene non lo fosse il perdono. Ancora, Gesù è colui che pronunciò (sebbene le fonti siano più antiche di Gesù) il Discorso della Montagna*, forse il più commovente e completo discorso di morale che sia mai stato fatto.


Carl Heinrich Bloch, Il Discorso della Montagna

È già grave che i religiosi vedano ogni cosa attraverso le lenti deformanti della religione; ma è addirittura mostruoso che lo faccia anche chi religioso non è. La mia speranza, per chi come me non crede, è che presto si riesca a prestare orecchio al vero messaggio di Gesù, e si lascino da parte i preconcetti meschini da catechismo svolto al contrario. Philip Pullman ha scritto un romanzo** che, credo, ha proprio questo al centro del suo labirinto: distinguere il Gesù autentico da ciò che la vecchia Chiesa ha saputo trarre da Gesù. 


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*Mt 5-7.
** Il buon Gesù e il cattivo Cristo.

lunedì 18 settembre 2017

Sei un cattivo scrittore se

Si sa: le librerie italiane, che siano fisiche o digitali, hanno ormai gli scaffali pieni di romanzi spazzatura. Per ogni Virginia Woolf dell'Einaudi ci sono dieci, venti Stephanie Meyer della Fazi. Credo che questo semplice fatto sia vero oggi come era vero cinquant'anni fa, ma il self-publishing, le strategie poco lungimiranti delle Case Editrici, e lo spazio che sono riusciti a ritagliarsi autori oggettivamente illeggibili grazie al web, rende la consapevolezza più acuta oggi che in passato. WattPad ha permesso ad aborti letterari come After, My dilemma is you e altri (romanzi al cui confronto la saga di 50 sfumature sembra un Thomas Hardy) di raggiungere il cuore di una legione di praticamente analfabeti, e di fatturare cifre esorbitanti una volta pubblicati da C.E. che, per non fallire, sono giocoforza costrette a curare l'edizione cartacea di volumi che in passato non avrebbero neanche usato per fissare i tavoli traballanti.
A questo punto il modo migliore per impedire altri attentati contro il mondo già agonizzante della letteratura di massa non è puntare sugli editori, o Dio ce ne scampi sul pubblico, ma a una progressiva sensibilizzazione dell'autore.


Posto che, una volta scritto un libro, in un modo o nell'altro sia sempre possibile pubblicarlo, quello che uno scrittore deve fare è chiedersi se il suo libro valga la pena di essere pubblicato. Quindi ecco, per vostra comodità miei carissimi autori wannabe, una lista di venti +1 campanelli d'allarme che dovrebbero farvi capire che il vostro libro merita di essere bruciato prima di finire in mani sbagliate o sotto gli occhi di bambini impressionabili*.
Per farla breve, con ogni probabilità siete dei cattivi scrittori se

  1. Il vostro libro ha una protagonista goffa e bellissima, che però si crede brutta, e si trova a dover scegliere tra due ragazzi che farebbero di tutto per lei, egualmente bellissimi.
  2. Il vostro libro ha un personaggio che si chiama "Damian".
  3. Il vostro libro è uno Young Adult.
  4. Spendete più tempo a descrivere il comportamento del vostro protagonista davanti a uno smartphone che a farlo interagire con gli altri personaggi.
  5. Il vostro libro è un fantasy ispirato a Il Signore degli Anelli, ma voi di Tolkien avete visto solo i film di Jackson.
  6. Il vostro libro appartiene a un genere letterario di cui avete letto solo un altro romanzo (e.g. è un fantasy, ma di fantasy avete letto esclusivamente Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. Spoiler alert: non è sufficiente).
  7. Avete scritto un libro basandovi sulle vostre sessioni di D&D con gli amici e non state vivendo negli anni '90.
  8. Il vostro libro è pieno di metafore estranianti, ma voi non sapete cosa sia l'effetto di straniamento e non conoscete neppure i formalisti russi.
  9. La vostra protagonista dice di essere appassionata di letteratura e il suo libro preferito è Orgoglio e Pregiudizio.
  10. La vostra protagonista dice di essere appassionata di letteratura, e per dimostrarlo ritiene che conoscere il secondo nome di Thackeray sia una prova sufficiente.
  11. Per descrivere la vostra protagonista, in un romanzo in prima persona, la fate svegliare e la fate indugiare davanti a uno specchio.
  12. Il vostro protagonista è un vampiro adolescente.
  13. Il vostro protagonista è un angelo caduto (ma in realtà ha fatto solo la cosa giusta).
  14. Il vostro protagonista o la vostra protagonista sa tutto, sa fare tutto benissimo, e riesce a tenere testa/a battere persone con molta più esperienza di lui/lei. Inoltre tratta male tutti, guarda tutti dall'alto in basso, e tuttavia tutti la considerano la persona migliore che esista (in gergo si dice che è un Gary Stu/una Mary Sue).
  15. Credete che scrivere un romanzo "maturo" significhi creare un antieroe interessato solo a sessodenaro&potere, aumentare le morti e moltiplicare fino al limite del parossismo le scene di stupro.
  16. Credete che la scrittura sia una dote naturale, tipo saper piegare la lingua in due.
  17. Il vostro libro si apre con una prolessi (flashforward).
  18. Il vostro protagonista sta per essere ucciso e "prima di morire, non poté fare a meno di pensare a come fosse finito in quella situazione" (il grosso del vostro libro è in effetti composto dal suo ricapitolare gli avvenimenti che lo hanno condotto in quella situazione).
  19. Il vostro protagonista è uno scrittore che soffre di un blocco (spero intestinale).
  20. L'interesse amoroso del protagonista è l'ultima ragazza che non ne ha voluto sapere di voi.
  21. Il vostro protagonista siete voi.


Pensateci bene, amici scrittori. Se vi rivedete in una o più di una di queste affermazioni, ho una brutta notizia per voi. Ma potete sempre ritentare con un secondo romanzo: 


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*La lista è stata compilata dopo un'attenta indagine condotta dallo staff di Psicologia e Scrittura.

martedì 29 agosto 2017

Una poesia che ami


Il Proemio del Waif di Longfellow, nella traduzione di Ettore Bonessio di Terzet:

Il giorno è finito, e il buio
cade dalle ali della Notte
come piuma persa
da Aquila in volo.

Vedo le luci del villaggio
brillare tra pioggia e nebbia,
e un senso di tristezza mi stringe,
e la mia anima non sa più resistere;

un senso di tristezza e nostalgia,
che non è simile al dolore,
solo gli rassomiglia
come fra loro pioggia e nebbia.

Vieni, leggimi qualche poesia,
qualche canzone semplice e sincera,
che plachi la pena del cuore,
e disperda i pensieri del giorno.

Ma lascia i grandi maestri antichi,
e i bardi sublimi,
i cui remoti passi echeggiano
lungo le vie del tempo.

Lasciali, perché, accenti di musica guerriera,
i loro possenti pensieri evocano
la pena del vivere e l'infinito travaglio;
e stanotte io voglio riposare.

Leggimi qualche oscuro poeta,
i cui canti vennero dal cuore,
come pioggia da nube estiva
o lacrime dal ciglio;

qualche poeta che in lunghi giorni di fatica,
in notti senza sollievo,
udì ancora nell'anima la musica
di melodie meravigliose.

Simili alla benedizione
che segue la preghiera,
questi canti possono calmare
l'inquieto palpito dell'angoscia.

Allora, leggimi dal libro custodito
una poesia che ami,
e unisci alla rima del poeta
l'incanto della tua voce.

E la notte sarà piena di musica,
e l'angoscia che tormenta il giorno,
come gli Arabi, piegherà le sue tende
e scivolerà via silente.

The day is done, and the darkness
Falls from the wings of Night,
As a feather is wafted downward
From an Eagle in his flight.

I see the lights of the village
Gleam through the rain and the mist,
And a feeling of sadness come o'er me,
That my soul cannot resist;

A feeling of sadness and longing,
that is not akin to pain,
And resembles sorrow only
As the mist resembles the rain.

Come, read to me some poem,
Some simple and heartfelt lay,
That shall soothe this restless feeling,
And banish the thoughts of day.

Not from the grand old masters,
Not from the bards sublime,
Whose distant footsteps echo
Through the corridors of time.

For, like strains of martial music,
Their mighty thoughts suggest
Life's endless toil and endeavour;
And to-night I long for rest.

Read from some humbler poet,
Whose songs gushed from his heart,
As showers from the clouds of summer,
Or tears from the eyelids start;

Who through long days of labour,
And night devoid of ease,
Still heard in his soul the music
Of wonderful melodies.

Such songs have power to quite
the restless pulse of care,
And come like the bediction
That follows after prayer.

Then read from the treasured volume
The poem of thy choice,
And lend to the rhyme of the poet
The beauty of thy voice.

And the night shall be filled with music,
And the cares, that infest the day,
Shall fold their tents, like the Arabs,
And as silently steal away.

Poe stesso, del Proemio del Longfellow, scrisse:
Pur privi di grande immaginazione, questi versi sono stati giustamente ammirati per la loro delicatezza espressiva. Alcune immagini sono molto efficaci [...]. Anche l'idea dell'ultima quartina è molto efficace. Tuttavia, nel suo insieme, il testo poetico è da ammirare soprattutto per la graziosa spensieratezza del suo metro, che si accorda così bene con il carattere dei sentimenti, e ancor più per la generale scorrevolezza del suo modo.
Sono certo che non possiamo che dirci d'accordo con questa opinione.

lunedì 21 agosto 2017

Cosa leggo questa settimana: il ritorno

Non si sfugge all'ora di scrittura giornaliera, anche se oggi è dedicata alla rilettura di vecchi lavori e all'aggiornamento del blog. Questa settimana avrei voluto scrivere qualche recensione per la rubrica Vivere (d)i libri, che manca ormai da un po', ma ancora una volta mi scopro a non averne il tempo. E dire che stavo pensando di raddoppiare gli articoli del blog, da uno alla settimana (lunedì) a due (lunedì e giovedì)... ma come pensavo di farcela, a questo punto, proprio non so.
Nel frattempo, e per risolvere almeno in parte i miei problemi, su Psicologia e Scrittura torna l'appuntamento con Cosa leggo questa settimana, la rubrica che mi permette di parlare dei libri che sto leggendo mentre li sto leggendo. Non è una cattiva rubrica. Si offre come una testimonianza dell'esperienza della lettura, per una volta, non a posteriori; e non so dove altro potreste trovarla su internet!

Dunque, in questa settimana di lavoro, questa settimana di caldo intenso, sto leggendo

RACCONTI
di Edgar Allan Poe
Posseggo quattro raccolte di racconti di Poe - alcuni racconti si ripetono, naturalmente -, che da ragazzo lessi e rilessi e che, credo, all'epoca mi influenzarono molto. Durante la mia (meritata) settimana di vacanza parlavo di lui con un amico, ed entrambi concordavamo sul fatto che quelli di Poe sono tra i racconti più perfetti che si possano leggere, almeno nel loro genere. Tanto che, parlandone, mi è venuta voglia di rileggerli daccapo.
Il crollo della casa degli Usher, Re Peste, Hop-Frog, Il pozzo e il pendolo... sfoglio gli indici e mi fermo sui nomi che mi risvegliano maggiori ricordi. E adesso che ho controllato non posso che confermare la mia precedente opinione: nel loro genere, quelli di Poe sono tra i racconti più perfetti del mondo.

IL GIOCO DI ENDER
di Orson Scott Card
Cerco sempre di leggere, quando ne ho l'occasione, a fianco di un classico riconosciuto, un classico moderno, senza riguardi che sia un fantasy, un libro per bambini, un fumetto o un'altra di quelle categorie disprezzate, ma che a me piacciono tanto. E del resto non vedo come potremmo scusare il povero Poe, se tagliassimo fuori queste categorie dall'insieme della letteratura importante. Comunque.
Di recente un mio amico - la cui madre ha una collezione Urania e Nord da far svenire anche quelli tra voi che hanno il cuore più impavido - mi ha prestato Il Gioco di Ender. In effetti era da un po' che volevo leggerlo, ma non mi era mai capitato tra le mani, in libreria o altrove. Ecco quindi cosa ne penso arrivato a pagina centoventi di trecentosettantasette, per punti e senza peli sulla lingua: i personaggi sono dannatamente interessanti, anche se forse non scritti in maniera perfetta (il protagonista, Ender Wiggin, ha sei anni ed è un genio: ma non è un bambino geniale, è un adulto molto furbo in un corpo da bambino); il contesto fantascientifico è classico, senza particolari guizzi, ma proprio per questo funziona; l'ambientazione - la Scuola di Guerra dove le giovani reclute imparano a guidare l'esercito della Terra - è ricca di potenzialità; la prosa dell'autore è scorrevole e a tratti piacevole da leggere. Insomma, non mi sorprende sapere che abbia vinto tanti premi, tra Hugo e Nebula. Mi ha persino fatto tornare la voglia di scrivere anche io qualcosa di fantascienza, e ditemi se non è una prova di valore questa.

CODEX SERAPHINIANUS
di Luigi Serafini
Del Codex avevamo già parlato qui, in uno dei primi articoli di questo blog. Non voglio ripetermi. Vi basti sapere che i miei sentimenti nei suoi confronti non sono cambiati, e per me sfogliarlo si rivela ancora un'esperienza eccitante e meravigliosa.
(Una mia amica, quando ha saputo quanto mi era costato, mi ha chiesto perché non l'avessi preso in ebook. Che strana osservazione!)
...

Due libri da leggere in contemporanea (e uno da ammirare) non sono pochi, quando la maggior parte del tuo tempo la passi a dormire o a lavorare. Entrambe attività sfiancanti, se posso dire la mia.
Per adesso non so se ci risentiremo questo giovedì. Ne dubito. Come dicevo anche prima, il tempo è quello che è. Fiaccante e pure poco. Ma se non ci sentiamo questa settimana ci sentiamo la prossima, giurin giuretta, e nel frattempo potete tenervi aggiornati cliccando "Mi piace" sulla pagina Facebook del blog.
Buone vacanze per chi ancora è in vacanza o per chi ci deve andare, Veri Credenti! Per tutti gli altri, buon rientro.